Roma, il crepuscolo di Mourinho: la prima finale persa ne ha dissolto il mito
di Matteo PinciJosé Mourinho
(agf)ROMA — Chi l’avrebbe mai detto. Il totem José Mourinho, l’allenatore capace di riportare la Roma a vincere dopo quattordici anni, costretto a dire al mondo che no, il problema della Roma non è lui. Chi lo avrebbe immaginato dopo i murales a Testaccio, la vittoria della Conference alla prima stagione, la finale di Budapest. Ma è come se da quella notte qualcosa sia cambiato. Prima di quel giorno tutti pensavano — o temevano — che José sarebbe andato via, lasciando l’ennesimo trofeo della sua storia. E invece è arrivata la sua prima sconfitta in una finale europea. È arrivata una permanenza dovuta, più che voluta: c’era un contratto e nessuna delle due parti — né lui, né la proprietà della Roma — ha avuto voglia di prendersi l’onere del divorzio. Come quelle coppie che restano insieme perché non hanno il coraggio di dirsi che è finita. O sostenere i costi di una separazione.
Mourinho, addio a fine stagione
Mourinho ha implicitamente annunciato l’addio a fine stagione, quando scadrà…
ROMA — Chi l’avrebbe mai detto. Il totem José Mourinho, l’allenatore capace di riportare la Roma a vincere dopo quattordici anni, costretto a dire al mondo che no, il problema della Roma non è lui. Chi lo avrebbe immaginato dopo i murales a Testaccio, la vittoria della Conference alla prima stagione, la finale di Budapest. Ma è come se da quella notte qualcosa sia cambiato. Prima di quel giorno tutti pensavano — o temevano — che José sarebbe andato via, lasciando l’ennesimo trofeo della sua storia. E invece è arrivata la sua prima sconfitta in una finale europea. È arrivata una permanenza dovuta, più che voluta: c’era un contratto e nessuna delle due parti — né lui, né la proprietà della Roma — ha avuto voglia di prendersi l’onere del divorzio. Come quelle coppie che restano insieme perché non hanno il coraggio di dirsi che è finita. O sostenere i costi di una separazione.
Mourinho, addio a fine stagione
Mourinho ha implicitamente annunciato l’addio a fine stagione, quando scadrà il suo contratto. Il problema è come arrivarci, visto che la Roma tramortita a Genova è parsa svuotata. Nonostante la squadra sia la più forte avuta dal portoghese nella capitale: chi altri ha Dybala e Lukaku? Chi ha cinque centrocampisti come Paredes, Aouar, Pellegrini, Cristante e Renato Sanches? C’è un episodio che Mourinho non può dimenticare e risale al suo primo incontro con la famiglia Friedkin. Quel giorno, nel suo soggiorno di Londra, il presidente Dan gli fece una promessa: «Da noi non sarai mai esonerato». Era la frase che lui, probabilmente, voleva sentirsi dire dopo quell’esonero a tradimento col Tottenham, pochi giorni prima di una finale. Mourinho, forse ricordando quella promessa, ha posto una sorta di condizione: «Solo Friedkin può dirmi che devo andare via». Come a dire: solo lui può rompere quell’impegno. Ma se non è una resa — figurarsi — è una presa di coscienza: il suo castello di certezze granitiche è sotto assedio e lui, mito più grande persino della Roma stessa, è in discussione. Anche per una parte di quei tifosi che lo ha idolatrato fino alla finale persa di Europa League a maggio.
La crisi della Roma
Ma sembra quasi che la forza nervosa su cui lo Special One abbia costruito quella cavalcata si sia afflosciata, come se quella sconfitta avesse interrotto l’incantesimo fideistico di un gruppo che con lui si sentiva imbattibile. È vero: in campionato José nei due anni scorsi è rimasto sul crinale della mediocrità, ma i risultati europei avevano ammantato di magia stagioni altrimenti anonime. Rendendole indimenticabili. Ciononostante, la squadra aveva dato il segnale di crescere costantemente. Ora s’è avvitata nel peggior avvio degli ultimi trent’anni. E così il mito più evocativo e divisivo della storia recente del calcio è costretto a sfoderare scuse che poco si modellano alla sua dimensione: «Sì, è il peggior avvio della mia carriera, ma prima di me la Roma non aveva mai giocato due finali europee consecutive». E ancora: «Ho avuto la più grande, la più importante e la più pazza offerta di lavoro che un allenatore abbia mai avuto nella storia del calcio e l’ho rifiutata».
Da una parte, è un modo per dire che non si è sentito, e non si sente, pronto per l’esilio da fine carriera in Arabia Saudita (l’offerta arrivava da lì). Dall’altra, suscita naturalmente una domanda: in un calcio che viaggia a mille all’ora e cambia di continuo, non sarà che anche José inizia a sentire il peso delle attese?