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L'ultima carezza di Napoli a Maradona

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Diego fu costretto a lasciarsi invadere da un popolo sempre invaso. Più chiamavano come lui i bambini a cui davano la vita, più la vita gliela toglievano. Alle feste stava seduto a fissare il vuoto come Troisi dietro il vetro del ristorante, nella scena del matrimonio in "Ricomincio da Tre". Lo scudetto chiude il dopo-Pibe de Oro
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Ora che lentamente sfumano i rumori, mentre rifanno le valigie e se ne vanno i visitatori venuti a vedere le foche in posa allo zoo, sul tavolo rimangono i piatti di carta usati e le bottiglie vuote della festa. È il misterioso momento del Dopo, quando Franco Califano scoprirebbe la malinconia sotto l'ombra del sorriso. L'Homo Neapolitanus non è solo quello che le Tv stanno inquadrando mentre spara gli ultimi fuochi d'artificio. C'è l'altra sua metà nascosta, stamattina sta già pensando al prossimo rimpianto, si è fatto la barba e davanti allo specchio si è domandato chi lo sa, chi lo sa quand'è che vinciamo un'altra volta. Una cosa è sicura come la morte (a proposito di dopo): si è finalmente chiuso il dopo-Maradona.

In verità era cominciato durante, quando Diego capì che non sarebbe rimasto a lungo il ragazzo del primo giorno, il ragazzo che confessava al Tg2 di essersi m…

Ora che lentamente sfumano i rumori, mentre rifanno le valigie e se ne vanno i visitatori venuti a vedere le foche in posa allo zoo, sul tavolo rimangono i piatti di carta usati e le bottiglie vuote della festa. È il misterioso momento del Dopo, quando Franco Califano scoprirebbe la malinconia sotto l'ombra del sorriso. L'Homo Neapolitanus non è solo quello che le Tv stanno inquadrando mentre spara gli ultimi fuochi d'artificio. C'è l'altra sua metà nascosta, stamattina sta già pensando al prossimo rimpianto, si è fatto la barba e davanti allo specchio si è domandato chi lo sa, chi lo sa quand'è che vinciamo un'altra volta. Una cosa è sicura come la morte (a proposito di dopo): si è finalmente chiuso il dopo-Maradona.

In verità era cominciato durante, quando Diego capì che non sarebbe rimasto a lungo il ragazzo del primo giorno, il ragazzo che confessava al Tg2 di essersi mosso da Barcellona per cercare la tranquillità. Trovò l'amore, che è tutto il contrario. Non l'aveva messo in conto. Fu costretto a lasciarsi invadere da un popolo sempre invaso. Più chiamavano come lui i bambini a cui davano la vita, più la vita gliela toglievano, alle feste stava seduto a fissare il vuoto come Troisi dietro il vetro del ristorante, nella scena del matrimonio in Ricomincio da Tre, estraneo, inadeguato, prigioniero.

Diego in fondo se n'era andato quando era ancora qui, poi abbiamo scoperto che era ancora qui quando se n'era andato. Il Dopo-Maradona aveva avuto una specie di prova generale, come bozze di testo mai spedite, quando nell'estate del 1989 si era trattenuto sul rio Paranà a pescare dorados e non ne voleva sapere di rientrare. Era andato al braccio di ferro con Ferlaino per scapparsene al Marsiglia. Perse la partita, tornò, si preparò all'accoglienza di una città furiosa. Trovò uno striscione: "Bentornato Diego, Napoli ti ama". Non era fatto per certe dosi ingombranti di possesso, così per ricambiare, di ingombrante, ha lasciato la sua ombra. Adesso portate un po' di peso voi.

Non c'è stato argentino passato da Napoli - sedici dopo di lui - che non abbia dovuto raccontare quanto fosse commosso nel mettere la sua maglia, dagli improbabili Chaves e Calderòn fino al più diegomorfo del mucchio, Lavezzi, il primo idolo dei Senzascudetto, i tifosi Under30, la NextFan. Non c'è stato Napoli dal terzo posto in su che non abbia dovuto vedersela con un titolo che parlasse pure di lui, soprattutto di lui, Diego la frontiera, Diego unità di misura, Diego fantasma, prega per noi, Diego condanna, prega per noi. Mezze ali slovacche e attaccanti di Frattamaggiore hanno dovuto vestirsi di una doppia corazza, solo che la corazza diventava all'improvviso una zavorra, quando servivano gambe fresche e animo leggero nel momento del bisogno.

Diego è stato l'unica Ambasciata di Napoli quando a Napoli nessuno voleva andarci, perché le immagini dei roghi di rifiuti erano ovunque, perché qualcuno credeva di poter finire dentro un episodio di Gomorra passeggiando. Ma era Diego stesso a chiamare a un viaggio nel fuoco. "Ai napoletani non interessa dei figli, delle mamme, l'unica cosa che interessa loro è come gioca il Napoli la domenica" dice la sua voce nel documentario di Asif Kapadia. Lo aveva scoperto offrendo a una città il sapore inedito della vittoria. I dopo-maradona se ne sono accorti perché per trentatré anni è stato impossibile sentire quel gusto senza di lui, in una città dove però era su tutti i muri, e poi nel nome dello stadio, e poi perfino con il suo volto sulla maglia, una specie di sacra marasindone.

D'altra parte, questa città ha una bussola solo sua. Non si divide in sud e nord, come fanno Roma e Londra. Qui tutto è sopra o sotto, 'ncoppa ai Quartieri o Posillipo, abbascio Mergellina o Giùnapoli come dicono al Vomero. Tutto va dentro o fuori, come i palloni in porta, dal quartiere dello stadio che è fuori [grotta], a dintë Forcella, for''a Marina. Anche l'Italia del nord è 'a parte 'e coppa, la porzione lassù.

La mappa dopografica di Napoli e Maradona è un saliscendi mutato. Il centro di Soccavo, dove Diego palleggiava con una bottiglietta di acqua minerale, ha l'aspetto di una foresta di Salgari. Lo Zabadak delle sue notti in via Martucci non esiste più. I quartieri della geografia più tormentata sono mete turistiche. Sono gli altri-Dopo che a Napoli non passano mai. Il dopo-terremoto non ha sanato lo Sferisterio, dove si giocava la pelota, uno scheletro da 43 anni. Il dopo-Italsider non ha trasformato Bagnoli, il quartiere della fabbrica. E quando Eduardo raccontava il dopo-guerra in Napoli Milionaria, diceva che la guerra non è finita, è sospesa.

Solo Diego ha vinto durante e dopo. Come spirito guida, come icona su tutte le bandiere. Ora inizia un dopo-Dopo. È il momento di dargli un'ultima carezza, il momento di dirgli, ciao Diego, riposa in pace, non ti disturberemo più.