Napoli, Gattuso: un trionfo nato da fatica e dolore
di ENRICO CURRO'La vittoria della Coppa Italia arriva dopo un periodo delicatissimo del tecnico, che però nonostante il dolore per la morte della sorella ha dato tutto se stesso nel lavoro per la squadra
NAPOLI - Martedì 2 giugno Rino Gattuso era arrivato di buon mattino al centro di allenamento del Napoli, a Castel Volturno: c'era da preparare il ritorno in campo dopo l'interminabile pausa per pandemia, la strana Coppa Italia senza pubblico da provare a vincere con mille pensieri in testa. Uno era terribile: Francesca, la sorella minore che sentiva al telefono ogni sera, chiusa in una stanza dell'ospedale di Busto Arsizio a combattere col diabete. Era una chiamata fissa, dolce e straziante. La chiamata di mamma Costanza, mentre lui studiava come innescare Insigne e Mertens, come eliminare l'Inter di Conte e qualificarsi per la finale, non lo colse impreparato: sapeva che prima o poi sarebbe successo.
A febbraio il dolore si era già incastrato in mezzo alle partite, dopo la partita con la Sampdoria a Genova: avevano operato Francesca e c'era da correre da lei. Anche stavolta c'era da infilarsi in macchina, però con un viaggio più l…
A febbraio il dolore si era già incastrato in mezzo alle partite, dopo la partita con la Sampdoria a Genova: avevano operato Francesca e c'era da correre da lei. Anche stavolta c'era da infilarsi in macchina, però con un viaggio più l…
NAPOLI - Martedì 2 giugno Rino Gattuso era arrivato di buon mattino al centro di allenamento del Napoli, a Castel Volturno: c'era da preparare il ritorno in campo dopo l'interminabile pausa per pandemia, la strana Coppa Italia senza pubblico da provare a vincere con mille pensieri in testa. Uno era terribile: Francesca, la sorella minore che sentiva al telefono ogni sera, chiusa in una stanza dell'ospedale di Busto Arsizio a combattere col diabete. Era una chiamata fissa, dolce e straziante. La chiamata di mamma Costanza, mentre lui studiava come innescare Insigne e Mertens, come eliminare l'Inter di Conte e qualificarsi per la finale, non lo colse impreparato: sapeva che prima o poi sarebbe successo.
A febbraio il dolore si era già incastrato in mezzo alle partite, dopo la partita con la Sampdoria a Genova: avevano operato Francesca e c'era da correre da lei. Anche stavolta c'era da infilarsi in macchina, però con un viaggio più lungo e con la consapevolezza dell'irrimediabile. Il vice Gigi Riccio, un fratello aggiunto come si chiamano tra loro, restava a incitare la squadra ammutolita: "Correte, non fermatevi, il Mister vuole così". Nel primo pomeriggio Rino era già a casa, a Gallarate, a confortare gli altri con la sua stessa presenza, Mister anche in famiglia, punto di riferimento, il pilastro che regge tutto, mentre più di milleduecento messaggi di solidarietà gli intasavano il telefonino: l'intero arco costituzionale del calcio mondiale, dal presidente dell'Uefa Ceferin a quello della Fifa Infantino, a Conte e Sarri, i due colleghi ai quali avrebbe negato la Coppa Italia, ma ancora nessuno lo sapeva.
Il pomeriggio di giovedì 4 giugno era di nuovo a Napoli e venerdì 5 a Castel Volturno dalla squadra: un minuto di silenzio prima dell'allenamento e poi corse senza fermarsi, come e più del solito, così vuole il Mister. Venerdì pomeriggio, il giorno del funerale, era nella parrocchia di Schiavonea, il paese da cui partì ragazzino per il provino a Perugia, quando Francesca era una bambina di otto anni. Sabato 6 era di ritorno a Napoli: gli striscioni dei tifosi, in giro per la città, erano gli abbracci virtuali, in tempi di Covid: "Ringhio, vicini al tuo dolore".Una sola settimana dopo, sabato 13 giugno al San Paolo deserto, eliminava l'Inter di Conte: questa squadra sa soffrire, il commento generale, e mai come stavolta non era solo un luogo comune. Rino aveva alzato gli occhi al cielo, dedica pudica quanto esplicita e chiarissima a chiunque.
Mercoledì 17 giugno ha vinto la Coppa Italia, ingabbiando la Juventus di Sarri già idolo di Napoli. Quando in campo ha brevemente arringato la squadra con De Laurentiis accanto, richiamando tutti al proprio dovere, erano passati appena sedici giorni dalla drammatica mattina di Castel Volturno. Sono stati sedici giorni lunghi, in cui l'Italia frastornata dalla pandemia ha trovato un uomo in cui identificarsi. Sedici giorni da Mister.
A febbraio il dolore si era già incastrato in mezzo alle partite, dopo la partita con la Sampdoria a Genova: avevano operato Francesca e c'era da correre da lei. Anche stavolta c'era da infilarsi in macchina, però con un viaggio più lungo e con la consapevolezza dell'irrimediabile. Il vice Gigi Riccio, un fratello aggiunto come si chiamano tra loro, restava a incitare la squadra ammutolita: "Correte, non fermatevi, il Mister vuole così". Nel primo pomeriggio Rino era già a casa, a Gallarate, a confortare gli altri con la sua stessa presenza, Mister anche in famiglia, punto di riferimento, il pilastro che regge tutto, mentre più di milleduecento messaggi di solidarietà gli intasavano il telefonino: l'intero arco costituzionale del calcio mondiale, dal presidente dell'Uefa Ceferin a quello della Fifa Infantino, a Conte e Sarri, i due colleghi ai quali avrebbe negato la Coppa Italia, ma ancora nessuno lo sapeva.
Il pomeriggio di giovedì 4 giugno era di nuovo a Napoli e venerdì 5 a Castel Volturno dalla squadra: un minuto di silenzio prima dell'allenamento e poi corse senza fermarsi, come e più del solito, così vuole il Mister. Venerdì pomeriggio, il giorno del funerale, era nella parrocchia di Schiavonea, il paese da cui partì ragazzino per il provino a Perugia, quando Francesca era una bambina di otto anni. Sabato 6 era di ritorno a Napoli: gli striscioni dei tifosi, in giro per la città, erano gli abbracci virtuali, in tempi di Covid: "Ringhio, vicini al tuo dolore".Una sola settimana dopo, sabato 13 giugno al San Paolo deserto, eliminava l'Inter di Conte: questa squadra sa soffrire, il commento generale, e mai come stavolta non era solo un luogo comune. Rino aveva alzato gli occhi al cielo, dedica pudica quanto esplicita e chiarissima a chiunque.
Mercoledì 17 giugno ha vinto la Coppa Italia, ingabbiando la Juventus di Sarri già idolo di Napoli. Quando in campo ha brevemente arringato la squadra con De Laurentiis accanto, richiamando tutti al proprio dovere, erano passati appena sedici giorni dalla drammatica mattina di Castel Volturno. Sono stati sedici giorni lunghi, in cui l'Italia frastornata dalla pandemia ha trovato un uomo in cui identificarsi. Sedici giorni da Mister.