Quaranta lunghissimi metri di prato hanno separato un ragazzo, Niang, dal suo possibile nuovo futuro e una squadra, il Milan, da un eventuale diverso destino. Si corre verso un obiettivo, verso una porta forse aperta o forse sbarrata. Si corre verso una più completa idea di se stessi. Si corre forte e si corre a vuoto. Si corre verso l'ignoto.
Nessuno può dire che il giovane Niang abbia corso male. Ha controllato bene il pallone, ha resistito al recupero dell'avversario, ha visto il portiere coprire in uscita il primo palo, ha puntato al secondo, incrociando il tiro come nei manuali. E quel pallone ha sbattuto contro il palo. Perché il calcio, come la vita, è anche una questione di centimetri e la legge del caso lo governa, più della regola dell'errore o dell'esattezza.
Il giovane Niang appartiene alla nuova generazione crestata, è un puledro che galoppa con la fronte alta e la criniera al vento. Bravo all'ala, appuntito in area. Spavaldo e convinto di sè come solo a quell'età. A vent'anni si è stupidi davvero, cantava Guccini, ed è una stupidità meravigliosa, tra virgolette e piena di futuro. Contiene in sè molte necessarie illusioni, e una fragilità travestita da arroganza. Beati i ventenni e il loro numero di errori ancora smisurato, ancora elevabile al cubo ben più del nostro: che pure ci difendiamo.
Quaranta metri di corsa potevano forse cambiare una partita: non è andata così, non sarebbe stato giusto. Quaranta metri di prato cambieranno comunque la sorte di un giovane, bravissimo calciatore: insegnandogli l'errore e la sfortuna, ne fortificheranno la speranza e l'illusione. I due sinonimi che ci tengono vivi, nonostante tutto.
Nessuno può dire che il giovane Niang abbia corso male. Ha controllato bene il pallone, ha resistito al recupero dell'avversario, ha visto il portiere coprire in uscita il primo palo, ha puntato al secondo, incrociando il tiro come nei manuali. E quel pallone ha sbattuto contro il palo. Perché il calcio, come la vita, è anche una questione di centimetri e la legge del caso lo governa, più della regola dell'errore o dell'esattezza.
Il giovane Niang appartiene alla nuova generazione crestata, è un puledro che galoppa con la fronte alta e la criniera al vento. Bravo all'ala, appuntito in area. Spavaldo e convinto di sè come solo a quell'età. A vent'anni si è stupidi davvero, cantava Guccini, ed è una stupidità meravigliosa, tra virgolette e piena di futuro. Contiene in sè molte necessarie illusioni, e una fragilità travestita da arroganza. Beati i ventenni e il loro numero di errori ancora smisurato, ancora elevabile al cubo ben più del nostro: che pure ci difendiamo.
Quaranta metri di corsa potevano forse cambiare una partita: non è andata così, non sarebbe stato giusto. Quaranta metri di prato cambieranno comunque la sorte di un giovane, bravissimo calciatore: insegnandogli l'errore e la sfortuna, ne fortificheranno la speranza e l'illusione. I due sinonimi che ci tengono vivi, nonostante tutto.