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Spezia, il figlio del calcio minore ora sfida i grandi

(ansa)
E' la terza ligure in A, e l'evento è storico. Non è il nobile Genoa o la Sampdoria, ma intanto il club bianconero si potrà godere due derby inattesi
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Tre, si sa, è il numero perfetto. Perfetto e anche storico, perché la Liguria, dalla nascita della Sampdoria, datata 1946, mai aveva avuto tre squadre in serie A, lo Spezia fino alla magica notte di giovedì era un parente povero, guardato con supponenza dai blucerchiati e dal Genoa, neanche uno scomodo intruso, ma il figlio di un calcio minore, anche se con un patron come Volpi, decisamente più ricco ed amato di Ferrero e Preziosi e spesso, data la sua fede sampdoriana, invocato da mezza Genova come il provvidenziale salvatore di un mondo blucerchiato in difficoltà, il salvagente di un club in chiara regressione negli investimenti e in palese affanno nella liquidità.

Lo Spezia è simpatico, come lo è l’Entella, altra società modello guidata dal facoltoso Gozzi, ferma alla serie B, solo perché il suo bacino d’utenza e i 30 mila abitanti di Chiavari non permettono di andare oltre il confine del miracolo. Lo Spezia è divertente, gioca bene, a Genova piace sapere cosa ha fatto, se ha vinto o perso, suscita interesse, ma nel calcio che conta non esiste, non è il nobile Genoa dei nove scudetti, non è la sbarazzina Sampdoria dal fulgido passato targato Vialli e Mancini, ricordi di un tempo che fu, ma sufficienti per conservare ed imporre lignaggio e tradizione. Lo Spezia non è derby, anche se i suoi tifosi hanno una fiera rivalità con quelli genoani, non è pathos, non è lotta per la supremazia. Lo Spezia non c’è. Anzi, non c’era, perché da giovedì sera è cambiato tutto, la Liguria, che ancora si lecca le ferite per alluvioni e tragedia del Morandi, che prova a ripartire con il nuovo Ponte San Giorgio e la speranza di collegamenti e infrastrutture in divenire finalmente all’altezza, può sbandierare con orgoglio il suo vanto, tre squadre in serie A, pari a Lombardia ed Emilia almeno nel calcio. La regione ostenta il suo primato, e non a caso i politici locali, maggioranza ed opposizione (tra un mese si vota per il nuovo Governatore)  sono subito saliti sul vincente carro spezzino, con applausi e complimenti, i genovesi di entrambe le fedi calcistiche dovranno resettare e cambiare la loro mentalità, il loro approccio. Perché adesso la corsa è a tre e il rischio concreto è che l’ultima arrivata, tanto più se il patron Vol pi cambiasse idea sulla sua volontà di vendere e decidesse di andare avanti con la sua emergente creatura, possa diventare la prima, con buona pace di storia e tradizione, ma pure di bilanci che piangono e feroci contestazioni della piazza agli invisi Ferrero e Preziosi.

Già, perché lo Spezia, club modello, conti perfettamente in ordine, rappresenta una nuova sfida, una ventata d’aria fresca, un nuovo che avanza più accattivante di un vecchio che nell’ultima stagione, ancorché in modo diverso, la Sampdoria togliendosi dai guai un po’ prima, il Genoa in extremis, ha faticato a rimanere in serie A. Va detto che la Liguria quando ci si mette non si fa mancare niente: nel giorno in cui festeggia la sua prima volta con un tridente in serie A, scopre anche di avere tre club in vendita. Lo è, negli ultimi giorni anche lo Spezia, diventato appetibile per cordate italiane o internazionali, forte di un possibile disimpegno di Volpi. Lo sono da tempo Genoa e Sampdoria. Preziosi tiene in serie A il club rossoblù da 13 anni, ma negli ultimi tempi, anche perché insultato e costretto, anche prima del Coronavirus, a non andare allo stadio, giura di essersi stancato. Ad ogni sofferta salvezza corrisponde l’annuncio di un passo indietro, salvo poi chiudere la porta a qualsiasi potenziale acquirente. Stavolta però, almeno in parte, sembra di no. Ha bollato come irricevibile la proposta (pubblica) di una cordata italo-inglese, rappresentata da Gestio Capital (fondo creato da Matteo Manfredi con sede a Londra) e Aser Ventures, la holding sportiva di Radrizzani, il dirigente che ha riportato il Leeeds in Premier League, ma non ha usato gli stessi toni per il gruppo capitanato dall’imprenditore marocchino Rahhal Boulgate e rappresentato dall’avvocato Giordano.

Anzi, si dice che prossimamente fra le parti potrebbe esserci un incontro, un’apertura che fa pensare ad una buona base di partenza e a possibili passi avanti, anche se la trattativa è ancora allo stato embrionale e nel frattempo il patron rossoblù, dal suo eremo estivo di Ibiza, si è già immerso nel mercato che tanto lo affascina, con il solito tourbillon di procuratori che si presentano alla sua porta. In vendita, in caso di offerta congrua, è anche la Sampdoria, benché Ferrero giuri di non avere alcuna intenzione di mollare e di essere pronto a costruire una squadra che non farà più soffrire i tifosi. I fatti però dicono che abbia bisogno di liquidità, anche per scongiurare il fallimento di due sue aziende e convincere il tribunale ad accettare un piano di rientro, oltre a dover fare i conti con una vicenda giudiziaria in cui è accusato (ma non ancora rinviato a giudizio) di distrazione di fondi dalla Sampdoria e con una piazza che in larga maggioranza non lo vuole più. L’impressione in questo caso, dopo aver detto no a Vialli e agli americani, è che sia tutta una questione di prezzo. Ferrero non vuole svendere. Pretende 75 milioni di euro. E intanto tira avanti.

E’ una Liguria dallo strano destino. Gongola per i risultati (salvezze e promozione), paradossalmente può non maledire il lockdown (prima del Coronavirus la Sampdoria era ai confini della zona rossa, il Genoa rischiava grosso, lo Spezia in B era dietro al Frosinone), guarda con angoscia al futuro. E’ tipico di questa terra non riuscire a godersi appieno la felicità, ma in questo momento genoani e sampdoriani dicono che non sanno cosa sia. A Spezia sì. Ma a patto d’incatenare Volpi. 
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