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Maldini, il marchio di Daniel e una dinastia senza fine

Daniel Maldini realizza la sua prima rete in serie A (reuters)

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La vita 'dura' dei figli d'arte, l'etichetta del raccomandato, spazzata via in un colpo di testa al Picco di La Spezia. Dopo nonno Cesare e un emozionato papà Paolo, ora c'è lui
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C’è sempre una prima volta e per la dinastia più favolosa della storia del calcio non poteva non essere speciale. Papà Paolo Maldini, che al Milan non è un dirigente qualunque ma un simbolo nonché l'artefice del mercato, ha visto dalla tribuna il figlio Daniel segnare il suo primo gol in serie A. Ha abbracciato d’istinto l’amico più vicino: Frédéric Massara, il direttore sportivo, col quale trascorre le sue giornate, da quando appunto fa il direttore tecnico, e col quale passa verosimilmente molto più tempo che con Daniel stesso e con la moglie Adriana e con l’altro figlio Christian, difensore della Pro Sesto. Il Paolo Maldini calciatore è sempre stato descritto come un campione che sapeva controllare le emozioni. Lo ha fatto anche stavolta, in apparenza. Però il brillio degli occhi non può mentire: era lo stesso di un paio d’ore prima, quando stava per salire nella tr…

C’è sempre una prima volta e per la dinastia più favolosa della storia del calcio non poteva non essere speciale. Papà Paolo Maldini, che al Milan non è un dirigente qualunque ma un simbolo nonché l'artefice del mercato, ha visto dalla tribuna il figlio Daniel segnare il suo primo gol in serie A. Ha abbracciato d’istinto l’amico più vicino: Frédéric Massara, il direttore sportivo, col quale trascorre le sue giornate, da quando appunto fa il direttore tecnico, e col quale passa verosimilmente molto più tempo che con Daniel stesso e con la moglie Adriana e con l’altro figlio Christian, difensore della Pro Sesto. Il Paolo Maldini calciatore è sempre stato descritto come un campione che sapeva controllare le emozioni. Lo ha fatto anche stavolta, in apparenza. Però il brillio degli occhi non può mentire: era lo stesso di un paio d’ore prima, quando stava per salire nella tribuna dello stadio Picco e di fronte ai complimenti per il suo lavoro aveva masticato un rapido “grazie”, completato proprio dagli occhi. Che stesse pensando alla partita - e che la partita non fosse esattamente come tutte le altre - era evidente: era il debutto di Daniel da titolare in campionato.

La vita 'dura' dei figli d'arte

Per i figli d’arte non è mai semplice salire sulla scena e restarci. Nessuno può saperlo meglio di Paolo, figlio di Cesare, primo capitano del Milan a sollevare la Coppa Campioni. Se ti va bene, appena ti affacci in prima squadra, ti danno del raccomandato. Era enorme il talento precoce di Paolo, che in A esordì poco più che sedicenne, e ancora più grande fu la sua capacità di reggere le pressioni, di fare per lo sport sacrifici ignoti alla maggioranza dei coetanei, di sopportare la professoressa del liceo che lo chiamava “il calcista” e gli fissava perfida l’interrogazione all’indomani di una trasferta. Ma per il ragazzo Daniel, il cui ventesimo compleanno cade il prossimo 11 ottobre, le pressioni sono perfino doppie, anzi triple, perché è figlio d’arte e nipote d’arte e perché fa l’attaccante, che il ruolo più appariscente. A Maldini junior junior, figlio di Paolo e nipote di Cesare, cioè dei due difensori capitani del Milan che hanno levato al cielo la Coppa dei Campioni, qualche etichetta è già stata appiccicata: troppo fragile, troppo acerbo, troppo indefinito nel ruolo, seconda punta o trequartista o esterno. Il suo reparto è affollato e non da gente qualsiasi. Ci sono i veterani Ibra e Giroud e i talenti appena un po’ più anziani di lui: Leao, Diaz, Saelemaekers, da poco anche Pellegri. Tuttavia è parecchio affollato anche il calendario: Pioli ha scovato per lui il momento giusto e il ruolo giusto. La partita era difficile, a La Spezia il Milan cadde malamente lo scorso febbraio, ma non impossibile. E il ruolo, nel pomeriggio di mezzo riposo per Diaz e Leao perché martedì prossimo a San Siro c’è l’Atletico Madrid in Champions, era difficile ma non impossibile pure quello: sottopunta, si dice oggi in gergo e significa quello che ronza attorno al centravanti e ne fiuta le sponde e s’infila in area appena può e duetta. Daniel ha ronzato, fiutato, duettato, ma ha anche recuperato palloni con rabbia, se gli capitava di perderli, e ha fatto fallo, se serviva. E’ rientrato nello spogliatoio abbastanza soddisfatto, non del tutto. Mancava il gol: cross di Kalulu dal fondo, colpo di testa, Zoet sorpreso e vagamente impacciato, il groviglio dei compagni in festa, l’abbraccio collettivo sotto la bandierina, altri spezzoni di gioco umile da gregario con tanto di ammonizione, l’uscita dopo un’ora indimenticabile in staffetta con Bennacer: da oggi Daniel è più Daniel Maldini e forse meno figlio d’arte e nipote d’arte.

Il primo gol della dinastia fu di Cesare

 Il primo gol in serie A della dinastia con la maglia rossonera lo segnò sessant’anni fa nonno Cesare a San Siro, il 3 settembre 1961: era il 3-0 al Catania e lui aveva appena cominciato il suo sesto campionato, il quinto col Milan. Papà Paolo, che con la materia aveva certamente più dimestichezza, aspettò la seconda stagione: accadde a Como, il gennaio 1987, trentaquattro anni fa. Il portentoso figlio d’arte non ne aveva ancora compiuti 19, quando bruciò tutti, compagni avversari, sulla respinta di Paradisi al colpo di testa di Virdis su cross di Donadoni. Dalla tribuna dello stadio Sinigaglia si vede il lago di Como. Dalla tribuna dello stadio Picco di vede l’Arsenale, proprio accanto alla porta del gol di Daniel. Negli stadi piccoli, spicchi di prato strappati alla città, a volte possono nascere storie grandi. In tribuna c’era anche Evani, vice del ct Mancini in Nazionale. L’importante è sapere che le storie grandi non devono nascere per forza. Devono semplicemente capitare.