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Milan, un futuro a tinte fosche. Il rischio si chiama mediocrità

Mario Balotelli (ansa)
La differenza rispetto al passato sta nella totale assenza di prospettive tecniche. La distanza con le grandi d'Europa è diventata abissale, il decimo posto in campionato non è una casualità. Seedorf ha poche colpe, orizzonti limitati, se qualcosa non cambia sarà dura rialzarsi subito
di ENRICO CURRO'
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MILANO - Il dato di fatto più allarmante della batosta del Calderòn non è la sconfitta in sé e neppure le dimensioni del tracollo. Non è la prima volta che il Milan chiude una trasferta europea sotto il peso di valanghe di gol. Era capitato, ad esempio, nella semifinale di coppa Uefa del 2002 (0-4 a Dortmund). E poi, in Champions, nel 2004 a La Coruña (1-4), nel 2010 a Manchester (0-4), nel 2012 a Londra (0-3 con l'Arsenal, che però fu ugualmente eliminato grazie al vantaggio dell'andata) e l'anno scorso a Barcellona (0-4). La differenza sta purtroppo nella totale assenza di prospettive tecniche. Perfino nel 2013, malgrado l'impotenza di fronte al Barça di Messi, la squadra lasciò intravedere margini di miglioramento che stavolta, invece, sono oggettivamente impossibili da rilevare anche per il tifoso più ottimista e dalla fede più incrollabile.
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Mai come in questa edizione - l'Atletico Madrid, oltretutto, non era invulnerabile e il campo lo ha in parte confermato - la distanza tra il Milan e le grandi d'Europa è diventata abissale. Il decimo posto in campionato non è una casualità. Gli altri Milan succitati, anche quando cadevano in Europa, avevano un obiettivo concreto da inseguire al ritorno in Italia: per male che potesse andare la campagna straniera, c'era sempre un piazzamento tra le prime tre della serie A, se non addirittura la lotta per lo scudetto.
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Tutto questo oggi è un ricordo molto pallido ed è difficile immaginare che la squadra possa rialzarsi in tempi brevi, composta com'è di giocatori poco affini tra loro, poco coesi, soprattutto poco forti: la mediocrità del rendimento in campionato è l'espressione di una mediocrità diffusa della rosa, i cui picchi sono legati unicamente agli ingaggi. Il Milan di oggi è al confino, emarginato dalle avversarie che contano: in Europa come in Italia. Non si tratta evidentemente di un problema di allenatore, come non lo era ai tempi di Allegri. Anche se Seedorf sta mostrando i difetti dell'apprendista, il vizio di base sta nella navigazione a vista.
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Gli orizzonti sono limitati e qualunque piccola roccia sporga dallo stagno in cui il club si è infilato rischia di fare affondare tutto. Uno dei luoghi comuni del calcio è che un anno di esilio dalle coppe possa risultare anche benefico, in quanto propedeutico a ogni rifondazione tecnica. In questo caso, invece, pare il contrario. Se al Milan non riuscirà nelle ultime 11 giornate la complicatissima rimonta per la qualificazione all'Europa League, magari ritrovando nel finale un po' del talento di El Shaarawy, il rischio è quello di una lunga certificazione del nuovo status: la mediocrità.
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