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Ji Cheng, il grande assente nella 'sua' Toscana

di LEONARDO COEN

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Caro Assente Ji Cheng, sappiamo che avevi cinquantamila buone ragioni per arrivare al traguardo di piazzale Michelangelo, nella Firenze che celebra i cinquecento anni di Machiavelli, con il Giro che ricorda le peripezie ardimentose di Gino Bartali durante gli anni bui della guerra e dell'occupazione nazista: a Gino lo mitragliarono, persino, e gli capitò di finire sotto un bombardamento mentre si allenava. Soprattutto salvò una famiglia di ebrei e nascondeva nei tubolari i documenti falsi per proteggere chi rischiava di finire nelle mani delle SS o dei repubblichini. Erano tempi arruffati. Dalle tue parti, in Manciuria, i partigiani cinesi affidarono la loro precaria mobilità alle biciclette che non erano ancora state requisite dai giapponesi, per organizzare la resistenza e sfuggire alla feroce repressione nipponica.

Avevi cinquantamila ragioni di esserci ancora perché qui vicino c'è Prato, la capitale della lana, e in questa città che quasi confina con Firenze vive la più importante e numerosa comunità cinese d'Italia, e si calcola che i tuoi connazionali siano almeno 50mila. Arrivati tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, i cinesi hanno trovato a Prato "un terreno fertile che non ha pari in Europa", per usare le parole del sociologo Fabio Bracci, studioso del fenomeno: "E' stato un mix di condizioni, legato alla storia stessa del distretto tessile, una serie di meccanismi economici e sociali come la produzione a basso costo, l'alta intensità del lavoro e il basso capitale, la produzione familiare".

Morale della favola: in pochi anni i cinesi di Prato hanno messo in piedi una filiera dell'abbigliamento che spesso e volentieri ha provocato violente polemiche e parecchi blitz della Finanza perché lavoro nero, sfruttamento intensivo ed evasione fiscale sono l'altra faccia di questo miracolo economico. Silvia Pieraccini, una giornalista del Sole 24 Ore ha scritto un libro sulla forte espansione cinese a Prato, complice la crisi che ha liberato braccia, attrezzature e capannoni. I cinesi hanno coperto un segmento libero della moda, dove occorre tanta manodopera e pochi mezzi, solo macchine da cucire.

Insomma, tu per quei poveri cinesi che lavorano sedici ore al giorno in cambio di una paga miserabile rappresentavi qualcosa di importante, qualcosa di cui andare orgogliosi. Un corridore cinese nell'élite del ciclismo da festeggiare ed omaggiare, favoriti dal Giro che sta a due passi. Chissà, pure gli organizzatori del Giro ci avevano fatto un pensierino al Ji Cheng in mezzo ad una folla di tifosi cinesi d'Italia... uno spot meraviglioso, che accontentava tutti: te, i cinesi di Prato, la Argos-Shimano, la Rcs organizzatrice del Giro, i fans che continuano a twittarti, come Tony Rone che ti scrive "what an impressive guy almost like a movie star ..... who needs Jet Li when we have our very own Cheng Ji", che tizio notevole, quasi come una star del cinema, che bisogno c'è dii Jet Li quando abbiamo il nostro Cheng Ji... e chi se ne importa se nel ranking mondiale del 2012 (www.cqranking.com), la classifica di merito che tiene conto delle prestazioni come nel tennis, Ji Cheng figura al 1436 posto e che in quella attuale non è contemplato.

Ciò che conta è partecipare, secondo il sacrosanto principio decoubertiniano. Tu hai partecipato, a questo Giro che spaventa Wiggins, che demoralizza metà plotone, che ogni giorno sembra sul punto di esplodere. Continua a piovere, talvolta a diluviare, sulle strade del Giro 2013. Potresti proporre, agli organizzatori del Giro, di far partire le prime tre tappe tra Pechino e la magnifica Grande Muraglia. Immagina la carovana rosa attraversare piazza Tiennamen, entrare nella Città Proibita, dopo Bertolucci ecco il Giro d'Italia che suggella l'amicizia tra i due Paesi. Ormai che una grande corsa a tappe cominci in una nazione diversa dalla sua, è una moda, un'abitudine. Nel 1996 il Giro partì da Atene. E' partito dall'Olanda, dalla Danimarca, ha attraversato Francia, Svizzera, Germania, Austria e Slovenia, Belgio e Lussemburgo. Perché no la Cina che è vicina, come scandivano nelle manifestazioni del Sessantotto? L'unico disagio è la trasferta: in aereo, per voi corridori, è come un riposo in più.
 
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