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Torino, Bremer: dall'esordio contro Ronaldo ai 'finti' complimenti di Klopp. "Lavoro per diventare uno dei più forti al mondo"

Bremer in azione 
Il difensore granata si racconta nella settimana di un derby delicatissimo. Da Mazzarri, alla tattica, alla boxe ("Mi aiuta nella velocità del gioco di gambe"), alle ambizioni. E sulla Juve: "Il fatto che non stia andando molto bene è un'opportunità per noi"
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TORINO - Gleison Bremer ha appena compiuto 24 anni ma è una delle poche sicurezze che il Torino in questo momento ha. È da poco guarito dal Covid ed è pronto a sfidare Ronaldo, l'avversario contro cui ha giocato la sua prima partita italiana. "Mia moglie purtroppo è ancora positiva, ma sta bene. Io Ho avuto dei sintomi ma soprattutto paura, visto quanta gente va in ospedale. E poi il Covid ti lascia addosso qualcosa: con l'Inter, sono andato bene, ma con il Sassuolo non riuscivo a essere il Bremer di prima".

Lei in un certo senso aveva già fatto una lunga quarantena nel 2018/2019, la sua prima stagione italiana: un solo minuto in campo nei primi setti mesi.
"Ma Mazzarri continuava a dirmi che se mi fossi allenato duramente l'opportunità sarebbe arrivata".
E infatti arrivò: proprio nel derby, ricorda?
"Mazzarri ha sempre creduto in me e quel giorno lo dimostrò: mancavano Moretti e Djidji ma non ebbe paura a scommettere di su di me anche se non avevo mai giocato prima e anche se se era la partita più difficile dell'anno. Meno male che abbiamo pareggiato perché se avessimo perso non me lo sarei perdonato".
Il gol di Ronaldo, intende?
"Ho giocato bene tutta la partita, ma proprio all'ultimo ho perso la marcatura e lui ha segnato il gol dell'1-1. Avrei potuto e dovuto fare di più".
Era la sua prima volta, non era emozionato?
"No, io sono un freddo e aspettavo da tanto quel momento: finalmente avrei potuto dimostrare il mio valore".
Adesso lei è un punto fermo della squadra, ma quanto le è costato un anno intero di anticamera?
"In Brasile giocavo sempre, quindi è stato difficile dover aspettare. Ma Mazzarri con me è stato chiaro fin da subito: comincia a imparare l'italiano, poi piano piano verrà tutto il resto".
In quei mesi non si è mai pentito della scelta di venire al Toro?
"No, perché sapevo che l'impatto con l'Europa non sarebbe stato facile. E se avessi dovuto incontrare dei problemi, era meglio che succedesse subito".
Cos'ha imparato come prima cosa?
"Ad avere pazienza, io che ho sempre voluto tutto subito. E poi che per fare le cose giuste ci vuole tempo. Quella stagione mi ha fatto molto bene, avevo tanto da imparare e credo di averlo imparato, anche fermandomi dopo gli allenamenti a fare "ripetizioni", anche di tecnica, con gli assistenti di Mazzarri".
Un brasiliano ha bisogno di ripetizioni?
"Certo. A livello di tattica prima di tutto e poi anche di aggressività. E pure di tecnica, sì. Difensivamente ho sempre avuto qualità, ma qui ho imparato come posizionarmi con il corpo per ricevere la palla, come marcare in area, come impostare un'azione. In Brasile c'è tanto spazio, quando ti arriva il pallone puoi alzare la testa e giocare con calma. Qui invece non c'è tempo, devi pensare in fretta".
Oggi si sente un cardine del Toro?
"Devo ringraziare Longo perché con lui ho cominciato ad avere continuità. Mi sento forte, ma non devo pensare che basti. Si può e si deve migliorare fino all'ultimo giorno di vita".
La raccontano molto ambizioso: conferma?
"Volevo l'Europa e non ho esitato a fare il salto anche se ero molto giovane e in Brasile avevo giocato appena una trentina di partite nell'Atletico MIneiro: qui so di poter diventare uno dei più forti al mondo. A Torino mi sto trovando benissimo, soprattutto dopo che ho superato lo scoglio della lingua grazie anche all'insegnante che è venuta a farci lezione e domicilio. Abitiamo in collina perché a noi brasiliani piace stare in mezzo al verde. Qui è nata nostra figlia, che adesso ha cinque mesi e potere avere dello spazio all'aria aperta è stata una bella fortuna, durante il lockdown. Del resto io vengo della campagna, i miei hanno una fattoria nello stato di Bahia e da piccolo davo una mano con le mucche. Papà ha fatto anche il calciatore dilettante: era un difensore anche lui e tutti mi prendono in giro dicendo che era più bravo di me, ma non è vero. Non vedo la mia famiglia da due anni, è dura stare lontano. Ma è la mia vita. Voglio puntare in alto".
Anche alla nazionale?
"Sto facendo bene in un campionato che non è poi così scarso, quindi è logico essere preso in considerazione per il Brasile".
Ma è vero che il Liverpool è interessato a lei da quando giocaste quell'amichevole ad Anfield tre anni fa?
"Questa cosa è divertente: ne parlano tutti ma io e il mio procuratore non ne sappiamo niente. Gira anche la leggenda metropolitana che alla fine della partita Klopp venne a farmi in complimenti. Ma non è mica vero".
Sabato avrà invece la partita meno amichevole che ci sia.
"La stiamo già vivendo. Ne conosciamo l'importanza e il fatto che la Juve non stia andando molto bene è un'opportunità per noi. E poi Nicola è un motivatore, in ogni partita riesce a farci dare il meglio e ha già cominciato a caricarci per il derby. Ma sappiamo che sarà fondamentale entrare in campo sereni e tranquilli".
Nel frattempo ha imparato come si marca Ronaldo?
"Con l'attenzione continua. Lui appena vede un piccolo spazio ci si infila. È così che mi fece gol due anni fa".
Pochi hanno invece imparato a marcare lei: nove reti in una cinquantina di partite non sono pochi, per un difensore.
"Alla fine di ogni allenamento faccio un ripasso di movimenti offensivi: cross, colpi di testa. Con il Milan segnai partendo dalla nostra metà campo: ogni tanto lo faccio, rubo palla e mi butto. Ma è il gioco aereo la mia vera specialità: i gol che ho fatto non sono un caso".
È riuscito a spiegarsi perché sono due anni che arrancate?
"Il Toro è un club storico e sulla carta abbiamo ottimi giocatori, ma purtroppo il riscontro del campo è diverso. Penso ci sia mancato molto il mese di precampionato: è vero che è stato così per tutti, ma noi avevamo cambiato completamente modo di giocare e avremmo avuto bisogno di più tempo per assimilare quello nuovo".
Il derby è una motivazione in più?
"Già solo la classifica deve esserlo. La retrocessione sarebbe una macchia per tutti, non dovremmo avere bisogno di altri stimoli. Come dice Nicola, dobbiamo tenere la testa alta e migliorare anche quando vinciamo".
Chi la conosce dice che ha grandi valori morali: ci spiega quali sono?
"Penso che l'umiltà sia una virtù, così come riconoscere i propri sbagli e stare ad ascoltare le persone più esperte di te".
Si sente leader di questa squadra?
"Non prendo ancora la parola in pubblico, ma mi piace parlare chiaro con i compagni. Se ho qualcosa da dire a qualcuno, non mi tiro indietro".
È vero che a Torino si è dedicato anche alla boxe?
"Verissimo, almeno prima del Covid e della nascita di mia figlia. Mi sono iscritto a una palestra in corso Francia: il pugilato mi piace e mi serve".
Gli allenamenti al Filadelfia non erano abbastanza?
"Se vuoi arrivare in alto devi sempre fare qualcosa in più. Sono un perfezionista, la boxe mi è utilissima per migliorare la rapidità del gioco di gambe. Non ho ancora mai combattuto, però".
Come premio salvezza le va bene un viaggio in Brasile per rivedere i suoi?
"In realtà punto a partecipare alle Olimpiadi di Tokyo con il Brasile. Passerei un'altra estate lontano dalla famiglia, ma almeno stavolta sarebbe per un buon motivo".

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