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Darboe e Zalewski, i ragazzi che hanno restituito dignità alla Roma

Darboe e Zalewski esultano dopo il gol del 3-2 al Manchester United (agf)
Il gambiano, arrivato in adolescente in Italia dopo essere passato per un campo profughi in Libia. Il polacco di Tivoli, pupillo di Dan Friedkin: all'Olimpico per lui c'era anche Zibì Boniek. Ecco chi sono i due giovanissimi che hanno reso meno amara l'eliminazione dei giallorossi
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ROMA - Il primo giocatore da cui sia rimasto colpito il trentenne Ryan Friedkin nei suoi primi mesi romani non è stato Lorenzo Pellegrini. E nemmeno Edin Dzeko. Quando usciva dal suo ufficio di Trigoria, il figlio del presidente Dan, si metteva a guardare allenamenti e partite della squadra Primavera: così ha scoperto il talento di Nicola Zalewski. Sì, il ragazzo di 19 anni che ha segnato – in realtà per la Uefa si è trattato di autorete di Telles – l’ultimo gol della Roma in questa Europa League sei minuti dopo il suo debutto assoluto con la prima squadra. Anche ammirando i suoi dribbling con la squadra allenata da Alberto De Rossi, il vice presidente romanista si è convinto che per il futuro del club sia necessario puntare sullo sviluppo dei giocatori: da comprare sul mercato, certo, ma anche da valorizzare attingendo dal vivaio. E forse ha un senso che i simboli della partita, che non ha ribaltato il 6-2 di Manchester, ma …

ROMA - Il primo giocatore da cui sia rimasto colpito il trentenne Ryan Friedkin nei suoi primi mesi romani non è stato Lorenzo Pellegrini. E nemmeno Edin Dzeko. Quando usciva dal suo ufficio di Trigoria, il figlio del presidente Dan, si metteva a guardare allenamenti e partite della squadra Primavera: così ha scoperto il talento di Nicola Zalewski. Sì, il ragazzo di 19 anni che ha segnato – in realtà per la Uefa si è trattato di autorete di Telles – l’ultimo gol della Roma in questa Europa League sei minuti dopo il suo debutto assoluto con la prima squadra. Anche ammirando i suoi dribbling con la squadra allenata da Alberto De Rossi, il vice presidente romanista si è convinto che per il futuro del club sia necessario puntare sullo sviluppo dei giocatori: da comprare sul mercato, certo, ma anche da valorizzare attingendo dal vivaio. E forse ha un senso che i simboli della partita, che non ha ribaltato il 6-2 di Manchester, ma ha restituito alla Roma la dignità persa a Old Trafford, siano due ragazzi.  

Anche Boniek ad applaudire il giovane talento

Uno è proprio Zalewski, esterno d’attacco, cresciuto a Tivoli. In tribuna ad applaudirlo c’era Zibi Boniek, presidente della Federcalcio polacca: la nazione da cui è arrivato in Italia il papà di Nicola, Krzysztof, ormai 30 anni fa. Per questo il figlio, che la Roma ha portato nelle sue giovanili quando aveva appena 11 anni, dicono su segnalazione di Bruno Conti, nonostante la doppia cittadinanza, di fronte alla possibilità di scegliere ha sposato la nazionale polacca, con cui gioca nella formazione Under 20.  

L'incredibile sogno di Darboe

Ma se l’ingresso di Zalewski nei minuti finali è stato una scelta, quello di Ebrima Darboe è stato addirittura una necessità, quando a fine primo tempo Smalling ha dovuto arrendersi all’ennesimo guaio fisico. A quel punto Fonseca ha riportato Mancini in difesa e inserito a centrocampo Darboe. Un ragazzo nato in Gambia il 6 giugno 2001, undici giorni prima che la Roma festeggiasse il suo terzo e ultimo scudetto. Ebrima è arrivato in Italia a 14 anni su un barcone come rifugiato dopo essere passato per un campo profughi in Libia. Sbarcato in Sicilia, è stato inserito nel progetto Sprar per i richiedenti asilo, poi affidato a lungo a un assistente sociale. Alla Roma è arrivato dopo aver giocato nello Young Rieti, la città in cui viveva. Contratto di 50 mila euro, pare li mandi alla famiglia in Africa, ma per giocare ha dovuto attendere mesi, per motivi burocratici dovuti alle norme Fifa.  

Oggi è già alla seconda presenza dopo il debutto con la Samp, probabile che anche domenica contro il Crotone possa toccare a lui. “Avevo questo sogno sin da piccolo”, ha detto poi a Sky Darboe. “In Africa c’era una persona, come se fosse mio fratello, che mi diceva che ero forte a giocare a pallone, mi diceva di andare in Europa, che sarei arrivato nei campionati top. I miei genitori mi hanno aiutato, ma non era facile avere il visto. Così sono scappato con due miei amici. È stata dura, devo ringraziare Dio e l’Italia. Ma anche una scout: si chiama Miriam Petruzzi, mi ha accolto in famiglia, mi ha cambiato la vita”. Chissà che il prossimo a cambiargliela, a Roma, non sia un certo José Mourinho.