Leao lancia il Milan tutto straniero: “Siamo da scudetto”. Ma la missione di Pioli è una corsa contro il tempo
di Enrico CurròRafa Leao
MILANO — C’era una volta il Milan all’italiana. Quello di oggi, che festeggerà l’attivo di bilancio (18 milioni di euro, secondo le indiscrezioni, e il dato non contempla ancora la plusvalenza per Tonali di quasi 60 milioni), è la classica Babele di lusso. Ci sono stati otto minuti, nella partita di Las Vegas contro il Barcellona, in cui la squadra ha mostrato un'immagine nuovissima sì, ma in contrasto con la propria storia. Dal 19' del secondo tempo, quando è uscito Florenzi, al 27', quando sono entrati Pobega e Colombo (al 35' si sarebbe aggiunto il giovane terzino Bartesaghi, con ottimo impatto), la squadra che all’epoca d'oro del ciclo di Sacchi, Capello e Ancelotti si distingueva per il nucleo italiano è rimasta totalmente straniera: 11 giocatori su 11. Non è una novità in assoluto: nel marzo scorso, con la Salernitana a San Siro, la squadra iniziale non aveva alcuna traccia di autarchia. Ma il rischio che accada ancora con molta più frequenza, magari già nella formazio…
MILANO — C’era una volta il Milan all’italiana. Quello di oggi, che festeggerà l’attivo di bilancio (18 milioni di euro, secondo le indiscrezioni, e il dato non contempla ancora la plusvalenza per Tonali di quasi 60 milioni), è la classica Babele di lusso. Ci sono stati otto minuti, nella partita di Las Vegas contro il Barcellona, in cui la squadra ha mostrato un'immagine nuovissima sì, ma in contrasto con la propria storia. Dal 19' del secondo tempo, quando è uscito Florenzi, al 27', quando sono entrati Pobega e Colombo (al 35' si sarebbe aggiunto il giovane terzino Bartesaghi, con ottimo impatto), la squadra che all’epoca d'oro del ciclo di Sacchi, Capello e Ancelotti si distingueva per il nucleo italiano è rimasta totalmente straniera: 11 giocatori su 11. Non è una novità in assoluto: nel marzo scorso, con la Salernitana a San Siro, la squadra iniziale non aveva alcuna traccia di autarchia. Ma il rischio che accada ancora con molta più frequenza, magari già nella formazione di partenza del campionato il 21 agosto a Bologna, non è affatto remoto: tutto sembra dipendere da Calabria, che contro il Barça non è sceso in campo perché era acciaccato e che comunque, a seconda dello stato di forma delle prossime due settimane, potrebbe arrivare al battesimo della Serie A rossonera in ballottaggio con Kalulu o con Saelemaekers.
Mancini guarderà gli avversari dei rossoneri
Quale che sia la scelta di Pioli – anche Florenzi in teoria può entrare in corsa – la cosa certa è che il Milan tutto straniero potrà manifestarsi più di una volta, nel corso della stagione. In verità stava già per succedere alla prima giornata dello scorso campionato, a San Siro con l’Udinese. Fu sempre Calabria l’eccezione, in assenza di Tonali lievemente infortunato. Ma poi Tonali, titolarissimo, rientrò, saltò solo altre tre partite, una per squalifica e due per rifiatare, e in quelle occasioni ci fu comunque sempre almeno un italiano in campo dall’inizio. Adesso che il centrocampista della Nazionale è finito in Inghilterra al Newcastle, il calcolo delle probabilità dice che la formazione tutta straniera potrà capitare, eccome, con buona pace di Mancini. Il club più attivo sul mercato verrà verosimilmente visto dal vivo dal ct più di una volta. Ma il commissario tecnico sarà costretto a guardare soprattutto la squadra avversaria.
Le ambizioni di Leao e il calendario trappola del Milan
L’interesse di ogni società di primo livello coincide ormai raramente con quello della Nazionale. Che il Milan del nuovo corso dell’ad Furlani abbia speso in questa campagna estiva più di tutte le concorrenti – 127 milioni di euro al momento, cifra che raggiunge il totale dell’intero quadriennio targato Maldini-Massara – è un dato di fatto, al quale non si è sottratto nemmeno il suo calciatore più talentuoso. Prima di lasciare l’America, Leao, che col numero 10 sulle spalle non dribbla il ruolo di leader, ha detto apertamente che la squadra, dopo un mercato tanto dispendioso e mirato su giovani talenti come Chukwueze e Reijnders, non può sottrarsi al ruolo di favorita per lo scudetto: sarebbe il ventesimo, con annessa seconda stella. Però l’altra faccia della medaglia è che la quantità degli innesti e il totale ricambio del centrocampo impongono un congruo periodo di adattamento dei nuovi. Per essere all’altezza del pronostico, insomma, Pioli deve correre contro il tempo. E il calendario – Roma alla terza giornata, Inter alla quarta, Lazio alla settima, Juventus alla nona, Napoli alla decima di fine ottobre – non è certamente amico del rodaggio, tanto più che in mezzo a questi appuntamenti c’è il girone di Champions, al cui sorteggio il Milan si presenta in terza fascia, col concreto pericolo di dovere affrontare avversari di altissimo livello per qualificarsi agli ottavi di finale.
Milan, una tattica da aggiustare
L’assemblaggio, per l’allenatore, non è solo una questione di uomini, ma anche tattica: lo ha riconosciuto lui stesso. I confronti con Real Madrid, Juventus e Barcellona, al di là del risultato che contava poco, hanno messo in evidenza luci e ombre di un assetto sempre più votato alla spregiudicatezza e dunque potenzialmente in grado di moltiplicare il numero dei gol, ma anche abbastanza sbilanciato. La ricerca dell’equilibrio da ottenere in tempi rapidi è una necessità, a giudicare dalla quantità delle azioni di contrattacco che la squadra ha subito in ciascuna delle tre partite suddette. Le caratteristiche dei centrocampisti e degli attaccanti in rosa accentuano la vocazione offensiva. Il cantiere è più che mai aperto e lo sfoltimento non è necessariamente un affare, sul piano economico. Non lo è stato l’addio di Rebic destinazione Besiktas: 500 mila euro il prezzo del cartellino, ma il risparmio sull’ingaggio sarà solo sul secondo dei 2 anni residui di contratto da 3.8 milioni netti l’anno che il croato aveva ancora col club rossonero (il primo, secondo la stampa turca, peserà ancora sulle casse di Casa Milan).
Dal no a Hojlund e Sanches al budget libero
Non è un colpo economico neppure il prestito all’Atalanta di De Ketelaere, l’unico vero flop dei mercati della precedente gestione sportiva. E non lo sarebbe l’eventuale passaggio di Krunic al Fenerbahçe, che non offre per ora più di 4 milioni. I soldi, peraltro, non sembrano più un problema per il Milan. Dopo anni di virtuosa austerità, il tetto al budget (35 milioni) fissato per Maldini e Massara è caduto. È successo subito dopo il loro licenziamento e non solo grazie ai quasi 70 milioni incassati dalla cessione di Tonali al Newcastle. Furlani ha abbondantemente abbattuto il limite e probabilmente non si fermerà qui, perché a Pioli serve ancora un centravanti che faccia il vice Giroud. Il monte ingaggi, che era stato portato sotto i 100 milioni lordi (un anno fa il no a Renato Sanches e a Hojlund, ora ceduto dall’Atalanta al Manchester United per 85 milioni, era arrivato proprio per non alzare troppo le spese), è già risalito e potrebbe sfiorare quota 130. L’attivo di bilancio (18 milioni) appena raggiunto autorizza qualche spesa in più. Vale la pena di ricordare che è stato ottenuto soprattutto grazie agli introiti imprevisti dell’ultima, felice campagna d’ Europa e a San Siro sempre pieno, cioè grazie ai risultati sportivi: lo scudetto prima, la semifinale di Champions poi, infine la terza consecutiva qualificazione alla Champions. Ecco perché Pioli, che di quei risultati è stato artefice insieme ai giocatori, sa di dovere lottare un po’ anche contro il tempo.