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Walter Casagrande: ''Così ho sconfitto i miei demoni''

Walter Casagrande 
L'ex attaccante brasiliano del Torino racconta il suo viaggio all'inferno: "Dopo aver smesso di giocare si aprì un vuoto: lo riempii di droga e alcol, stavo per morire". E spiega il suo ritorno alla vita: "Mi sono disintossicato, ora scrivo libri e racconto la mia esperienza per aiutare gli altri"
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TORINO - Walter Casagrande dice che non aveva paura di niente, "e figuriamoci di morire", ma era la paura che stava per ucciderlo ed è stata la paura a salvarlo. "Ero un uomo senza paura, sì. Avevo un fisico forte e grazie alla droga facevo cose impossibili. Almeno fino quando non ho cominciato a vedere i demoni". Demoni ovunque. Bestie, diavoli, mostri. "La sera che rischiai di morire, la mia casa ne era invasa. Scappai, presi la macchina, cercai un albergo, ma quando entrai in camera i demoni erano anche lì. Allora scappai di nuovo. So solo che mi addormentai al volante e mi risvegliai in ospedale. La mia macchina aveva capottato, finendo addosso ad altre cinque. E io ero vivo per miracolo". Era il settembre del 2007. Nell'ottobre del 2008 uscirà dalla clinica, disintossicato ma non guarito. "La dipendenza chimica è una malattia che non ha cura, perché la voglia non passa mai. Quello che puoi fare è essere forte, sopportare, andare avanti e avere il coraggio di farsi aiutare".

Lui, il coraggio l'ha avuto: adesso guarda la sua malattia in faccia ("Finché capisci che non è un vizio ma un cancro, non lo combatterai mai e continuerai a dire: smetto quando voglio"), ne parla, ne ha scritto. "Ma il coraggio lo ebbe prima di tutto la mia famiglia, che dopo l'incidente mi fece internare e dall'ospedale mi portò nella casa di cura dove rimasi per un anno. Fu mio figlio più grande, Victor Hugo, a prendersi la responsabilità: aveva 20 anni, ma si comportò da uomo". Da allora le allucinazioni sono finite. Niente più demoni.
Casagrande è tornato a Torino, dove mancava dal 1995, per celebrare, nel Gran Gala Granata organizzato mercoledì sera al Teatro Nuovo da Toro.it, i 25 anni dalla finale di Coppa Uefa con l'Ajax, persa senza perdere: i tre pali di Amsterdam (uno suo, di testa, e all'andata aveva segnato una doppietta), la sedia di Mondonico, Bruno e Annoni, Lentini e Martin Vazquez che è venuto apposta da Madrid. "Abbiamo una chat su whatsapp, non ci siamo mai lasciati. Il Toro ce l'ho dentro, al punto che l'unica squadra contro la quale tifo, che spero che perda ogni partita, è la Juve. L'ultima partita che giocai in Italia fu la finale di Coppa Italia contro la Roma, Mondonico mi mise in difesa a respingere di testa i cross che arrivavano da tutti le parti". Tornato in Brasile, si perse. "In Italia ero riuscito a pensare solo al calcio alla famiglia. Ad Ascoli nacque il mio secondo figlio, a Torino il terzo, ero assorbito, se litigavo, con Rozzi o con Mondonico, era solo per questioni di tattica, per banalissime divergenze di opinioni sul modo di stare campo. Ma quando smisi di giocare si aprì un vuoto. Non avevo più niente da fare, non c'era più niente che mi desse piacere e quel vuoto l'ho riempito di droga. Mi sono fatto di tutto: coca, eroina, erba, skunk, alcol. Fumavo, bevevo, sniffavo, mi bucavo, sempre in casa, da solo: i drogati solitari sono la razza peggiore. Ero vorace di droga come prima lo ero di gol". E si lasciava consumare, senza opporsi. "Avevo cominciato a drogarmi da ragazzo per emulazione. Lo facevano i miei idoli: Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix. La mia passione assoluta era il rock, ero imbevuto della cultura degli anni Sessanta, la droga era una filosofia di vita: era glamour, credevi che ti elevasse spiritualmente, che aumentasse la creatività, che allargasse il pensiero. E quindi mi facevo". Nel Corinthians della democrazia corinthiana, l'autogestione comunista negli anni della dittatura brasiliana, circolava di tutto: idee e sostanza, ideali e roba. "Socrates ne è rimasto ucciso. La sua vita era bere e parlare, ogni sera. Bere e parlare, di politica, di cultura. Non ha saputo, o voluto, uscirne". Casagrande invece sì, con la fatica del coraggio e dopo essersi rovinato la vita, la salute (era gonfio da far paura, qualche anno fa), gli ideali. "Quelli, per la verità, li ha uccisi la sinistra".

Mostra la foto con un giovanissimo Lula, nel giorno della fondazione del Partito dei Lavoratori, 1980. "Lottavamo contro la dittatura, la sconfiggemmo, Ma una volta al potere, la sinistra si è lasciata mangiare dalla corruzione. Mondiali e Olimpiadi sono stati il loro bottino, non avevamo scuole e abbiamo costruito stadi. Il governo ha patteggiato con la criminalità: ha chiesto una sorta di tregua Olimpico e poi le ha lasciato mano libera dopo. Oggi non abbiamo una sola persona onesta cui affidare il paese. L'anno prossimo si vota, non ho idea di cosa possa accadere. Sono pessimista". È bello che a Casagrande si sia riaccesa la passione politica ("Sono sempre di sinistra"), perché per dieci anni ha avuto un unico ideale: farsi. "Adesso vado al cinema, a teatro, ai concerti. Produco anche show musicali. Lo spazio lasciato libero dalla droga lo ha occupato la cultura. Ho la fortuna di vivere a Vila Madalena, il quartiere underground di San Paolo dove abitano cineasti, attori, artisti: c'è fermento e non violenza, almeno finora". È il commentatore di punta di Rede Globo, ha un programma tutto suo in tv (Fala, Casão!) nel quale risponde alle domande ("Di calcio o di vita, dipende") della gente intervistato per strada, è ospite fisso di Rock Bola, un appuntamento radiofonico settimanale cui partecipano anche lo scrittore Marcelo Rubens Paiva e il cantante Branco Mello, con i quali parla di musica "perché il rock resta la mia passione, però non la sua parte distruttiva".

Ma la sua vita è soprattutto altro. "Giro il Brasile raccontando la mia storia. La mia autobiografia, Casagrande e i suoi demoni, è diventata libro di testo nelle università brasiliane, a Psicologia e Psichiatria. Collaboro a un progetto antidroga del governo del Cearà e una volta mese vado a Fortaleza a parlare della mia esperienza: vengono a sentirmi anche 5000 persone. La cosa più bella è quando qualcuno mi ferma per strada e mi dice: grazie, mio figlio ha letto il tuo libro e ha deciso di cominciare a lottare. Sulla droga ci sono poca informazione e tanti preconcetti, si pensa che coinvolga solo persone marginali ma non è così, soprattutto in questo Brasile dove gli esponenti della classe media ormai dormono sui marciapiedi. Io aiuto la gente, ma chi mi ascolta aiuta tanto me". Perché lui, dice, deve resistere sapendo di non poter guarire mai, o almeno non del tutto. "Lotto ogni giorno. Tutte le mattine vado in palestra, una volta settimana incontro lo psicologo e lo psichiatra, faccio terapia di gruppo. Non posso permettermi di abbassare la guardia, ma da nove anni bevo solo acqua e fumo solo sigarette, e pure poche". Ha i riccioli di una volta, gli stessi slanci di passione ma soprattutto la sua coscienza pura: "La droga aveva ribaltato i miei valori, ho lavorato per ripristinarli. Ho riaperto le porte all'umiltà e cacciato via l'arroganza e la prepotenza. Ho dovuto disintossicarmi anche da quelle".
 
 
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