Palladino: “Per allenare serve umanità, Berlusconi mi manca”
dal nostro inviato Franco VanniRaffaele Palladino
MONZA – L’estate di Raffaele Palladino non è mai cominciata. “Non ho fatto nemmeno un giorno di ferie. Passo fra le dieci e le dodici ore a studiare. Guardo video di partite, di giocatori, di allenamenti nostri e altrui. Non mi pesa, sono un po’ maniacale”, dice l’allenatore che a 38 anni ha preso il Monza con un solo punto dopo sei partite e l’ha portato all’undicesimo posto, nella prima storica stagione in Serie A.
A giudicare dai loro post, anche molti suoi calciatori hanno passato le vacanze ad allenarsi. Dobbiamo fidarci di Instagram?
“Sono ragazzi seri. Si curano anche fuori dal campo e sanno che i social sono importanti. Se non li sai gestire, fanno danni. Io li uso come strumento di lavoro, per trasmettere messaggi ai tifosi e agli stessi giocatori”.
Quando giocava lei, in estate ci si riposava?
“A me piaceva tenermi in allenamento, ma altri preferivano stare al mare. Oggi i calciatori seguono programmi di lavoro. Sono aziende, hanno preparatori atletici personali”.
Un an…
MONZA – L’estate di Raffaele Palladino non è mai cominciata. “Non ho fatto nemmeno un giorno di ferie. Passo fra le dieci e le dodici ore a studiare. Guardo video di partite, di giocatori, di allenamenti nostri e altrui. Non mi pesa, sono un po’ maniacale”, dice l’allenatore che a 38 anni ha preso il Monza con un solo punto dopo sei partite e l’ha portato all’undicesimo posto, nella prima storica stagione in Serie A.
A giudicare dai loro post, anche molti suoi calciatori hanno passato le vacanze ad allenarsi. Dobbiamo fidarci di Instagram?
“Sono ragazzi seri. Si curano anche fuori dal campo e sanno che i social sono importanti. Se non li sai gestire, fanno danni. Io li uso come strumento di lavoro, per trasmettere messaggi ai tifosi e agli stessi giocatori”.
Quando giocava lei, in estate ci si riposava?
“A me piaceva tenermi in allenamento, ma altri preferivano stare al mare. Oggi i calciatori seguono programmi di lavoro. Sono aziende, hanno preparatori atletici personali”.
Un anno fa era a Livigno con la Primavera. Che effetto le ha fatto affrontare il primo ritiro da allenatore di Serie A?
“Sono un ragazzo fortunato. Oggi mi sento più ricco dal punto di vista umano, sono cresciuto come uomo, sono più competente”.
Galliani e Berlusconi ci hanno visto giusto.
“Hanno avuto coraggio a investire su di me, superando incognite e perplessità”.
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Lei a 39 anni è considerato un allenatore giovanissimo. La trafila per arrivare in panchina in Italia è troppo lunga?
“Mi auguro che la mia esperienza rompa la barriera di diffidenza nei confronti dei giovani. Ne trovi tanti in Serie D, in Lega Pro, nelle Primavere. In Serie A, invece, pochissimi. Non ha senso. In Germania sono più avanti, ci sono giovani ad alti livelli”.
Quanto conta essere stati calciatori per allenare?
“Aiuta ma non è fondamentale. Penso a Sacchi, Sarri o Mourinho. L’importante sono il lavoro e lo studio, anche di quello che fanno gli altri. Quando guidavo la Primavera progettavo di seguire gli allenamenti di tecnici di Serie A, ma le cose sono cambiate velocemente. Oggi sono miei concorrenti”.
Quest’anno dovrà affrontare tre suoi ex allenatori: Gasperini, Ranieri e Juric. Da chi ha imparato di più?
“Mi etichettano come gasperiniano, ed è vero che i rimproveri di Gasperini mi hanno aiutato. Ma ho preso molto anche da Lippi e Guardiola. Da Juric ho imparato il perfezionismo. Ranieri è bravo nella gestione delle persone, come Deschamps, che non faceva distinzioni fra anziani e giovani. Io sono in cerca di un approccio che sia davvero mio, il copia e incolla nel calcio non funziona. Per guidare un gruppo non esiste un manuale, serve umanità. Contano le sensazioni: quando entri in spogliatoio, quando vedi i giocatori passeggiare, quando sono giù di morale dopo una sconfitta”.
Galliani lo scorso anno ha detto chiaro e tondo che miravate al decimo posto. Quest’anno qual è l’obiettivo?
“La salvezza. L’ho detto alla squadra. Mi piacerebbe ripetere la scorsa stagione, ma questa sarà più insidiosa. Gli avversari ci conoscono, e dalla Serie B sono salite squadre forti”.
Chi le ha chiesto di fare l’allenatore della prima squadra?
“Galliani. Mi ha chiamato un lunedì mattina, dicendomi che mi voleva dare questa responsabilità, ma che mancava l’approvazione di Berlusconi. Siamo andati a cena da lui ad Arcore, mi sono sentito in famiglia”.
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Di cosa avete parlato?
“Solo di pallone, per quattro ore. Ho capito subito che mi trovavo fra appassionati di calcio come me, comprese Marta Fascina e Marina”.
Marina Berlusconi?
“Sì. Sapevo che è una donna molto intelligente, ma mi ha sorpreso la sua competenza calcistica: i giocatori, gli avversari, le dinamiche di gioco. Ha parlato dei tempi del Milan. Il padre si fidava di lei in tutto. Avevano un rapporto bellissimo, una grande sintonia”.
Cos’è cambiato al Monza dopo la morte di Silvio Berlusconi?
“Abbiamo perso una guida. Come ci ripete Galliani, dobbiamo dare il massimo anche per lui, che ci ha permesso di salire in Serie A e restarci. Mi manca anche personalmente. Lo sentivo spesso, andavo a trovarlo”.
Cosa vi dicevate?
“Mi faceva complimenti, dopo le vittorie mi ringraziava. Sono convinto che nel nostro piccolo gli abbiamo dato pensieri felici anche nell’ultimo periodo, segnato dalla sofferenza”.
Fra i nuovi arrivi c’è Roberto Gagliardini. Come si motiva un giocatore che ha giocato poco ed è stato fischiato dai propri ex tifosi?
“È già super motivato. Anzi devo frenarlo, va a duemila all’ora. Sono contento che sia accompagnato da un po’ di diffidenza, farà ricredere molti. Prima del suo arrivo ho voluto conoscerlo e mi è piaciuto. Lo faccio sempre, per assicurarmi che i nuovi arrivi siano uomini giusti per il gruppo”.
Quando dovrebbe chiudere il mercato estivo?
“Prima dell’inizio del campionato. Anche da calciatore mi dava fastidio giocare contro ragazzi che fino alla settimana prima erano stati miei compagni”.
Oggi il cartellino dell’attaccante Palladino quanti milioni varrebbe?
“Direi pochi, ma la verità è che non lo so. Ho giocato in un’epoca di campioni. Nella Juve con me c’erano Trezeguet, Del Piero, Nedved, Camoranesi. A Roma giocavano Totti, Montella e Cassano. Nell’Inter, Adriano e Ibra. Noi giovani facevamo fatica a emergere. Oggi in Serie A i campioni sono più rari, i ragazzi hanno più occasioni”.
Lei ha preso il posto di Stroppa. Siete in buoni rapporti?
“Certo. È una brava persona, mi ha sempre aiutato. E gli sono grato. Mi ha lasciato una squadra bene allenata, che gioca a calcio. Ha pagato un calendario difficilissimo, e spesso non meritava di perdere”.
Altra sliding door: nella primavera juventina faceva coppia in attacco con Benjamin Onwuachi, che ha finito la carriera nella promozione abruzzese, dopo anni fra Cipro e la Grecia. Vi sentite ancora?
“Ci siamo persi di vista. Aveva numeri importanti, più di me. Ma nel calcio non sempre il più forte arriva in alto. Contano gli infortuni, le scelte, gli allenatori. Una carriera è l’incastro di tanti fattori. Il talento va coltivato, ci vuole testa”.
Lei ha una sorella e due fratelli, tutti più grandi. Cosa fanno?
“Lavorano, hanno figli. Mia madre Rosa, casalinga, voleva che studiassimo. Mio padre Guglielmo, che aveva giocato, sognava un figlio calciatore. Ci ha provato con i miei fratelli, ma non erano portati. Per questo, io non ho avuto pressioni. Ho cominciato la scuola calcio solo a tredici anni. Sono arrivato a fari spenti”.
Quest’anno per la prima volta in Serie A ci sarà un giocatore che ha fatto coming out. Perché nel calcio maschile si è sempre fatto finta che l’omosessualità non esista?
“Per ipocrisia. Ma credo sia arrivato il momento di superare le paure e vivere il tema con serenità. È una cosa normale. Siamo nel 2023, dobbiamo avere una mentalità aperta”.
Il razzismo negli stadi come si supera?
“Tolleranza zero: condanne, segnalazioni, divieto di entrare allo stadio. Non so se fermare le partite sia efficace, ma si faccia tutto quel che serve. I compromessi non esistono”.
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Qual è il suo sogno come allenatore?
“Non ho obbiettivi personali. Penso al Monza, mi concentro sul lavoro e tutto il resto sarà una conseguenza”.
E come uomo?
“La verità è che in questo momento vivo per il calcio e basta”.