Dieci anni senza Giorgio Chinaglia: icona immortale e malinconica di tutti i laziali
di Marco Patucchi , di Marco PatucchiDieci anni senza Giorgio Chinaglia. Stamattina i laziali di tutte le generazioni si sono svegliati con un pensiero per Long John, un sottile senso di struggente malinconia per il centravanti che moriva, appunto, il primo aprile del 2012 ad appena 65 anni. E non era un 'pesce d'aprile' come in molti pensammo caparbiamente per qualche ora cercando di esorcizzare una notizia che spezzava il cuore. I laziali di tutte le generazioni perché Giorgio è un eroe senza tempo. E' impresso nell'animo e negli occhi di chi lo ha visto giocare nel meraviglioso Stadio Olimpico degli anni Settanta, quello tutto marmi, seggiolini in legno e senza copertura, o dalla tribunetta del campo di allenamento di Tor di Quinto. Ma è nel dna anche di chi è troppo giovane per averlo incrociato in carne ed ossa, grazie a quel filo magico che di padre in figlio trasmette l'amore per la Lazio e per i suoi miti.
Dieci anni senza Giorgio Chinaglia. Stamattina i laziali di tutte le generazioni si sono svegliati con un pensiero per Long John, un sottile senso di struggente malinconia per il centravanti che moriva, appunto, il primo aprile del 2012 ad appena 65 anni. E non era un 'pesce d'aprile' come in molti pensammo caparbiamente per qualche ora cercando di esorcizzare una notizia che spezzava il cuore. I laziali di tutte le generazioni perché Giorgio è un eroe senza tempo. E' impresso nell'animo e negli occhi di chi lo ha visto giocare nel meraviglioso Stadio Olimpico degli anni Settanta, quello tutto marmi, seggiolini in legno e senza copertura, o dalla tribunetta del campo di allenamento di Tor di Quinto. Ma è nel dna anche di chi è troppo giovane per averlo incrociato in carne ed ossa, grazie a quel filo magico che di padre in figlio trasmette l'amore per la Lazio e per i suoi miti.
C'è chi sostiene che Chinaglia avrebbe riscattato l'orgoglio laziale oscurato da anni di presunta 'egemonia' dell'altra squadra della capitale. Tesi capziosa peraltro non confermata da alcun palmares passato, presente o futuro. Semmai Chinaglia ha incarnato meglio di ogni altro la lazialità che Angelo Carotenuto ha fotografato mirabilmente raccontando, sulle pagine di Repubblica, la morte di Pino Wilson, il 'capitanò dello scudetto: "Un orgoglio privato, silenzioso, distinto, una sfera spesso fraintesa e impastata di cliché, ma socialmente più disomogenea di quanto appaia in superficie".
Wilson insieme a Chinaglia guidava uno dei due clan che dividevano la squadra. Nella vita, negli allenamenti (addirittura spogliatoi separati), ma non nel terreno di gioco dove ogni 'maledetta domenica' si ricompattavano come un sol uomo. Chinaglia, Wilson, Re Cecconi, Pulici, Frustalupi, Facco e, prima tragedia tra tutte, Tommaso Maestrelli: l'incredibile teoria di morti premature che ha segnato quel gruppo di uomini e giocatori straordinari. Come una vendetta del destino contro chi ha osato sfidare l'impossibile.
Per sempre giovani, verrebbe da dire, ed è stato ancora Carotenuto a dipingere la malinconia che è il sottofondo nel cuore di ogni laziale: " 'E adesso? Cosa facciamo? Ora cosa ci succederà? Tu non lo senti all'improvviso tutto questo vuoto intorno?' ", chiede Luigi Martini a Luciano Re Cecconi in un incontro al Pincio il giorno dopo lo scudetto, immaginato e raccontato nel romanzo 'Le canaglie'. "Lo scudetto sta già slittando nel gelo della storia. Vuota è pure piazza della Loggia a Brescia, ferita a morte dall'attentato. Re Cecconi aspira una boccata con soddisfazione. Appizza l'occhi e a modo suo sorride: 'Niente, Martini, vedrai che non succede niente. Credo che avremo vent'anni per sempre' ".