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Parigi-Roubaix, l'eterna avventura tra le insidie del pavé

Ventisette tratti sulle pietre sconnesse, con la Foresta di Arenberg, anticipata di 14 km rispetto al passato, se possibile ancora più selettiva: è la magica e crudele atmosfera dell'Infgerno de Nord. L'Italia punta su Pozzato, chiamato a riscattare una stagione finora deludente
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di EUGENIO CAPODACQUA
Piccole variazioni per la giostra delle pietre, soprattutto nei dintorni di Denain, quando la mitica corsa del pavé approccia il tratto più temuto e fomoso, quello della foresta di Arenberg. Arriveranno un po' prima i 2284 metri che tormentano le notti dei corridori alla vigilia perché lì se proprio non si decide la corsa, almeno si capisce chi è dentro e chi è fuori. Stavolta "le trou", il grande buco all'inizio della "tranchée"  - un tempo un'autentica voragine di fronte alla quale si affollavano gli spettatori per soccorrere i corridori che vi precipitavano nella foga di abbordare nelle prime posizioni il terribile tratto in basolato  -  è circa al chilometro 158 e ne mancheranno 95,6 al Velodromo di Roubaix.  Era al chilometro 172 la scorsa stagione. Per questo i corridori vi arriveranno con le gambe più fresche, sia pur di poco e la battaglia sarà anc…
di EUGENIO CAPODACQUA
Piccole variazioni per la giostra delle pietre, soprattutto nei dintorni di Denain, quando la mitica corsa del pavé approccia il tratto più temuto e fomoso, quello della foresta di Arenberg. Arriveranno un po' prima i 2284 metri che tormentano le notti dei corridori alla vigilia perché lì se proprio non si decide la corsa, almeno si capisce chi è dentro e chi è fuori. Stavolta "le trou", il grande buco all'inizio della "tranchée"  - un tempo un'autentica voragine di fronte alla quale si affollavano gli spettatori per soccorrere i corridori che vi precipitavano nella foga di abbordare nelle prime posizioni il terribile tratto in basolato  -  è circa al chilometro 158 e ne mancheranno 95,6 al Velodromo di Roubaix.  Era al chilometro 172 la scorsa stagione. Per questo i corridori vi arriveranno con le gambe più fresche, sia pur di poco e la battaglia sarà ancora più aspra del solito. E, di conseguenza, la selezione anticipata di una quindicina di chilometri. Differenza impalpabile per lo spettatore, ma non per chi conosce più a fondo ll cosiddetto "inferno del nord", la corsa al massacro che nel passato richiamava una pioggia di maledizioni sulla testa degli organizzatori. 27 tratti di pietre che rimbalzano nel cervello in un percorso che non ha altimetria, ma che alla fine seleziona più di un Mortirolo. Una vera avventura nel viaggio da Compiègne a Roubaix lungo 254 tormentatissimi chilometri.

Amata (da chi l'ha domata) e odiata, è la corsa che per i suoi toni epici da ciclismo eroico da sola vale una carriera. Forza, colpo d'occhio per trovare istante per istante la traiettoria giusta sul maledetto pavé, velocità, volontà, resistenza alla fatica e alla sofferenza. Bisognerebbe portare le scolaresche di oggi negli spogliatoi fumanti di vapore al mitico velodromo, dopo la corsa, per far capire cosa c'è dietro quel traguardo. Quali sacrifici comporti. Mani piagate, gambe e braccia graffiate dall'asfalto e dalle pietre, sanguinolente, volti neri di polvere, occhi stralunati, persi nel vuoto. Ma con dentro il bagliore di chi sa di aver fatto comunque l'impresa, anche se è arrivato a mezz'ora dai primi. Nella società dei computer e delle comodità (anche nello sport) potrebbe sembrare anacronistico. E forse un po' lo è. Ma è il bello del ciclismo. La durezza della prova mette a nudo l'uomo e il suo valore. Al di là a al di sopra di ogni pur legittimo sospetto.

"Non puoi chiedere alla Roubaix di essere generosa e di risparmiarti  -  dice Francesco Moser, che di "Roubaix" ne ha messe in fila tre dal 78 all'80  -  non puoi chiedere di non avere forature o guasti meccanici; di non cadere o mettere il piede a terra".  Oggi il ciclismo nostrano non ha più un corridore solido come lui per domare l'inferno. Fuori Ballan (3° nel 2012) per i postumi della bruttissima caduta recente, le maggiori speranze si appuntano sull'etereo Pippo Pozzato. Tanto talentuoso quanto capace di scolorire qualità e presenza nei momenti clou della gara. Talvolta ha fatto bene in questa corsa che gli si attaglia come un vestito su misura: 2° nel 2009, 7° nel 2010, ma ritirato nelle ultime due edizioni.

Il veneto di Sandrigo insegue la prova della vita. E promette: "Ho lavorato in questa prima parte di stagione con l'obiettivo di provare a cogliere un bel risultato tra Milano-Sanremo, Fiandre e Roubaix: mi rimane quest'ultimo appuntamento, darò ovviamente il massimo per riuscire a essere protagonista". Ma a Sanremo si è fatto sorprendere sul Poggio e ha vanamente inseguito in discesa al "Fiandre" non si è mai visto avanti nel finale complice  -  dice  -  un guasto meccanico. Questo che passa è l'ultimo treno per dare tono alla stagione. La cerchia degli avversari non è molto numerosa, ma qualificatissima. Su tutti lo svizzero Cancellara, fresco vincitore del Giro delle Fiandre. Uno che da del "tu" alle pietre e non solo per la incredibile potenza che riesce a sprigionare nelle sue accelerazioni. E che a Roubaix ha già vinto due volte. Nonostante le acciaccature di un paio di cadute (ultima giovedì in allenamento) è dato a 1,6 dai bookmaker, anche perché mancherà l'altro favorito d'obbligo, il belga Tom Boonen (3 vittorie in carriera) vittima di un brutto volo (frattura della 10° costola sinistra) durante una ricognizione del percorso. Mentre l'avversario più quotato, il francese Chavanel è dato a 10. Fra gli altri possibili protagonisti lo spagnolo Flecha, spesso piazzato; il norvegese Hushod, l'altro francese Turgot, secondo nel 2012 dietro Boonen, la cui vittoria per gli scommettitori vale 40 volte la posta. Godono credito, anche l'americanino figlio d'arte Tylor Phinney (dato a 12), forse un po troppo acerbo; l'olandese Terpstra, l'inglese Geraint Thomas, il tedesco Degenkolb e il norvegese Boasson Hagen.