Lazio, il vittimismo di Sarri e la crescita zero dopo il secondo posto
dal nostro inviato Emanuele GambaLECCE – È come se sulla Lazio fosse calato il velo nero dell’impossibilità, quel sipario scuro che toglie luce all’entusiasmo dell’ambizione, che mette un limite, che alza un muro tra i sognatori e i realisti, se non addirittura tra l’ottimismo e il pessimismo. “Questa partita preoccupa perché siamo una squadra che deve fare qualcosa di straordinario per migliorare l’anno scorso”, diceva Immobile a sconfitta di Lecce ancora calda, dopo quei due schiaffoni con i quali i salentini l’hanno ribaltata in due minuti dopo averla però scossa, agitata, sballottata per un tempo intero e anche più.
È come se la Lazio avesse maturato la consapevolezza inconscia di non poter andare oltre al secondo posto della primavera scorsa, che poi è un pensiero assolutamente legi…
LECCE – È come se sulla Lazio fosse calato il velo nero dell’impossibilità, quel sipario scuro che toglie luce all’entusiasmo dell’ambizione, che mette un limite, che alza un muro tra i sognatori e i realisti, se non addirittura tra l’ottimismo e il pessimismo. “Questa partita preoccupa perché siamo una squadra che deve fare qualcosa di straordinario per migliorare l’anno scorso”, diceva Immobile a sconfitta di Lecce ancora calda, dopo quei due schiaffoni con i quali i salentini l’hanno ribaltata in due minuti dopo averla però scossa, agitata, sballottata per un tempo intero e anche più.
È come se la Lazio avesse maturato la consapevolezza inconscia di non poter andare oltre al secondo posto della primavera scorsa, che poi è un pensiero assolutamente legittimo anche a livello lucido e razionale: a livello strettamente statistico, migliorarsi significherebbe vincere lo scudetto e la Lazio non è attrezzata a nessun livello per farlo, né nessuno gli chiede che lo faccia. Ma è come se questo divieto al progresso avesse ricacciato i biancocelesti indietro di più posizioni, togliendo loro dalla testa la considerazione che migliorarsi può anche voler dire confermarsi tra le prime quattro, alzare la qualità del gioco, crescere individualmente, maneggiare la consapevolezza di potersela giocare anche con i ricchi, i più potenti e in definitiva i più forti. Forse la Lazio ha posto male la domanda da fare a sé stessa e ha sbagliato risposta, cominciando il campionato con una partita concettualmente sbagliata, nella quale ha reso superiore una squadra che le era inferiore. Migliorarsi significa anche evitare che questo accada, e non è nulla di straordinario. È questo il punto.
Sarri a Lecce era imbelvito. Ha parlato di “secondo tempo inspiegabile, inaccettabile”. Ha accusato i suoi di “superficialità, che è peggio della distrazione perché la distrazione dura un attimo mentre superficiali lo siamo stati per tutto il secondo tempo”. Ha detto che “abbiamo difeso in maniera ridicola, perché abbiamo lasciato i quattro difensori in balia dei loro attaccanti”, incolpando dunque di lassismo centrocampisti e attaccanti. Il disagio visto al Via del Mare è parso una conseguenza di un’estate balorda, con i giorni scanditi dai silenzi nervosi di Sarri, dai ritardi del tuttofare Lotito (la società, a livello dirigenziale è sempre più smagrita e il presidente si occupa praticamente di ogni cosa pur avendo molto altro da fare, incluso il senatore della Repubblica), dalle perplessità dei tifosi, dai tormenti per la partenza del giocatore più decisivo, dai dubbi sull’effettiva crescita della squadra a livello di organico (la crescita c’è ed è stato fatto forse il massimo di ciò che il club avrebbe potuto fare, in base ai mezzi che ha).
All’esordio con la testa sbagliata
Dal punto di vista mentale, insomma, il primo mese e mezzo di lavoro è stato un disastro e la squadra è arrivata con la testa sbagliata all’esordio in campionato. La vittoria dell’entusiasta Lecce (teoricamente non migliorato per niente, visto che ha perso i leader di centrocampo e difesa e i due centravanti: però D’Aversa non se n’è mai lamentato) ne è stata la conseguenza. Per capire ancora meglio il quadro psicologico dell’agosto laziale tornano utili altre parole di Sarri, a cui è stato chiesto se durante l’estate abbia mai pensato di dimettersi, visto che i rinforzi richiesti (e necessari) tardavano ad arrivare e su molti nomi non c’è stata concordanza col presidente. “Se avessi voluto fare il furbetto me ne sarei andato dopo Empoli”, cioè la partita del 3 giugno scorso che ha sancito il secondo posto laziale.
Il pessimismo di Sarri
“Tanto lo sapevo che meglio non si poteva fare”: rieccolo, il velo dell’impossibilità, quell’eccesso di realismo che sta impedendo alla squadra di recuperare la spavalda leggerezza con la quale ha confezionato l’esaltante stagione passata, ora giudicata così miracolosa da risultare irripetibile. “Sono rimasto”, ha spiegato l’allenatore, “perché sto bene a Roma e ancora meglio alla Lazio e mi sento responsabile nei confronti dei tifosi. Quando ho deciso di rimanere l’ho fatto senza tentennamenti, ben sapendo a cosa saremmo andati incontro”. Sarri non vende fumo ed è un gran pregio, ma la sensazione è che stavolta abbia esagerato, lasciando che il realismo sconfinasse nel vittimismo, mentre l’ambiente laziale volava spensierato sulle ali dell’utopia. “Non cresciamo mai” è sbottato Sarri a Lecce: frase sacrosanta, ma lui e i giocatori sono così convinti di saperlo e poterlo fare o si sono ficcati in testa ben altri pensieri?