Sono passati sei anni, sembra un secolo. L'ombra del passato cala come un disegno in movimento sul destino della Roma. La parola passato riguarda Garcia, perché Rudi è passato, ma riguarda anche Spalletti, che un pezzo di passato giallorosso rappresenta. Nel frattempo la vita e il calcio sono andati avanti persino in Italia, dove pure si procede a rilento, ogni tanto i ritmi in campo potrebbero essere ancora quelli ideali per Pizarro, il Pec, uno che Spalletti pretese ad ogni costo quando scese da Udine. Giocava spesso Taddei finto nueve in quella Roma che si animava sotto traccia, cavando entusiasmo persino dai sassi. Ma Spalletti sa bene che non c'è più niente di ciò che ha lasciato, dopo quell'1-3 subito dalla Juventus in casa, a inizio settembre 2009, dopo quella figuraccia in cui mise bocca persino un dimenticato (e dimenticabile) Diego. Non c'è la romantica Roma che andava a vincere nello stesso Bernabeu che visiterà fra poco, con un Vucinic entrato per fare buttar fuori Pepe e per devastare il Real Madrid. Non ci sono i Sensi con la lettera maiuscola, non ci sono i sensi e il cuore della curva, dei tifosi, da recuperare, ammesso che sia possibile e che il contesto storico lo consenta. Non c'è nemmeno, se vogliamo, Totti, che a quella squadra sapeva dare la luce come solo i fuoriclasse possono, sanno e devono. Adesso Totti è un simbolo, non gli si può più chiedere di portare il carbone nella caldaia, né una sola riga per completare i versi della bellezza.
E fa tenerezza, ma è anche abbastanza indicativo di come è stata presa la notizia dall'ambiente, che siano rispuntati Rosella Sensi, con dichiarazioni d'amore, e uno come John Arne Riise, il quale indifferente, come se fosse tutto riducibile a una rimpatriata davanti a una "fojetta", annuncia: "Tornare? Sono pronto". A questo punto perché no Perrotta, Mexes, Burdisso, Arthur, Juan, Motta, perché non chiedere a Cufré cosa stia combinando, perché non fare un colpo di telefono a Nonda, chissà, magari è migliorato. Ecco, il rischio è questo: che il ritorno di Spalletti apra un varco spazio-temporale in cui far piovere l'assurda idea che l'orologio biologico del calcio si sia fermato, regalando a Totti un'età che non ha più e all'ambiente sensazioni ingannevoli. Farà la sua parte, il capitano, ma non state lì a domandarvi quanto e come. Spalletti torna dopo la campagna di Russia (Zenit) e dovrà cimentarsi in un faticoso repulisti mentale più che numerico, da praticare peraltro a stagione iniziata. Deve essere un traghettatore e al tempo stesso deve programmare. La stagione in corso va vissuta come una "sveltina", quella prossima come una "storia seria".
Come fare? Difficile. E lui, come sta? Sarà ancora lo stesso aromatico inventore di moduli di un tempo? Ce lo dirà presto il campo, saranno gli sguardi dei suoi nuovi compagni di viaggio, ammesso che li voglia e li apprezzi, a dircelo, sarà l'atmosfera di Trigoria, sarà il clima degli allenamenti, il modo in cui verranno vissuti, a darci lo "zeitgeist". Ma non aspettiamoci miracoli a breve termine. Possiamo solo immaginare un effetto psicologico immediato, come sempre, quando una panchina prende il volo col suo proprietario giunto a scadenza come il latte fresco. Certo la Roma delle scrivanie dovrà comunque riflettere. Spalletti ha spezzato equilibri già fragili, annullato poteri e scardinato porte, il nuovo gestore tecnico potrebbe instillare il sospetto che tanti altri ruoli possano subire una profonda revisione (incluso quello della comunicazione). Chi voleva che Garcia restasse, non facciamo nomi, non sarà felice di restare. Chi sognava cambiamenti farebbe bene a non esaltarsi. La rosa rimane anziana, la preparazione non può essere cancellata né il richiamo può avvenire adesso, a pieno regime, quando manca meno di un mese agli ottavi di Champions.
Quindi è tutto in discussione, non c'è scelta che non sia delicata e rischiosa, non c'è reparto che possa sentirsi al riparo da ristrutturazioni, più mentali che d'organico. Non si può rifare la squadra a gennaio e non è neppure detto che Pallotta possegga la forza economica per assecondare tutte le desiderata estive del nuovo tecnico. E' questa la chiave: che la dirigenza sia chiara su aspirazioni e potenzialità di mercato e che Spalletti non faccia finta di poter avere carta bianca. E' la Roma, non il Psg. Con calma si può migliorare, cominciando dal cancellare inutili privilegi. E si deve aumentare la fatica, perché solo quella paga. Le gambe non vanno se la testa è ferma, la testa non va se le gambe non si muovono. Che lo spettacolo inizi, ma a patto di rimanere onesti ed evitare che per entusiasmo, da una Roma che non è stata capace di ovviare all'assenza di Strootman, si passi a una Roma incapace di valorizzare la presenza di Spalletti. La nuova Roma pulita non può essere una Roma "impicciata". Non la Roma di Palletti e Spallotta. Bensì un prodotto organizzato, piccolo magari, ma con la sua identità.
E fa tenerezza, ma è anche abbastanza indicativo di come è stata presa la notizia dall'ambiente, che siano rispuntati Rosella Sensi, con dichiarazioni d'amore, e uno come John Arne Riise, il quale indifferente, come se fosse tutto riducibile a una rimpatriata davanti a una "fojetta", annuncia: "Tornare? Sono pronto". A questo punto perché no Perrotta, Mexes, Burdisso, Arthur, Juan, Motta, perché non chiedere a Cufré cosa stia combinando, perché non fare un colpo di telefono a Nonda, chissà, magari è migliorato. Ecco, il rischio è questo: che il ritorno di Spalletti apra un varco spazio-temporale in cui far piovere l'assurda idea che l'orologio biologico del calcio si sia fermato, regalando a Totti un'età che non ha più e all'ambiente sensazioni ingannevoli. Farà la sua parte, il capitano, ma non state lì a domandarvi quanto e come. Spalletti torna dopo la campagna di Russia (Zenit) e dovrà cimentarsi in un faticoso repulisti mentale più che numerico, da praticare peraltro a stagione iniziata. Deve essere un traghettatore e al tempo stesso deve programmare. La stagione in corso va vissuta come una "sveltina", quella prossima come una "storia seria".
Come fare? Difficile. E lui, come sta? Sarà ancora lo stesso aromatico inventore di moduli di un tempo? Ce lo dirà presto il campo, saranno gli sguardi dei suoi nuovi compagni di viaggio, ammesso che li voglia e li apprezzi, a dircelo, sarà l'atmosfera di Trigoria, sarà il clima degli allenamenti, il modo in cui verranno vissuti, a darci lo "zeitgeist". Ma non aspettiamoci miracoli a breve termine. Possiamo solo immaginare un effetto psicologico immediato, come sempre, quando una panchina prende il volo col suo proprietario giunto a scadenza come il latte fresco. Certo la Roma delle scrivanie dovrà comunque riflettere. Spalletti ha spezzato equilibri già fragili, annullato poteri e scardinato porte, il nuovo gestore tecnico potrebbe instillare il sospetto che tanti altri ruoli possano subire una profonda revisione (incluso quello della comunicazione). Chi voleva che Garcia restasse, non facciamo nomi, non sarà felice di restare. Chi sognava cambiamenti farebbe bene a non esaltarsi. La rosa rimane anziana, la preparazione non può essere cancellata né il richiamo può avvenire adesso, a pieno regime, quando manca meno di un mese agli ottavi di Champions.
Quindi è tutto in discussione, non c'è scelta che non sia delicata e rischiosa, non c'è reparto che possa sentirsi al riparo da ristrutturazioni, più mentali che d'organico. Non si può rifare la squadra a gennaio e non è neppure detto che Pallotta possegga la forza economica per assecondare tutte le desiderata estive del nuovo tecnico. E' questa la chiave: che la dirigenza sia chiara su aspirazioni e potenzialità di mercato e che Spalletti non faccia finta di poter avere carta bianca. E' la Roma, non il Psg. Con calma si può migliorare, cominciando dal cancellare inutili privilegi. E si deve aumentare la fatica, perché solo quella paga. Le gambe non vanno se la testa è ferma, la testa non va se le gambe non si muovono. Che lo spettacolo inizi, ma a patto di rimanere onesti ed evitare che per entusiasmo, da una Roma che non è stata capace di ovviare all'assenza di Strootman, si passi a una Roma incapace di valorizzare la presenza di Spalletti. La nuova Roma pulita non può essere una Roma "impicciata". Non la Roma di Palletti e Spallotta. Bensì un prodotto organizzato, piccolo magari, ma con la sua identità.