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Rivoluzione Milan, l’uomo della finanza e l’allenatore all’inglese: parte la sfida di Furlani e Pioli

Giorgio Furlani

 
A Milanello si ricomincia dalle rumorose assenze di Maldini, Tonali, Massara e Ibrahimovic. Il mercato da puntellare e la gestione della squadra con poteri rafforzati sono le difficili missioni del manager-economista e del tecnico. Il modello del calcio business dichiarato dalla proprietà americana RedBird-Elliott è un inedito per la serie A e un’incognita per i tifosi
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MILANO - I 41.500 abbonamenti sono il più evidente segno della gratitudine dei tifosi del Milan verso Pioli e la sua squadra, che se la sono meritata con lo scudetto, con la semifinale di Champions e con le tre consecutive qualificazioni per il torneo per club più importante del calcio moderno (l’ultima della serie grazie anche alla penalizzazione della Juventus), dopo 7 anni di esilio. L’apertura di credito se l’è guadagnata pure la proprietà americana del binomio Elliott-RedBird, che ha risanato il bilancio senza perdere di vista i risultati sportivi. Ora, nella stagione che comincia ufficialmente col raduno a Milanello, la società ha fatto scelte drastiche (via Maldini e Massara, Tonali venduto al Newcastle per 80 milioni di euro, poteri rafforzati per l’allenatore), di totale rottura col passato anche prossimo e per molti versi rivoluzionarie. Diventa dunque sottinteso che, di fronte alla rivoluzione americana, la fiducia dei milanisti sarà per la nuova dirigenza una conquista quo…

MILANO - I 41.500 abbonamenti sono il più evidente segno della gratitudine dei tifosi del Milan verso Pioli e la sua squadra, che se la sono meritata con lo scudetto, con la semifinale di Champions e con le tre consecutive qualificazioni per il torneo per club più importante del calcio moderno (l’ultima della serie grazie anche alla penalizzazione della Juventus), dopo 7 anni di esilio. L’apertura di credito se l’è guadagnata pure la proprietà americana del binomio Elliott-RedBird, che ha risanato il bilancio senza perdere di vista i risultati sportivi. Ora, nella stagione che comincia ufficialmente col raduno a Milanello, la società ha fatto scelte drastiche (via Maldini e Massara, Tonali venduto al Newcastle per 80 milioni di euro, poteri rafforzati per l’allenatore), di totale rottura col passato anche prossimo e per molti versi rivoluzionarie. Diventa dunque sottinteso che, di fronte alla rivoluzione americana, la fiducia dei milanisti sarà per la nuova dirigenza una conquista quotidiana. Questo è più che mai il Milan di Giorgio Furlani, classe 1979, milanese con la passione rossonera, curriculum da manager dell’alta finanza. La sfida è soprattutto la sua: di un finanziere, estraneo per formazione al mondo calcistico, che gestisce in prima persona una grande squadra con criteri dichiaratamente improntati al business. Per la serie A è decisamente un inedito.

Stefano Pioli

 

Il passaggio da Elliott a RedBird

Entrato nel Cda come uomo del fondo Elliott (la proprietà del club dal 2018, quando subentrò all’insolvente debitore, l’oscuro imprenditore cinese Yonghong Li che era stato scovato da Fininvest fino alla tormentata cessione del 2017) e diventato nel novembre 2022 amministratore delegato al posto del sudafricano di scuola anglosassone Ivan Gazidis (che aveva lavorato nell’Arsenal e nella Mls, la lega del calcio americano), Furlani ha fatto rapido apprendistato a Casa Milan, forte del proprio inattaccabile curriculum: bocconiano, master in business administration ad Harvard, è stato analista alla Lehman Brothers e nelle società di investimento Silver Point Capital e Apollo, prima di entrare nel 2010 nel fondo attivista Elliott della famiglia Singer, colosso del settore, per il quale ha affrontato dossier importanti: valgano per tutti i casi Ansaldo Sts e Tim, con i vertici dei giganti Hitachi e Vivendi come interlocutori. Poi, quando Elliott ha rilevato il controllo del Milan, ha scelto il calcio con l’avallo di Gordon Singer, fino all’attuale ruolo di amministratore delegato, attraverso il passaggio nel cda da membro in quota Elliott a membro di RedBird, la holding di Gerry Cardinale che nell’agosto 2022 ha formalmente rilevato la maggioranza delle quote azionarie del club da Elliott.

Il manifesto dello sport business

Se i puristi del calcio storcono il naso, Furlani ha subito dimostrato di non spaventarsi per la battaglia, né per l’etichetta di neofita. Lo aveva preannunciato nel marzo 2022 al forum del Financial Times, snocciolando il manifesto programmatico: trasformare il Milan in un media business, ridurre i costi per la rosa, non trattenere per forza i calciatori con più valore di mercato, costruire uno stadio nuovo e ipermoderno. L’accelerazione verso il programma è stata vorticosa. Con la defenestrazione, un anno prima della scadenza del contratto, di un dirigente simbolo come il capo dell’area tecnica Maldini, che chiedeva investimenti sul settore sportivo proporzionati agli introiti del club e per questo aveva presentato un piano triennale, e del suo braccio destro, il ds Massara. Con la cessione a peso d’oro della bandiera futura Tonali. Col mercato dei giovani talenti in cerca di rilancio, come i centrocampisti del Chelsea Loftus-Cheek e Pulisic.

Il ruolo di Cardinale

Formalmente è stato Cardinale a dare il benservito senza complimenti a Maldini e Massara, demiurghi del ciclo vincente targato Leao, Hernandez, Maignan, Tonali, Giroud e nella prima fase Ibrahimovic (e Kessié, sacrificato a parametro zero, come prima di lui Donnarumma, sull’altare del monte stipendi). Cardinale incarna il suddetto modello del media business. Il fondatore della società RedBird Capital, manager degli sport professionistici americani, dello spettacolo e dei diritti televisivi, cioè appunto del cosiddetto show business, per sua stessa ammissione fino a 5 anni fa non sapeva molto del calcio europeo: l’ingresso è stato in Francia nel Tolosa, appena lasciato nei giorni scorsi per evitare conflitti di interesse con l’Uefa sulle multiproprietà. Cardinale non ha avuto tentennamenti nel liberarsi di Maldini, che oltre a essere un simbolo vivente del Milan ha anche dimostrato notevoli capacità sul mercato, avendo valorizzato i numerosi giovani talenti e aggiustato il bilancio grazie agli introiti imprevisti garantiti dai risultati sportivi: un centinaio di milioni di euro arrivati in anticipo su ogni pronostico, come il diciannovesimo scudetto e l’ingresso tra le prime 4 d’Europa. Il fallimento di De Ketelaere e Origi non inficia il lavoro quadriennale, gestito all’inizio da Maldini insieme a un altro ex campione del grande Milan allontanato con un traumatico divorzio, il dirigente internazionale Zvonimir Boban, e poi insieme a Frédéric Massara in un tandem affiatato e competente. Ma il fondatore di RedBird, che allo stadio si vede pochissimo e nelle pubbliche conferenze stampa proprio mai (sono una consuetudine italiana dalla quale la proprietà straniera del Milan rifuggiva volentieri già durante la gestione Elliott), non ha ovviamente preso la decisione da solo. Lo ha fatto con l’implicito avallo dei vertici del fondo Elliott (Gordon Singer), che grazie al prestito di 560 milioni di euro a RedBird, sui complessivi 1.2 miliardi del passaggio di proprietà perfezionato un anno fa, conservano un rilevante potere di controllo sulla politica gestionale del club e che restano legati sia all’ad Furlani sia al presidente Paolo Scaroni. Il quale, tornato al vertice dell’Enel dove lo chiamò nel 2002 Silvio Berlusconi premier (nel 2005 sarebbe invece salito all’Eni), ricopre la carica calcistica dal 2018.

Pioli manager all’inglese

Il resto è storia di oggi, di questo raduno al quale il Milan si presenta forte della fiducia meritata da allenatore e giocatori, che hanno saputo risalire dalla mediocrità, rappresentata dal famoso 0-5 prenatalizio in casa dell’Atalanta nel 2019, e lo hanno fatto anche attraverso il gioco. L’entusiasmo restituito ai milanisti, dentro il vecchio Meazza sempre pieno e fonte di incassi da record, rappresenta la più grande conquista dell’ultimo triennio rossonero. Il nuovo assetto dell’area sportiva, col mercato gestito da Furlani e dal tandem formato dal capo degli osservatori, il quotato francese Geoffrey Moncada, e dal nuovo direttore sportivo emergente Antonio D’Ottavio, coinvolge direttamente Stefano Pioli: l’allenatore ha molto più potere, a Milanello sarà una sorta di manager all’inglese. Gli toccherà subito conservare l’entusiasmo della folla per il classico battesimo della nuova stagione: gli applausi per Loftus-Cheek, Romero, Sportiello, Caldara che rientra alla base, per Bennacer che deve recuperare dall’infortunio al ginocchio, perfino per Messias, Rebic e Origi, in teoria tutti e tre sul piede di partenza, e per Pulisic virtualmente ingaggiato. I tifosi applaudono, ma si aspettano altro. In attesa che Leao, Hernandez, Maignan e Giroud tornino dal loro supplemento di vacanze (e che fughino i dubbi degli scettici sull’addio di uno tra loro nell’eventualità di un’altra proposta indecente al club stile Tonali), il mercato è ovviamente ancora aperto, con la caccia a un centravanti, a un terzino e a un paio di centrocampisti. Il rumore degli assenti, a un raduno del Milan, non è mai stato così forte. Perché Maldini, Massara, Tonali e Ibrahimovic, che ha dato l’addio al calcio ma ha voluto manifestare via social la vicinanza a squadra e tifosi, sono davvero assenze ingombranti.

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