Oltre Maradona. Lo scudetto che ha abbattuto il tabù del totem di Napoli
di Enrico Del MercatoÈ già stato detto (doverosa citazione per Massimo Troisi che dovunque stia navigando adesso questo momento se lo sta godendo tutto) che lo scudetto del Napoli potrebbe essere spiegato parlando di totem e tabù? Sigmund Freud, che nel 1913 pubblicò il saggio "Totem e tabù", però, c'entra fino a un certo punto. Nella storia del terzo tricolore conquistato dal Napoli c'è il totem - in dimensione calcistica ma non solo - par excellence: Diego Armando Maradona. E c'è il tabù e in questo caso Freud c'entra dal momento che il tabù da lui esaminato nel saggio deriva dalla parola polinesiana Tapu che significa proibito e che per i polinesiani riguarda il re e tutto ciò che lo circonda.
Napoli e il totem Maradona
Il tabù che il totem di Diego Armando Maradona si portava dietro finora era l'impossibilità di vincere senza di lui. Non era successo prima …
È già stato detto (doverosa citazione per Massimo Troisi che dovunque stia navigando adesso questo momento se lo sta godendo tutto) che lo scudetto del Napoli potrebbe essere spiegato parlando di totem e tabù? Sigmund Freud, che nel 1913 pubblicò il saggio "Totem e tabù", però, c'entra fino a un certo punto. Nella storia del terzo tricolore conquistato dal Napoli c'è il totem - in dimensione calcistica ma non solo - par excellence: Diego Armando Maradona. E c'è il tabù e in questo caso Freud c'entra dal momento che il tabù da lui esaminato nel saggio deriva dalla parola polinesiana Tapu che significa proibito e che per i polinesiani riguarda il re e tutto ciò che lo circonda.
Napoli e il totem Maradona
Il tabù che il totem di Diego Armando Maradona si portava dietro finora era l'impossibilità di vincere senza di lui. Non era successo prima di lui e non sarebbe successo dopo di lui. I dolorosi risultati del campo - che come i fatti sono argomenti incontrovertibili - stanno lì a dimostrarlo. A Napoli si era potuto vincere solo grazie a un Avvento, alla discesa del dio del calcio fattosi uomo prima di diventare totem, a un evento eccezionale e come tale irripetibile e dunque estraneo alla regolare esistenza non tanto di quel singolarissimo organismo sociale che è la città di Napoli quanto della squadra di calcio che ne riflette destini e umori. Insomma, il ciclo (in verità mini ciclo) vincente del Napoli maradoniano è stato solo un battito di ciglia nel tempo grande della storia del calcio. Ma il totem, freudianamente, attrae su di sé sentimenti quantomeno ambivalenti e così oltre alla gratitudine e alla protezione calcistica e non solo chiesta al totem Maradona, quella figura rassicurante aveva anche la funzione di portentoso lenimento dopo ogni sconfitta, dopo ogni scudetto svanito quando sembrava sul punto di essere acchiappato di nuovo. "Gli altri vincono i trofei, ma noi abbiamo avuto il più grande di tutti i tempi", ci si ripeteva rifugiandosi nella nostalgia che, nella sua accezione negativa, spesso è utile ricovero (quando non giustificazione) per chi non riesce a costruire nuove vite o imprese efficaci.
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Il totem Maradona, intendiamoci, non è stato abbattuto, né tantomeno l'ordalia dei figli - come nel saggio freudiano - ha ucciso il padre che questo equivarrebbe a pronunciare una bestemmia calcistica e non solo. Piuttosto, dopo la morte del più forte giocatore di calcio di tutti i tempi, la figura totemica è evoluta in santo protettore. Basta guardare, per rendersene conto, i meme che circolano sul web (ce n'è uno nel quale un Diego immanente si staglia dal cielo a protezione dello stadio a lui intitolato) o gli striscioni nei quali el diez tocca michelangiolescamente la mano dell'ala georgiana Kvicha Kvarasktelia a trasmettergli la scintilla magica della creazione. Di certo quello che è caduto è il tabù. Il Napoli che ha stracciato il campionato (avvertimento per chi volesse provare ad argomentare che il livello del torneo era poco competitivo: le cinque squadre italiane arrivate alle semifinali delle coppe europee stanno tutte almeno venti punti dietro gli azzurri) è un miracolo dell'organizzazione collettiva, oltre che della sagacia imprenditoriale e della corretta e sorprendente gestione manageriale. Negli occhi, stavolta, non restano le giocate inarrivabili del genio del calcio (anche se l'ondeggiare beffardo di Kvara che mette a sedere sette difensori dell'Atalanta e poi fa gol e lo stop di petto e tiro a volo di Osimhen che butta giù la porta contro la Roma tornano in mente belle come sono), ma un'azione difensiva anche questa facilmente rintracciabile sul web: il Napoli perde palla in attacco su un calcio d'angolo battuto male, gli avversari partono in contropiede e, a quel punto, si vedono tutti e dieci i calciatori azzurri di movimento correre all'indietro per recuperare e bloccare la ripartenza.
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Napoli, la bellezza del calcio
Ecco, se nell'era maradoniana (quella del totem) si celebrava giustamente il re di Napoli (Diego, per l'appunto), il vendicatore solitario dei torti (veri o presunti, calcistici e no) subiti, adesso la metafora da usare è quella, solo calcistica e meno male che è così, della grande Olanda degli anni Settanta. O del Milan di Sacchi (che lacrime ci costò). Esempi peraltro utili a dimostrare che la vittoria attraverso il collettivo è affatto estranea alla dimensione social antropologica della città e alla storia della sua squadra di calcio. Napoli - che guida di diritto la lista delle città identitarie - ha nel suo sistema linfatico la dimensione collettiva e il talento dell'innovazione. Nel football, per esempio, il Napoli allenato da Vinicio, all'inizio degli anni Settanta, fu il primo tentativo italiano (seguiranno la Roma di Liedholm e poi il già citato Milan di Sacchi) di cambiare il calcio catenacciaro e furbesco, benché spesso vincente, che ben interpretava il carattere nazionale. Ne derivò allora una indimenticabile polemica giornalistica tra la cosiddetta "scuola napoletana" (che celebrava la bellezza del gioco) e quella del Nord (il cui capofila era Gianni Brera) che liquidava quei ricami, gli abbozzi di difesa a zona e tattica del fuorigioco come fumisterie, quando non come "napoletanerie" . Adesso, la contrapposizione tra giochisti e risultatisti è dibattito quotidiano e globalizzato, ma già allora il futuro, il progresso stavano dalla parte di Napoli e del Napoli. Nessuno stupore, dunque, se anche stavolta a Napoli è successo quello che, oleograficamente, potrebbe essere raccontato come miracolo: la cancellazione di un tabù che pareva insuperabile considerata la grandezza del totem che, suo malgrado, se lo portava appresso. Succede sempre nella città-mondo.