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Una Roma "stravolta", così i Friedkin hanno costruito la vittoria

Il trionfo in Conference League parte da lontano, da un rapido ma radicale cambio di abitudini e di ambizioni. Nuova organizzazione a Trigoria, cancellato il progetto stadio, affidata la costruzione della squadra a un ds scelto con l'algoritmo, stravolte le abitudini di mercato
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TIRANA - Alla fine, discrezione e silenzio si sono sciolti. Alla fine, Ryan Friedkin ha ricevuto la coppa dalle mani di Lorenzo Pellegrini e l'ha portata sotto la curva romanista baciandola come un figlio. Per poi cederla nelle mani di papà Dan. Sì, perché quella che ha vinto è, senza nessun margine d'errore, la Roma dei Friedkin.

La mossa Mourinho

Si definiscono "caretaker". Una parola che in inglese vuol dire custodi, ma che sottintende anche il prendersi cura di qualcosa. Nel caso di Dan e Ryan Friedkin, il bene da custodire e da curare è la Roma. Cosa vuol dire, lo hanno dimostrato il 4 maggio di un anno fa, quando nel silenzio collettivo stupirono il m…

TIRANA - Alla fine, discrezione e silenzio si sono sciolti. Alla fine, Ryan Friedkin ha ricevuto la coppa dalle mani di Lorenzo Pellegrini e l'ha portata sotto la curva romanista baciandola come un figlio. Per poi cederla nelle mani di papà Dan. Sì, perché quella che ha vinto è, senza nessun margine d'errore, la Roma dei Friedkin.

La mossa Mourinho

Si definiscono "caretaker". Una parola che in inglese vuol dire custodi, ma che sottintende anche il prendersi cura di qualcosa. Nel caso di Dan e Ryan Friedkin, il bene da custodire e da curare è la Roma. Cosa vuol dire, lo hanno dimostrato il 4 maggio di un anno fa, quando nel silenzio collettivo stupirono il mondo del calcio annunciando di aver affidato le cure della Roma a un signore che si chiama José Mourinho. E cosa volesse dire non serviva spiegarlo: era una dichiarazione d'intenti. Ma questa vittoria non parte nemmeno da lì. Parte da lontano, da un rapido ma radicale cambio di abitudini e di ambizioni.

Stravolte le abitudini di Trigoria

"Rebuilding": così dicevano, da tempo, i Friedkin a Trigoria. In poco tempo si sono fatti l'idea che la Roma andasse ricostruita, sottintendendo la necessità di azzerare quello che era stato fatto fino a quel momento. Buono o meno che fosse. Convinti che se la Roma non vinceva da più di un decennio - il 24 maggio sono scoccati i 14 anni -  il problema non poteva essere uno soltanto. E lentamente hanno cambiato tutto. Hanno stravolto le abitudini di Trigoria, l'organizzazione interna di uffici e spazi comuni. In meno di un anno hanno capito che l'eccessiva mescolanza all'interno del centro sportivo rischiava di trasferire alla squadra le sensazioni - soprattutto quelle negative - dell'ambiente esterno. E allora hanno chiuso il bar interno ai dipendenti riservandolo a calciatori e dirigenti. La terrazza che affaccia sui campi trasformata in una personalissima club house: solo per loro.

Lo stemma, lo stadio, la scelta di Tiago Pinto

E hanno smontato le architetture della gestione Pallotta, anche cedendo alla ruffianeria verso le più estreme istanze della tifoseria: sulla maglia è tornato lo stemma cancellato dalla vecchia proprietà, seppure per una sola partita, ma che partita, il derby di ritorno. Hanno cancellato con una mail il progetto stadio a cui Pallotta aveva legato la sua stessa permanenza a Roma e per cui mancava solo l'ultima approvazione, scegliendo invece di ripartire da zero. Hanno affidato la costruzione della squadra a un portoghese di neanche 40 anni, Tiago Pinto, scelto con un algoritmo e dandogli pieni poteri (compatibilmente con la presenza di Mourinho). Hanno deciso di seguire una sola strada: la loro. Isolandosi dal mondo. Restando in silenzio, oscurati dietro le braccia possenti - a volte anche troppo - della security e dietro i vetri scuri, che siano quelli delle auto che li scortano allo stadio o degli occhiali da sole da cui hanno seguito l'ultimo allenamento prima della partenza per Tirana. Nemmeno l'albergo che hanno scelto era lo stesso dei calciatori. Snobbismo? Dopo quella corsa sotto la curva con la coppa in mano, non verrà più in mente a nessuno di pensarlo.

Il mercato

Soprattutto, hanno stravolto le abitudini di mercato, scegliendo dei punti fermi. Se la certezza in passato era che nessuno fosse intoccabile, che si chiamasse Salah o Alisson, i Friedkin hanno per prima cosa deciso chi non si sarebbe mosso più. Il capitano Lorenzo Pellegrini, il difensore Gianluca Mancini: due simboli scelti per dare certezze su cui costruire. Ora hanno messo il primo tassello, una vittoria europea, la prima della storia romanista. "Non abbiamo vinto noi, ha vinto la Roma". Un bene di cui prendersi cura. Sapendo che, la Conference League, è solo il primo passo.