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Conte, un leone in gabbia per rilanciare il Napoli

Antonio Conte con il presidente De Laurentiis 
Fermo da oltre un anno, il tecnico salentino torna in Italia prendendo il comando di una squadra andata a picco dopo lo scudetto. Tutto da costruire il rapporto con De Laurentiis
2 minuti di lettura

Definito vincente per antonomasia, Antonio Conte ad ogni nuovo inizio viene preceduto dalla sua giustificata fama per cui - anche stavolta a Napoli - è tutto un rullare di tamburi e srotolare di tabelle-scudetto, pose con il ghigno del conducator e campagna acquisti in ebollizione perché - sia messo agli atti - sua è la celebre “Con 10 euro non si mangia in un ristorante da 100”, frase pronunciata ai tempi in cui la sua Juve arrancava in Champions e in qualche modo bisognava dare contezza della inadeguatezza della squadra oltre i nostri confini. Non avrà di questi problemi: la distanza tra Napoli e l’Europa è un vuoto da colmare, così come l’identità sfilacciata del club va ricucita e il rapporto con De Laurentiis inventato di sana pianta.

Definito vincente per antonomasia, Antonio Conte ad ogni nuovo inizio viene preceduto dalla sua giustificata fama per cui - anche stavolta a Napoli - è tutto un rullare di tamburi e srotolare di tabelle-scudetto, pose con il ghigno del conducator e campagna acquisti in ebollizione perché - sia messo agli atti - sua è la celebre “Con 10 euro non si mangia in un ristorante da 100”, frase pronunciata ai tempi in cui la sua Juve arrancava in Champions e in qualche modo bisognava dare contezza della inadeguatezza della squadra oltre i nostri confini. Non avrà di questi problemi: la distanza tra Napoli e l’Europa è un vuoto da colmare, così come l’identità sfilacciata del club va ricucita e il rapporto con De Laurentiis inventato di sana pianta.

Garanzia di vittoria

Conte è fermo dal marzo 2023, ultima squadra il Tottenham. Se ne andò - risoluzione consensuale, ma aveva fatto di tutto perché gli indicassero la porta - sbattendo i pugni e tirando in ballo la mediocrità di una squadra che aveva vinto l’ultimo trofeo quindici anni prima. Va quasi sempre così, quando gli va male: da Arezzo a Bergamo fino a Londra, quando Conte non vince ecco le conseguenze del livore. Ma per onestà urge dire che va quasi sempre bene: quattro scudetti (tre con la Juve, uno con l’Inter), una Premier League (con il Chelsea), più un’altra manciata di coppe varie. Carriera costellata di successi e sviluppatasi seguendo la traccia di un fuoco di passione che gli brucia dentro.

Conte al Subbuteo (foto Telegraph) 

Conte terrorizzato dall’idea di perdere

E’ un vincente, sì. Un dato: se si esclude la gavetta, quando Conte allena una squadra di vertice (Juventus, Chelsea, Inter) cinque volte su sette ha vinto il titolo nazionale. Il problema è che è terrorizzato dall’idea di perdere. Non la considera un’ipotesi plausibile nel suo percorso professionale. Tra le sue frasi-cult c’è “Chi vince scrive la storia, chi arriva secondo la legge”, ma anche il “Sempre tu Maresca…sempre tu” urlato in faccia all’arbitro per un giallo mancato a un calciatore avversario e diventato ormai un meme.

Un leone in gabbia in panchina

In panchina, del resto, è un leone in gabbia. Una volta, da Ct della Nazionale, fece le corna all’arbitro Cakir durante Italia-Spagna, un’altra - era alla Juve - litigò durante la partita con i tifosi del Bologna, un’altra ancora - al Chelsea - andò allo scontro fisico con Mourinho e infine - da tecnico nerazzurro - offeso dagli insulti mostrò il dito medio al suo ex datore di lavoro, Andrea Agnelli. Dante - nella Divina Commedia - l’avrebbe spedito nel V cerchio dell’Inferno, nel fiume Stige dove vengono puniti gli iracondi. Ma tutto sommato sembra che il ruolo non gli dispiaccia affatto e anzi - oltre il perimetro del campo - Conte si rivela una persona amabile e persino tenera.

Gli schemi al Subbuteo

A ottobre dell’anno scorso, quando già il suo nome circolava per la panchina di un Napoli precipitato nel trauma del post-Spalletti, Conte liquidò in fretta la questione, assicurando che si era preso un anno sabbatico per poter passare più tempo con la moglie Elisabetta e la figlia - il nome spiega un mondo - Vittoria. Raccontò che la notte si svegliava, raggiungeva il salone di soppiatto e si dilettava a muovere sul panno verde gli omini del Subbuteo, immaginando schemi, ripartenze e tagli difensivi. Il suo ultimo post su Instagram - di fine aprile - lo ritrae in vacanza, tra le acque termali di Bagno Vignoni, in Val d’Orcia. Ha la faccia di uno che pensa “Ma quando finisce ‘sto relax?”.

A Napoli ripeterà il suo mantra, una frase degli All Blacks che ama ricordare ai suoi giocatori: “Quando te ne vai cerca di lasciare la maglia meglio di quando l’hai trovata”. Raccoglierà un Napoli fuori dall’Europa, inabissatosi per colpe proprie fino all’anonimato, fragile e incerto sul da farsi. Se vincerà, lo farà alla Conte: consumando in fretta un amore e prefigurando un addio, consapevole che - come gli viene ripetuto da tempo - Conte non fa la differenza, Conte è la differenza.

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