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Kalulu: "Leggo i gialli e studio storia, in Champions col Milan grazie a mamma e papà"

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Il difensore rossonero arrivato per 480 mila euro dal Lione: "Amo Agatha Christie, guardo video sui personaggi storici. Quando da bambino vedevo i mie genitori al campo davo di più. Ora voglio il prossimo Mondiale superare il Tottenham: è dura, ma è nell'identità del Milan"
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Pierre Kalulu, ci dà le percentuali della stagione della sua formidabile famiglia di 4 calciatori professionisti?

"Per Aldo, il nostro fratello maggiore attaccante, vedo la promozione in Ligue 1 col Sochaux al 75%. Per il secondo, Gédéon, difensore come me, le coppe europee col Lorient al 50%. Per il più piccolo, Joseph difensore pure lui, è ancora presto, ma intanto è in N2, la quarta divisione francese, col Saint-Priest. Una sportiva è anche anche nostra sorella Claudette, che ha 20 anni, è un’ottima nuotatrice, e studia comunicazione".

Non ha fatto previsioni sul terzogenito?    

"Su di me? Qualificazione alla prossima Champions col Milan al 98%".

E questa Champions in cui vi giocate un posto tra le prime 8 d’Europa, che il Milan non vede dal 2012?

"Già essere a questo punto significa che invertire la tendenza dipende dai nostri piedi. Certo, è una par…

Pierre Kalulu, ci dà le percentuali della stagione della sua formidabile famiglia di 4 calciatori professionisti?

"Per Aldo, il nostro fratello maggiore attaccante, vedo la promozione in Ligue 1 col Sochaux al 75%. Per il secondo, Gédéon, difensore come me, le coppe europee col Lorient al 50%. Per il più piccolo, Joseph difensore pure lui, è ancora presto, ma intanto è in N2, la quarta divisione francese, col Saint-Priest. Una sportiva è anche anche nostra sorella Claudette, che ha 20 anni, è un’ottima nuotatrice, e studia comunicazione".

Non ha fatto previsioni sul terzogenito?    

"Su di me? Qualificazione alla prossima Champions col Milan al 98%".

E questa Champions in cui vi giocate un posto tra le prime 8 d’Europa, che il Milan non vede dal 2012?

"Già essere a questo punto significa che invertire la tendenza dipende dai nostri piedi. Certo, è una partita difficile in casa del Tottenham, che da poco ha giocato una finale di Champions. Ma è un torneo che appartiene all’ìdentità del Milan".

Siete una squadra dal gioco europeo anche con la riforma di Pioli della difesa a 3?

"Io non sono cresciuto in Italia, ma parlerei di gioco moderno: offensivo, di molta corsa, di intensità nei duelli. Ora che ho giocato qualche partita in Champions, posso dire che l’intensità è più alta rispetto al campionato".

La Serie A passa per il torneo più tattico del mondo.

"Dipende dalla squadra che affronti e il calcio ad alto livello è fatto tutto di professionisti, però è vero che in serie A gli allenatori fanno più attenzione all’aspetto difensivo. In Francia si difende più in blocco, qui più individualmente, uno contro uno, il che a volte è più rischioso".

La famosa differenza con la Premier League è di giocatori o di risorse economiche? 

"Quando affronti una squadra inglese, ti senti allo stesso livello o anche superiore. Solo che in Champions il ritmo deve essere più alto, è tutto più veloce, cambia il tempo effettivo e sul campo lo senti. La verità è che 20 minuti in Champions non sono gli stessi che in serie A. Quanto ai soldi, se ne hai di più in teoria più puoi comprare più talento. Non è il prezzo che fa il talento, ma aiuta. Tra i Paesi, però, calcisticamente non c’è tutta questa differenza".

Se Milan, Napoli e Inter passassero ai quarti, potrebbe essere l’anno della svolta.

"Se succedesse, non sarebbe una sorpresa: quelle contro Napoli e Inter sono sempre le partite più europee. Poi è chiaro che il calcio è uno sport imprevedibile".

Lei, titolare nella squadra dello scudetto, non è stato convocato da Deschamps nella Francia del Mondiale: la Serie A è meno mediatica delle altre leghe?

"Le scelte del ct vanno rispettate. Quando hai un obiettivo e non riesci a raggiungerlo, la delusione è naturale: il Mondiale è la cosa più importante e farò di tutto per essere al prossimo. Sono francese e sono stato il primo tifoso della Francia, peccato che sia finita ai rigori con l’Argentina. Comunque frequento la Serie A ormai da 3 anni e il livello è molto alto".

Suo fratello Gédéon ha scelto di giocare per il Congo, terra d’origine dei vostri genitori.

"Io sono stato chiamato fin da piccolo per le giovanili della Francia e anche se per ora non ho debuttato in Nazionale, il problema non si è posto. Di Gédéon sono contento: in famiglia tifiamo tutti per lui".

Da Revaison, quartiere di Saint-Priest, periferia di Lione, vi muovevate tutti insieme per gli allenamenti alla Plaine de jeux de Gerland.

"E adesso che sono più adulto, vedo che questo ha fatto la differenza: essere seguito da papà e mamma, quanti sacrifici hanno fatto per noi. Quando giocavo e vedevo papà e mamma, avevo una spinta in più: fare in modo che fossero fieri di me". 

Suo padre era allenatore di squadre scolastiche.

"E professore di storia. La sua frase classica, “chi osa vince”, l’abbiamo subito imparata a memoria. Io andavo bene a scuola, ho preso la maturità economico-sociale un anno prima. Preferivo le materie sociali e la storia, amo molto leggere. Quando guardo la quantità di libri che ho letto, mi chiedo come ho fatto".

I preferiti?

"I gialli di Agatha Christie, mi piace l’ispettore Poirot. E poi la storia. Appena torno a casa, guardo su youtube i video storici di "Nota bene": 30’-40’ su personaggi e avvenimenti".

L’attualità è la strage dei migranti in mare, sui barconi.

"Anche se hai avuto la fortuna di non vivere certe situazioni, queste notizie sono un colpo al cuore. Chi è disposto a rischiare la vita evidentemente non ha scelta, perché l’istinto umano è di vivere. Io penso che si debba aiutare chi ha più bisogno, sono crescuto così. La guerra, anche in Africa e adesso in Ucraina, è la cosa peggiore per la gente. Non si può fare una classifica della sofferenza, questo soffre di più e questo meno: bisogna provare ad aiutare sempre".

Il calcio è un paradigma della vita: di lei il suo primo allenatore, Roger Martinez, apprezzava l’intelligenza tattica al servizio della squadra.

"Se lo dice lui, gli anziani dicono la verità. Scherzi a parte, da bambino ero già difensore o mezzala, e forse avevo già la dote di pensare in anticipo le giocate. L’altra era l’orgoglio. Ricordo il mio primo gol in Serie A, col Genoa: conosco il mio livello, le mie qualità. Avevo fatto un errore non da me, dovevo dimostrare di più".

E l’eleganza in campo?

"Colpa della mamma, mi ha insegnato a presentarmi bene. Mi piace la moda, lo stile, essere originale".

Può raccontare il suo approdo al Milan, lei conteso tra Tony Parker, idolo francese dell’Nba, e una leggenda come Paolo Maldini?

"Giocavo in seconda squadra al Lione. Maldini e Massara, in videochiamata, mi hanno detto cose entusiastiche sul mio modo di giocare: poteva dirmele solo chi mi aveva osservato a lungo. Questo mi ha lusingato. Mi trattavano da giocatore importante, eppure non avevo fatto niente da professionista. Per quanto facessi finta di niente, era molto bello: mi hanno detto che con me il Milan si sarebbe preso tutto il tempo necessario, che mi avrebbe aspettato 2 mesi, 6 mesi, 1 anno, 1 anno e mezzo".

E Tony Parker, l'ex campione Nba oggi consigliere del presidente dell'OL Aulas, che la voleva al Lione?

"Arriva una chiamata da un numero Usa, non rispondo, pensavo a un errore. Poi una videochiamata, penso di avere le allucinazioni. Alla terza c’è un colloquio di tre quarti d’ora. Lui mi dice: conosco il tuo talento, la scelta è tua. Avere il suo numero in rubrica non è da tutti".

Nemmeno passare al Milan per soli 480 mila euro, il grande colpo del mercato.

"La cifra non mi ha mai condizionato, quei soldi non sono finiti nelle mie tasche e non sta a me dire se qualcuno ha fatto un colpo e qualcun altro un errore. Però sono orgoglioso di essermi dimostrato più forte di quanto la gente pensasse".

La Francia ha talenti clamorosi, l’Italia fatica a trovare i convocati: questione di Paesi più o meno multietnici?

"Può contare, ma conta di più la maniera di vivere il calcio. La cosa più strana è che voi italiani siete forse il popolo che ama il calcio di più, più degli inglesi e dei francesi, eppure questo non si riflette sui bambini. I ragazzi francesi giocano ovunque, non c’è paura di lanciare i giovani e loro non hanno paura di andare via. Kolo Muani in Ligue 1 giocava per salvarsi ed è andato in Germania. Poi certo uno come Mbappé è un grande traino per i giovani, una luce".

Le seconde squadre?

"Contano, eccome. Io, se non avessi giocato in quarta divisione con l’OL 2 contro gli adulti, avrei fatto più fatica a crescere. In Italia dalla Primavera vai in serie D, poi è difficile salire".

Perché lei vive a Varese e non a Milano: per sfuggire alle tentazioni della metropoli, come ai loro tempi Gattuso e Inzaghi, che scelsero Gallarate?

"Per dormire di più e per recuperare meglio: è più vicina a Milanello".

La sua generazione usa tanto i social: troppo, forse?

"Sono esagerati, nel bene e nel male. Il male è che spesso lo si fa senza preoccuparsene. Ma è il mondo, dei social non si può fare a meno: danno alla gente la percezione di noi".

Che cosa pensa del nuovo stadio a Milano?

"A Lione si è passati dal vecchio Gerland a uno stadio futuristico. San Siro è diverso, ma se il club decide di abbandonarlo, vuol dire che ne abbiamo bisogno. Se ce ne sarà uno nuovo, spero di vederlo prima di lasciare Milano".

Mbappé ha detto che in Italia andrebbe solo al Milan.

"E chi non lo vorrebbe?".

Lei è un gone di Lione, in gergo uno dei monelli calcistici di una città che ha dato campioni come Fekir, Gonalons, Lacazette, Caqueret, Cherki, Gusto, Lukeba e naturalmente Benzema: il segreto?

"Il grandissimo talento, ce n’è davvero un sacco. Abbiamo già un Pallone d’oro: poche città possono dire la stessa cosa".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Francia ha talenti clamorosi, l’Italia fatica a trovare i convocati: questione di Paesi più o meno multietnici?

 

Può contare, ma conta di più la maniera di vivere il calcio. La cosa più strana è che voi italiani siete forse il popolo che ama il calcio di più, più degli inglesi e dei francesi, eppure questo non si riflette sui bambini. I ragazzi francesi giocano ovunque, non c’è paura di lanciare i giovani e loro non hanno paura di andare via. Kolo Muani in Ligue 1 giocava per salvarsi ed è andato in Germania. Poi certo uno come Mbappé è un grande traino per i giovani, una luce.

Le seconde squadre?

Contano, eccome. Io, se non avessi giocato in quarta divisione con l’OL 2 contro gli adulti, avrei fatto più fatica a crescere. In Italia dalla Primavera vai in serie D, poi è difficile salire.

Perché lei vive a Varese e non a Milano: prer sfuggire alle tentazioni della metropoli, come ai loro tempi Gattuso e Inzaghi?

Per dormire di più e per recuperare meglio: è più vicina a Milanello.

La sua generazione usa tanto i social: troppo, forse?

Sono esagerati, nel bene e nel male. Il male è che spesso lo si fa senza preoccuparsene. Ma è il mondo, dei social non si può fare a meno: danno alla gente la percezione di noi.

Che cosda pensa del nuovo stadio a Milano?

A Lione si è passato dal vecchio Gerland a uno stadio futuristico. San Siro è diverso, ma se il club decide di abbnandonarlo, vuol dire che ne abbiamo bisogno. Se ce ne sarà uno nuovo, spero di v ederlo prima di lasciare Milano.

Mbappé ha detto che in Italia andrebbe solo al Milan.

E chi non lo vorrebbe?

Lei è un gone di Lione, in gergo uno dei monelli calcistici di una città che ha dato campioni come Fekir, Gonalons, Lacazette, Caqueret, Cherki, Gusto, Lukeba e naturalmente Benzema: il segreto?.

“Il grandissimo talento, ce n’è davvero un sacco. Abbiamo già un Pallone d’oro: poche città possono dire la stessa cosa.