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La Juventus riflette su Spalletti in difficoltà. Antonio Conte e tutti gli scenari possibili

Luciano Spalletti e Antonio Conte 

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Il tracollo allo Stadium con la Lazio ha messo in evidenza una rosa costruita male a cui il tecnico toscano non riesce a dare gioco e continuità
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TORINO – La coincidenza è sinistra: l’anno scorso Tudor, che alla settima giornata aveva un punto in più di quanti ne abbia oggi Spalletti, saltò all’ottava a causa di una sconfitta con la Lazio e di un gol di Isaksen. E anche allora c’era di mezzo una partita infrasettimanale (giovedì la Juve è impegnato in Europa League contro il Rennes), che non intralciò l’urgenza di cambiare che la dirigenza, all’epoca pilotata da Comolli, stava avvertendo. Siamo nella stessa situazione? Ancora no, per due ragioni: Tudor era un allenatore dalle qualità e del curriculum non all’altezza della tradizione della Juventus e a disposizione c’era Spalletti, vale a dire una soluzione di alto livello. Ora non è così, il valore del tecnico attuale è indiscutibile mentre l’unica alternativa eccitante, Conte, non è nei piani di Carnevali e Massara. Ci potrebbe rientrare se la situazione precipitasse: siamo già a quel punto? Forse no, ma sono giorni di smottamento.

TORINO – La coincidenza è sinistra: l’anno scorso Tudor, che alla settima giornata aveva un punto in più di quanti ne abbia oggi Spalletti, saltò all’ottava a causa di una sconfitta con la Lazio e di un gol di Isaksen. E anche allora c’era di mezzo una partita infrasettimanale (giovedì la Juve è impegnato in Europa League contro il Rennes), che non intralciò l’urgenza di cambiare che la dirigenza, all’epoca pilotata da Comolli, stava avvertendo. Siamo nella stessa situazione? Ancora no, per due ragioni: Tudor era un allenatore dalle qualità e del curriculum non all’altezza della tradizione della Juventus e a disposizione c’era Spalletti, vale a dire una soluzione di alto livello. Ora non è così, il valore del tecnico attuale è indiscutibile mentre l’unica alternativa eccitante, Conte, non è nei piani di Carnevali e Massara. Ci potrebbe rientrare se la situazione precipitasse: siamo già a quel punto? Forse no, ma sono giorni di smottamento.

Una squadra tatticamente sbilenca

Non è la sconfitta con la Lazio il problema: casomai ne è la sua rappresentazione più evidente. Spalletti sta per compiere un anno sulla panchina della Juventus e ancora la squadra non ha assunto un’identità. C’erano stati mesi promettenti, specie nello scorso inverno, ma poi il gioco è regredito e i risultati di conseguenza. Lo ha ammesso lo stesso allenatore: «Invece di migliorare, peggioriamo». Lucio si sta scornando con gli stessi identici problemi dei suoi predecessori, dall’Allegri bis in poi: le squadre costruite in estate sono sempre state tatticamente sbilenche (faceva eccezione quella costruita da Giuntoli: lì il problema fu che giocatori teoricamente adatti non si rivelarono poi mentalmente all’altezza), al punto da rendere impossibile l’adozione di un modulo tattico preciso e definitivo, e le carenze di personalità che sono emerse quando, uno dopo l’altro, hanno lasciato i protagonisti degli ultimi scudetti, non sono state minimamente colmate. Né sono colmabili adesso: la personalità non si allena, al massimo si può fare un lavoro psicologico per trasmettere serenità o addirittura sicurezza, ma la fragilità caratteriale è il difetto che la Juve si sta implacabilmente trascinando da una gestione all’altra. Dopo la sconfitta con la Lazio, tutto è stato chiaro: il capitano Bremer ha accusato le debolezze mentali dei suoi compagni, ma lui è stato uno tra i peggiori in campo e dopo l’infortunio al ginocchio non è mai più stato il leader che la Juve pretendeva diventasse. In pratica, è un capitano che somiglia alla sua tremebonda truppa, ma non lo sa.

Gli esuberi diventati titolari

Spalletti ha detto che Bremer avrebbe fatto meglio ad accusare prima di tutto sé stesso, e non aveva torto. Ma anche riconosciuto che il problema della Juve non è tattico né tecnico, bensì caratteriale: da un lato può sembrare un modo per chiamarsi fuori, dall’altro è un’ammissione di impotenza. La Juve non è tatticamente sostenibile: non ha un centravanti, ha poco ritmo a centrocampo, le manca un terzino sinistro. Woltemade e Kolo Muani assieme possono funzionare, ma non meglio se al francese si affianca Nico Gonzalez, più reattivo, più presente in area, più disponibile ai rientri. L’argentino è un titolare per caso come Douglas Luiz: erano giocatori in partenza, sono rimasti perché il mercato non ha offerto loro opportunità, però se non ci fossero sarebbe un dramma. Persino Zhegrova è stato un riciclo involontario ma utile, anche se resta un giocatore buono per 20-30 minuti al massimo, visto che non si lega coi compagni e non conosce la fase difensiva. In queste condizioni, a Spalletti qualunque incastro risulta impossibile e la soluzione sarebbe una soltanto: varare una squadra difensiva badando prima di tutto alla solidità, puntando poi sui contropiede di Kolo Muani, efficace soltanto se può giocare negli spazi. In pratica, la Juve dovrebbe provare a giocare come una provinciale (in fondo, è quello che in qualche modo fece Tudor: palla a Yildiz e incrociamo le dita), rinunciando a tutte le velleità del cosiddetto calcio relazionale che per funzionare dovrebbe essere altamente sofisticato e prevedere la presenza di giocatori, se non di personalità, almeno di grande acume calcistico: anche questi non abbondano.

L’idea del club: rinforzare la rosa a gennaio

L’idea del club sarebbe di arrivare fino a gennaio, colmare sul mercato le lacune della rosa (centravanti, terzino sinistro, centrocampista di qualità ed esperienza) e sperare di essere ancora in tempo per agganciare il carro della Champions. Ma prima, la società deve rispondere a una domanda: la situazione sta precipitando? Per una risposta corretta, occorre molta lucidità.

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