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La Lazio ha allargato la rosa. Andare avanti in Champions è la nuova missione di Sarri

Maurizio Sarri

 (agf)
Lotito ha scelto il tecnico e salutato Tare nel ballottaggio più difficile di questi anni, ma sul mercato non ha sempre pensato ad accontentarlo
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Maurizio Sarri è apparso in Serie A nove estati fa, nel 2014, alla testa di un Empoli promosso grazie a un bel secondo posto in B. Aveva 55 anni, Sarri, e una carica rivoluzionaria addosso che travolgeva. Quell’anno si salvò con discreto margine e ancor più discreto gioco, tanto da attirare l’attenzione di Aurelio De Laurentiis, e nei tre anni napoletani che ne derivarono lottò sempre per il titolo, andandoci davvero vicino all’ultimo tentativo. Poi, le vittorie in ambienti non suoi: l’Europa League al Chelsea e lo scudetto alla Juve — peraltro l’ultimo del ciclo dei nove — subito seguito da un esonero per evidente incompatibilità. Un anno di pausa ed ecco la Lazio, con un quinto posto seguito dal portentoso salto in alto che l’ha issato al secondo: soltanto il Napoli ha fatto meglio, e i 74 punti raccolti da Sarri sono il secondo bottino laziale da quando il campionato è a 20 squadre (per la cronaca i 78 di Simone Inzaghi nel 2020 fruttarono un quarto posto).

Maurizio Sarri è apparso in Serie A nove estati fa, nel 2014, alla testa di un Empoli promosso grazie a un bel secondo posto in B. Aveva 55 anni, Sarri, e una carica rivoluzionaria addosso che travolgeva. Quell’anno si salvò con discreto margine e ancor più discreto gioco, tanto da attirare l’attenzione di Aurelio De Laurentiis, e nei tre anni napoletani che ne derivarono lottò sempre per il titolo, andandoci davvero vicino all’ultimo tentativo. Poi, le vittorie in ambienti non suoi: l’Europa League al Chelsea e lo scudetto alla Juve — peraltro l’ultimo del ciclo dei nove — subito seguito da un esonero per evidente incompatibilità. Un anno di pausa ed ecco la Lazio, con un quinto posto seguito dal portentoso salto in alto che l’ha issato al secondo: soltanto il Napoli ha fatto meglio, e i 74 punti raccolti da Sarri sono il secondo bottino laziale da quando il campionato è a 20 squadre (per la cronaca i 78 di Simone Inzaghi nel 2020 fruttarono un quarto posto).

L’agro carattere di Sarri può piacere o meno, ma è incontestabile che questo sia il curriculum di un grande allenatore. Ecco, è questa storia di gioco e risultati ad aver convinto Claudio Lotito a scegliere il tecnico nel ballottaggio più difficile e probabilmente doloroso di questi anni in Serie A, quello col direttore sportivo Igli Tare. Che poi, a quanto se ne sa, è stata una scelta espressa col silenzio: dopo 15 anni di autentica simbiosi col presidente, Tare ha capito e ha salutato. Il fatto che due figure di questo valore non siano riuscite a trovare un modus vivendi è una disdetta per la Lazio, perché l’unione fra l’anima aziendalista di uno dei diesse meglio strutturati e la capace competitività del tecnico ha già prodotto i suoi frutti, e altri ne avrebbe portati. Ma per chi crede nei segni del destino, era tutto chiaro fin dalla prima giornata, quando il portiere scelto da Tare, Maximiano, si fece espellere dopo 6 minuti, e il sostituto scelto da Sarri, Provedel, di lì in poi non uscì più dalla formazione. Maximiano è ormai andato all’Almeria, mentre all’inizio del mercato Milinkovic — il giocatore più forte scovato da Tare — ha chiuso la sua lunga stagione laziale con un trasferimento in Arabia Saudita deludente dal punto di vista sportivo ma premiante per le casse della Lazio e ovviamente sue personali. Diversissime per peso specifico, sono due partenze che comunque fotografano la fine di un’epoca.

Le tensioni che hanno accompagnato la prima fase del mercato, in buona parte riassorbite ora che Lotito si è mosso, si spiegano proprio con le aspettative di Sarri su una serie di acquisti pesanti e soprattutto velocizzati dai soldi della Champions aggiunti all’incasso per Milinkovic. La prima volta che intervistai Sarri, sette anni fa ai tempi del Napoli, mi colpì molto una sua frase sul mercato: «In Italia — disse — appena qualcosa non funziona si pensa a chi comprare per sistemarla; io invece provo prima ad aggiustarla lavorando su ciò che ho, il mestiere di allenatore consiste anche in questo». La sostituzione di Higuain con un “nuovo” Mertens fu l’epifania di questo concetto, ma nel corso degli anni Sarri si è appassionato al tema del mercato, o meglio ha cominciato a notare nelle squadre avversarie i “pezzi” mancanti ai suoi ingranaggi, e a desiderarli. L’esempio del granata Ricci, per il quale stravede (non manca di dirglielo ogni volta che lo affronta), è il più calzante, ma vale lo stesso discorso per Berardi. Lotito però questi giocatori non li compra, o meglio il suo eterno muoversi in base alle alleanze “politiche” che si fanno e si disfano in Lega ha un impatto sulla destinazione dei suoi soldi. Questo, per esempio, è un periodo di eccellenti rapporti con la Juventus, da cui l’acquisto di Pellegrini (chiesto anche da Sarri) e soprattutto di Rovella, centrocampista di grandi potenzialità che della nuova Lazio potrebbe diventare il motore. Le stesse avance per Bonucci appartengono alla logica del presidente più che a quella dell’allenatore, che nel suo passaggio juventino non venne certo sostenuto dalla vecchia guardia bianconera: però qui potrebbe avere un peso il parere dello spogliatoio, favorevole a Bonucci per l’esperienza e la personalità che porterebbe nell’anno del ritorno in Champions. Analogo ragionamento varrebbe per Lloris, 36 anni e campione del mondo, mettete voi l’accento sul primo o sul secondo dato (Sarri l’accento lo piazza su Provedel, il suo titolare tutta la vita). Gli altri acquisti aumentano di parecchio la profondità della rosa, e a prima vista sembra che Lotito abbia mutuato la filosofia di Tare: Castellanos, Isaksen, Kamada sono giocatori forti ancora fuori dal cono di luce che moltiplica i prezzi. Con una rosa finalmente allargata, competere per due traguardi non dovrebbe essere un problema.

Eh già, la Champions è la grande novità dell’anno, e siccome il record di Sarri in Europa con le squadre italiane è povero (mai oltre gli ottavi, in nessuna coppa), gli occhi di tutti saranno puntati lì. Quale effetto avrà sul campionato? L’anno scorso la Lazio diede lo strappo decisivo verso il secondo posto subito dopo l’esclusione dalla Conference, con le quattro vittorie consecutive che scavarono un fossato con le inseguitrici. Se però scomponiamo i 74 punti complessivi, escono numeri più unici che rari a testimonianza di un’incredibile omogeneità di squadra. La Lazio ha raccolto 37 punti in casa e 37 in trasferta, 37 nel girone d’andata e 37 in quello di ritorno. Un equilibrio senza precedenti nella stagione meno piena dei gol di Immobile — a lungo infortunato, quest’anno ripartirà la sua ascesa verso il podio dei cannonieri di Serie A all time (oggi è ottavo, a 31 reti da Nordahl terzo) — e con un contributo non trascendentale da parte di Milinkovic. Il vero segreto della scorsa stagione è stato il rendimento nel mini-torneo fra le otto grandi: la Lazio ha raccolto 25 punti, anche qui meno del solo Napoli, vincendo i due derby e battendo almeno una volta tutte le altre. La qualificazione alla Champions è stata un bel lavoro, non un miracolo.

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