Un gol all'Inter fotocopiando quello del fuoriclasse francese: l'ultimo dribbling dell'ivoriano, imprevedibile in campo e fuori: dal trasferimento saltato a febbraio all'Al-Sadd alle gare in quad di notte quando era a Roma, fino alle partite scalzo sui campi di Abidjan
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Non serve essere Ribery per segnare gol come quelli del francese. Ventiquattro ore dopo lo slalom del francese all'Olimpico, l'imprevedibile Gervinho ha deciso di fotocopiarlo contro l'Inter. Partenza da sinistra, dribbling stringendo al centro e diagonale nell'angolo, alla sua maniera. Quante volte l'ha già fatto? Una specie di marchio di fabbrica, quello con cui l'attaccante ivoriano che a Londra faceva ammattire Wenger ha colpito l'Inter e Conte: come in uno scontro ideologico, alla fine la logica pianificazione interista ha avuto la meglio sul puro istinto. Era successo lo stesso in fondo proprio a Ribery all'Olimpico, identici punteggio e rovesciamento finale.
Ma a palla ferma l'immagine che resta negli occhi è la serpentina di Gervais Lombe Yao Kouassi, anni 33, al Parma per caso, anzi per uno sbaglio. Lo ha commesso l'Al-Sadd, il club qatariota che a gennaio lo aveva acquistato per regalarlo al tecnico Xavi, l'ex fuoriclasse del Barcellona. Tutto fatto, anche il trasloco: salvo accorgersi che i documenti del trasferimento non erano arrivati in tempo alla Federazione del Qatar. Era l'inizio di febbraio e Gervinho l'aveva presa maluccio, visto che all'assegno da 500 mila euro mensili che gli avrebbero garantito a Doha teneva parecchio: aveva chiesto di non allenarsi più con il Parma, che in pronta risposta l'aveva messo fuori rosa, anche a costo di perdere, oltre ai 5 milioni e mezzo del trasferimento saltato, anche il giocatore. Poi, nel giro di qualche settimana, il caso è rientrato.
Perché Gervinho è così, imprevedibile e imprendibile, anche fuori dal campo. Lo sanno bene a Parma, dove tentano inutilmente di gestire le decine di interviste che concede a giornalisti di tutto il mondo. O a Roma, dove arrivò nel 2013 lasciando un segno profondo: a Casal Palocco, il quartiere in cui viveva, ancora ricordano le gare di quad in piena notte tra le stradine dissestate insieme a decine di amici ivoriani che a turno ospitava a casa sua. Ma tutto di Gervinho è iconico: il sorriso divertito, le treccine tenute da una fascia, con cui in realtà nasconde una stempiatura impensabile a vederlo così. E gli abiti folkloristici, che produce lui stesso: lo stile è quello che è ma guai a dirglielo, ve lo fareste nemico a vita. AL di là dell'aspetto da rapper, però, le vere tracce Gervinhole lascia in campo. I dribbling a velocità supersonica hanno stordito i terzini di tutta la Serie A. Al Tardini ha mandato Candreva a schiantarsi contro i cartelloni della pubblicità solo ondulando il bacino, come faceva da bambino, quando imparava a far gol sui campetti sterrati dell'Academy di Abijan, dove si giocava scalzi e un paio di scarpe bisognava meritarselo sul campo. Spesso servivano tre anni, per ottenerlo.
In Italia Gervinho lo impose Rudi Garcia, sbarcando alla Roma: il ds Sabatini lo strappò all'Arsenal partendo da un'offerta di 4 milioni contro una richiesta di 15, alla fine lo pagò 8 e a lui, che per il giocatore non stravedeva di certo, sembrarono una marea. Dopo due anni e mezzo invece lo ha rivenduto a 18 milioni: quella la prima fuga di Gervais. Scappò in Cina, all'Hebei, senza nascondere il perché. "Mi danno 60 mila euro a partita più 150 mila a ogni gol, mi pagano anche se non segno", raccontò. Per due anni si mise in tasca quasi 16 milioni, utili a sostenere i suoi viaggi aerei per la Costa d'Avorio con mogli o amanti al seguito. Ma a lui mancava il calcio: "Lì aveva smesso", disse una volta D'Aversa. In Qatar sarebbe stato lo stesso: per questo forse, una parte di lui, di quel trasferimento saltato e costatogli un mare di soldi, ha anche saputo sorridere.