Il ritorno di Mourinho, lo Special One che l'Italia non ha mai dimenticato
di Enrico Currò , di Enrico CurròTra Domenico Modugno e Josè Mourinho l'assonanza non è solo nel cognome: se la lontananza è come il vento, che fa dimenticare chi non s'ama, il calcio italiano probabilmente ama l'allenatore smarrito il 22 maggio 2010 al Bernabeu e comunque di sicuro, nel caso in cui il rapporto fosse di amore-odio, non si è dimenticato di lui. Anzi, ne ha avuto spesso nostalgia. Sono quasi undici anni che Mourinho ha lasciato l'Italia: è infatti vicinissima la suddetta ricorrenza del Triplete interista, che il neoallenatore della Roma perfezionò col 2-0 al Bayern nella finale di Champions League, salvo fermarsi proprio lì, a Madrid, per diventare subito dopo il tecnico del Real. Anche il freschissimo intreccio con la Roma contiene suggestioni simili: il 5 maggio 2010, 11 anni domani, Mourinho vinse la finale di Coppa Italia contro la Roma di Ranieri grazie a un gol di Milito all'Olimpico, dove ora tornerà da profeta, lui che …
Tra Domenico Modugno e Josè Mourinho l'assonanza non è solo nel cognome: se la lontananza è come il vento, che fa dimenticare chi non s'ama, il calcio italiano probabilmente ama l'allenatore smarrito il 22 maggio 2010 al Bernabeu e comunque di sicuro, nel caso in cui il rapporto fosse di amore-odio, non si è dimenticato di lui. Anzi, ne ha avuto spesso nostalgia. Sono quasi undici anni che Mourinho ha lasciato l'Italia: è infatti vicinissima la suddetta ricorrenza del Triplete interista, che il neoallenatore della Roma perfezionò col 2-0 al Bayern nella finale di Champions League, salvo fermarsi proprio lì, a Madrid, per diventare subito dopo il tecnico del Real. Anche il freschissimo intreccio con la Roma contiene suggestioni simili: il 5 maggio 2010, 11 anni domani, Mourinho vinse la finale di Coppa Italia contro la Roma di Ranieri grazie a un gol di Milito all'Olimpico, dove ora tornerà da profeta, lui che proprio per polemica col club che è appena diventato il suo si scatenò nella più celebre delle sue celebri conferenze stampa, quella degli "zeru tituli".
Josè l'influencer
Josè Mourinho di titoli in carriera ne ha vinti parecchi, 25: deve soprattutto a questo, alla sua fama di vincente, il credito che a 58 anni continua ad accompagnarlo malgrado le ultime stagioni un po' sbiadite in Premier League. Eppure il colpo di mercato della Roma americana non può non essere ritenuto tale principalmente per le ragioni mediatiche sottese all'ingaggio: la serie A aveva nostalgia - per i detrattori anche nell'accezione negativa della parola - del più formidabile comunicatore nel calcio mondiale, provvisto di un gusto per la battuta e per la provocazione che continua a trasformare ogni sua pubblica esternazione in un evento. L'avvento dei social ha perfino accentuato questa naturale inclinazione, che lui ha saputo valorizzare anche a profitto dei datori di lavoro: il suo successo da influencer su Instagram, durante il periodo trascorso sulla panchina del Tottenham, è stato oggetto di studi accademici. Non si tratta, per la verità, di dissertazioni nuove sul personaggio, se già nel fatidico 2010 un'eminenza portoghese della psicologia, il professore Armindo Freitas-Magalhaes dell'Università Fernando Pessoa di Porto, esperto appunto di "psicologia del sorriso umano nel contesto dell'emozione e dell'espressione facciale", con studi su papa Benedetto XVI, sul presidente degli Usa Barack Obama e sul presidente del Portogallo Anibal Cavaco Silva, presentò alla ventisettesima edizione del congresso internazionale di psicologia applicata di Melbourne il caso Mourinho come esempio di "armonia facciale", con argomenti scientifici.
Mourinho alla Roma, le reazioni dei tifosi su Twitter: "Portatece acqua e zucchero"
Un manuale di psicologia
La dissertazione era assai articolata: "Mostra in viso espressione congruente, intensa, coerente e vera. I suoi movimenti e linguaggi facciali sono simmetrici e articolati col discorso verbale e il contesto in cui sono prodotti e visualizzati. Emerge la coerenza psicofisiologica, in particolare delle unità di azione muscolare associate agli stati emotivi: un modello di espressione vera e genuina perché rispetta pienamente i presupposti di intensità, durata e congruenza contestuale, con particolare attenzione alla divulgazione della sua identità comunicativa, marcata manifestazione di coinvolgimento col suo lavoro, notevole espressività negli ultimi 5 anni. L'espressività vera, spontanea e soprattutto intensa giustifica la facilità, l'accettazione e il successo nazionale e internazionale dell'interazione comunicativa di José Mourinho". Ma più che sull'espressione del volto e sulla mimica - leggendario il gesto delle manette, a sintetizzare il concetto "per farmi perdere, devono arrestarmi" - è sulle frasi celebri che si fonda l'estesissima aneddotica dello "Special One", autodefinizione risalente alla prima presentazione al Chelsea, nel 2004.
Due anni intensissimi
L'intensissimo passaggio biennale in Italia fu contrassegnato dagli aforismi, come quelli sulla "prostituzione intellettuale" e sul "non sono un pirla" o come la gag sul dirigente del Catania Lo Monaco: "Conosco il monaco del Tibet, il Principato di Monaco, il Bayern Monaco, il Grand Prix di Monaco, non questo Lo Monaco". E' tuttavia da psicologo della squadra che aveva dato il meglio. Del training autogeno, l'arte dell'illustre predecessore Helenio Herrera, offrì all'Inter un aggiornamento sintetizzabile nell'empatia coi suoi calciatori: apparentemente intrattabile e caustico all'esterno, alla Pinetina aveva creato un gruppo unito spesso dalla sdrammatizzazione delle situazioni più complicate. Del suo istrionismo è ben nota la capacità di calarsi nel ruolo di avversario, sempre e comunque. All'epoca della semifinale Champions 2010, quando il Barcellona, la squadra della sua formazione da assistente di Robson, fu costretto a raggiungere Milano in pullman per la nube del vulcano islandese Eyjafjallajokull, lui sfruttò alla perfezione il disagio altrui per l'1-3 dell'andata. Il Barça di Guardiola metteva le mani avanti sull'arbitraggio del ritorno al Camp Nou? "È un problema, per la migliore squadra del mondo, ribaltare il risultato di 3-1? Dov'è il dramma? Non bisogna fare la guerra, è una partita. Per noi la finale di Champions Madrid è un sogno, per loro è un'ossessione, e un sogno è più puro di un'ossessione".
Sul campo la discussa e precoce espulsione di Thiago Motta, con la panchina del Barcellona esultante, lo indusse a sussurrare all'orecchio di Guardiola la famosa frase: "Non fare festa, questa partita non è finita". Finì in effetti soltanto 1-0 per il Barcellona e Mourinho si gustò la qualificazione a modo suo: "Ho una squadra di eroi. È la sconfitta più bella della mia vita. Ho provato una gioia incredibile, è stato più bello di quando ho vinto la Champions". Poi la Champions la vinse sul serio. Però, dalla notte dell'addio all'Italia, è come se l'alchimia fosse a poco a poco scemata.
Una scelta d'orgoglio
Nei tre anni di Madrid Mourinho non smise di ricorrere alle provocazioni contro il Barça: lo esigeva in fondo il pubblico madridista e lui lo assecondò volentieri, alludendo ad arbitraggi favorevoli ai cugini di Catalogna per via della scritta Unicef sulla maglia. Dal 2013 al 2021 è cominciata la seconda fase della vita in Premier League, tra Chelsea, United e Tottenham e il repertorio verbale si è arricchito. Qualche titolo è arrivato, in particolare l'Europa League col Manchester, però la spinta tecnica e tattica sembra essersi affievolita. "Se mi esonerano, cacciano il migliore allenatore che questa squadra abbia mai avuto", disse poco prima che il Chelsea lo congedasse. Gli contestavano un calcio superato, fatto di attendismo e contropiede, e le campagne acquisti troppo care rispetto ai risultati: la prima critica è certamente sbrigativa. L'approdo alla Roma ne stimolerà l'orgoglio e ovviamente le doti istrioniche: quanto a gusto per la battuta e simbiosi con la gente, sembra davvero nel posto giusto. Ma a lui, in genere e al di là delle parole, preme che sia giusta innanzitutto la campagna acquisti. Intanto, undici anni dopo la notte del Bernabeu, l'Italia ritrova l'uomo del Triplete interista. Gli eventuali scontri dialettici con Antonio Conte, suo successore vincente sia al Chelsea sia all'Inter, sono come minimo probabili.
Mourinho alla Roma, quando lo 'Special One' coniò il tormentone 'zero tituli'