MILANO – Walter Casagrande, centravanti del Brasile, del Corinthians, del Torino e dell’Ascoli negli anni Ottanta e Novanta, perché la scomparsa di Franco Baresi è uno choc per la vostra generazione?
“Perché esistono fuoriclasse del calcio che segnano un’epoca. Franco Baresi è uno di questi. E io voglio raccontare che cosa significa averlo affrontato sul campo da avversario: un onore, come si dice spesso, ma in questo caso è assolutamente vero. Sento il dovere di dirlo. L’ho fatto da colonnista quotidiano in Brasile, su Uol, ma voglio estendere all’Italia questo sentimento, che certamente non è solo mio, ma di chiunque abbia avuto la fortuna di giocare contro di lui”.
Quante volte lo ha affrontato?
“Per sei anni, ai tempi della mia esperienza in Serie A”.
Che…
MILANO – Walter Casagrande, centravanti del Brasile, del Corinthians, del Torino e dell’Ascoli negli anni Ottanta e Novanta, perché la scomparsa di Franco Baresi è uno choc per la vostra generazione?
“Perché esistono fuoriclasse del calcio che segnano un’epoca. Franco Baresi è uno di questi. E io voglio raccontare che cosa significa averlo affrontato sul campo da avversario: un onore, come si dice spesso, ma in questo caso è assolutamente vero. Sento il dovere di dirlo. L’ho fatto da colonnista quotidiano in Brasile, su Uol, ma voglio estendere all’Italia questo sentimento, che certamente non è solo mio, ma di chiunque abbia avuto la fortuna di giocare contro di lui”.
Quante volte lo ha affrontato?
“Per sei anni, ai tempi della mia esperienza in Serie A”.
Che cosa ricorda di lui?
“Lo ricordo insieme alla difesa di quel Milan, che era straordinaria: c’erano Maldini, Tassotti e al centro, con lui, prima Filippo Galli e poi Costacurta. Ma Franco Baresi era la guida, il regista. Un difensore spettacolare, molto veloce, con grande tecnica e con un senso della posizione fenomenale: era il suo forte. Ricordo che qualcuno, forse per malignità, diceva che lui usava tanto i gomiti. Posso smentire: io mi ritrovai più di una volta in mezzo a quella difesa e nessuno mi diede gomitate. Duri sì, erano duri, e Franco si avvicinava in marcatura e ti faceva sentire la sua presenza. Ma non andava mai oltre. Si imparava tanto da quelle partite: un attaccante, per superarlo, doveva superarsi”.
Lei ci riuscì?
“Mi è capitato di segnare contro quella difesa ed era un punto in più nel curriculum, una botta di autostima. Credo che il segreto di Baresi, da calciatore, sia stato la sua versatilità. Al Milan giocava a zona, in Nazionale gli è capitato di fare il libero in una difesa che marcava a uomo. Lui non sentiva la differenza e questo eclettismo è sinonimo di una classe infinita”.
Lo ha incontrato fuori dal campo?
“Meritava una stima incondizionata. Era di poche parole e non dava spazio ai pettegolezzi: un uomo discreto, ma di grande carisma. Non sapevo del suo problema di salute. Voglio trasmettere tutta la mia vicinanza alla sua famiglia. E ai tifosi italiani”.
Baresi rappresentava il Milan, ma per voi brasiliani era anche un simbolo del calcio italiano?
“Certo. Capisco che i tifosi italiani, tanto affezionati ai loro idoli, adesso avvertano un senso di vuoto. Baresi incarnava la grande scuola italiana e la sua epoca d’oro: lui e Gaetano Scirea, purtroppo scomparso a sua volta con grande commozione della gente. Franco era la riserva di Scirea nel 1982, quando l’Italia vinse il titolo mondiale eliminando proprio il Brasile. Avevano in comune tante cose: personalità, senso della posizione, serietà, rispetto per l’avversario. Ebbi modo di osservarlo meglio, quando nel 1990 e nel 1994 fu titolare al Mondiale, il secondo vinto dalla Seleçao. Mi colpivano la visione di gioco e la capacità di fare lanci da un fronte all’altro del campo, con grandissima precisione, anche nei passaggi e negli appoggi, e con tanta eleganza”.
Baresi lascia la nostalgia di un calcio che non c’è più?
“Il mio sentimento è di profonda tristezza e so di potere parlare a nome di tante persone del calcio brasiliano. È stato un collega che ha segnato una grande era del calcio italiano. Lascia tanti ricordi bellissimi. I ricordi di un grandissimo avversario”.