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Il derby della Lanterna spenta: la Samp rinuncia alla vendetta

Nel 2011 il Genoa mandò i blucerchiati in B, stavolta si è preso i punti forse decisivi per la salvezza. Una città fieramente divisa dal calcio che sa unirsi nei momenti di dolore

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GENOVA - Dice bene, Ranieri. Questo derby a porte chiuse è come una Lanterna spenta. “La cosa più brutta che mi sia capitata. Questo non è calcio, questo non è derby. Lo stadio vuoto, senza pubblico, che tristezza. Noi avevamo meno motivazioni di loro, i nostri tifosi avrebbero potuto spingerci. Forse con la nostra gradinata piena la gara sarebbe finita in maniera diversa. Ma non è questo il punto: l’importante, al di là del risultato, è che se ne vada il Covid. E che questa sfida fra Sampdoria e Genoa possa tornare una festa”.

Dice bene. Ma la festa c’è lo stesso ed è tutta a tinte rossoblù. Perché questo successo per il Genoa di Nicola è importantissimo, può valere la salvezza, anche se la vittoria del Lecce non riesce a far svanire tutti gli incubi. Non solo, in una città fieramente divisa dal calcio (dove la sera prima peraltro, Coronavirus o no, le opposte fazioni hanno provato a scontrarsi per il colore della vernice da apporre ad un gabbiotto un tempo destinato a biglietteria o ad una scalinata e solo l’intervento della polizia ha evitato il peggio), quando il Covid sarà solo un brutto ricordo, si rammenterà  solo della vendetta mancata da parte della Sampdoria, che poteva mandare in serie B gli odiati cugini come i rivali fecero nel 2011 (il sogno dei propri sostenitori) e invece si è fatta piegare, per la gioia e il sollievo dei genoani. Verrà alla mente questo, perché Genova, come sa unirsi nelle disgrazie, vedi la tragedia del Ponte Morandi e la felicità per l’inaugurazione del nuovo ponte prevista per il 3 agosto, come sa sovrapporsi nella generosità, con Genoa e Sampdoria pronte ad unirsi alla cerimonia, portando un assegno da 25 mila euro ciascuna per costruire un campo sportivo nella zona martoriata dal crollo, così sa spaccarsi con il pallone a colpi di veleno e sfottò. I sampdoriani sognavano, ci sono rimasti male, e ora i genoani, scampato il pericolo, non si fanno pregare nell’infierire. Il fischio finale dell’arbitro Guida è stato un segnale, ha dato il via a caroselli e sfottò, prese in giro che con telefonini e web diventano quasi una formalità. C’è chi addirittura, tanto per far capire quanto conti la memoria in una sfida che dura tutto l’anno, ha ripescato dall’armadio un vecchio striscione con la scritta “Grazie Rumente”, risalente al 1981, una vita calcistica fa. Rumente, dialetto genovese, plurale di spazzatura. Allora si riferiva ad una vittoria della Samp in casa Lazio che aveva permesso al Genoa di salire in Serie A, adesso ringrazia l’indulgenza blucerchiata che dà la possibilità di ricominciare ad inseguirsi e di sfottersi nella prossima stagione.

La Genova rossoblù, passato lo spavento, riscopre antichi ardori, quella blucerchiata si lecca le ferite e dimentica i recenti successi e la salvezza già conquistata. Sentimenti su cui fa leva Nicola, che sa di non poter ancora essere tranquillo del tutto, ma che intanto elogia il suo gruppo, “per aver dimostrato più grinta, più voglia di combattere di un avversario comunque tosto e determinato”. Il Genoa di una scintilla aveva bisogno e con Lerager e Criscito, leader e capitano, l’ha trovata. Potrebbe essere l’inizio di un’onda lunga che va ad esaurirsi nella prossima serie A. Ranieri invece, forse, ha sottovalutato cosa potesse essere perdere un derby, del resto nella sua carriera, nonostante abbia lavorato a Milano, Roma e Torino, non gli era mai capitato. Critiche per non aver schierato Quagliarella dall’inizio, “ma Bonazzoli stava bene e io devo alternare gli attaccanti”, per non aver saputo infondere il sacro furore, in altre parole per essere stato il condottiero di una squadra inferiore. È Genova, che nel calcio non ha una “faccia un po’ così”, ma un’espressione chiara e nitida. Il derby è sacro, non vincerlo, come dice una famosa citazione, “è come rapinare una banca ed accorgersi di aver portato via una borsa piena di stracci”. Boselli nel Genoa non ha fatto niente, ma ancora tutti parlano di lui perché nel 2011 mandò la Sampdoria in  B. Immortalità che ora conquisterà il danese Lerager. Simbolo di un orgoglio ritrovato, di una città che nel calcio non ha ponti. Di due squadre che non vorrebbero essere sole, perché la rivalità è troppo adrenalinica. Ma in estasi (dura mesi) nella notte giusta.
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