Gino Bartali aveva salvato una famiglia ebrea dai rastrellamenti nazifascisti rischiando moltissimo. La straordinaria ed inedita vicenda fu rivelata da Pagine Ebraiche e Repubblica, in contemporanea, la pubblicò nel dicembre del 2010 (devo ringraziare Adam Smulevich che aveva rintracciato in Israele Giorgio Goldenberg, di origine fiumana e mi raccontò l'incontro). Proposi all'editore Dalai di ricavarne un libro ma non si mostrò particolarmente interessato. Valutazione errata: la storia trovò un'autrice canadese, un editore newyorchese e forse una sceneggiatura hollywoodiana. Adesso arriva la traduzione italiana.
Traumatizzata e spezzata dalla Seconda Guerra Mondiale, l'epopea bartaliana è una storia emblematica della grande storia d'Italia, una preziosa tessera del mosaico da depositare nella banca della nostra memoria. La biografia del campione toscano si immerge infatti significativamente nella storia collettiva del popolo italiano, in quel drammatico passaggio da Paese prevalentemente contadino a potenza industriale e il Giro, coi suoi protagonisti, e il suo contesto popolare, riflette, come nessun altro evento, l'identità italiana di quegli anni sconvolgenti. La giornalista canadese Ali McConnon che vive a New York ed ha lavorato nella redazione di BusinessWeek (oltre ad aver collaborato anche per il New York Times, il Wall Street Journale e il Guardian), enfatizza ovviamente la testimonianza di Goldenberg (da quando vive in Israele ha cambiato il suo nome in Shlomo Pas) attorno alla quale ruota il saggio e ne ha ricavato un bel libro, The Road to valour (ed. Crown), in cui racconta l'epopea del grande campione italiano, soprattutto il suo coraggio antifascista e l'attività clandestina.
Oggi, il libro - tradotto in italiano per i tipi di 66thand2nd (un incrocio di Manhattan...) brillante casa editrice romana che in catalogo molti ed interessanti titoli sullo sport e dintorni - viene presentato al quartier tappa di Firenze: "La strada del coraggio - Gino Bartali, eroe silenzioso" è il frutto di un lavoro minuzioso, suddiviso in tre parti. La prima è concentrata sull'infanzia e la giovinezza, l'ambiente familiare e l'esplosione agonistica sino al trionfo nel Tour de France del 1938 che anche il regime mussoliniano aveva voluto fortemente (Gino si lamenterà del fatto che le ingerenze politiche gli impedirono di realizzare l'accoppiata Giro-Tour, vietandogli la corsa rosa); la seconda affronta il periodo più oscuro, quello della guerra, dell'occupazione e della Resistenza, in cui Gino non è semplice spettatore, anzi. Gino, infatti, si è sempre compiaciuto di mostrare il suo non essere fascista, e nell'esibire i segni evidenti della sua appartenenza all'ambiente cattolico: incontri con vescovi, udienza col Papa, segni di croce, genuflessioni, pellegrinaggio a Lourdes, il distintivo dell'Azione Cattolica al posto di quello del partito nazionale fascista, detto "cimice". E l'opposizione alle "esagerazioni del materialismo sportivo" tanto caro alla dittatura mussoliniana e denunciata, invece, dalla pubblicistica cattolica. Non dimentichiamoci che Bartali era un terziario carmelitano.
Infine, ecco gli anni della maturità, il dopoguerra e la Ricostruzione, la seconda memorabile vittoria al Tour, la rivalità con Coppi trasfigurata in dualismo socio-politico. La modernizzazione del ciclismo accompagna i primi segni del boom; le trasformazioni economiche portano nuovi sponsor, l'industria non solo ciclistica si accasa con le squadre dei corridori più famosi e popolari: col ciclismo è un matrimonio "in grande stile", come rileva lo storico (ed amico) Daniele Marchesini, autore del fondamentale "l'Italia del Giro d'Italia".
Lo sport della bicicletta, per via del suo stretto legame con il mondo della produzione di settore, "è preparato prima di chiunque altro a cogliere le opportunità offerte dall'incontro tra compiuta spettacolarizzazione dello sport e civiltà industriale di massa". Ciò comporta una rapida evoluzione. Per esempio, sempre più centrale è il ruolo assunto dalla scienza. La medicina aiuta i corridori a migliorare preparazione e alimentazione (purtroppo, preparerà il terreno al doping); le innovazioni tecniche consentono medie rilevanti. Bartali si adegua, resiste, insiste, non desiste. E' tenace, irriducibile: incarna le qualità di un ciclismo ancora eroico. Poi, c'è l'aspetto iconografico. Bartali è visto come un don Camillo in bicicletta, il corridore "pio" per eccellenza. Nell'Italia fresca repubblica, la passione poltiica si identifica anche nella passione sportiva. Tifare per Bartali e Coppi significa schierarsi: coi preti, o con i laici. Coi "bianchi", o coi "rossi". Bartali è uno scattista, in bici soffre e lo si vede, la sua longevità atletica dimostra grande forza d'animo. E' un combattente. Non ha peli sulla lingua. E' irascibile. Coppi, al contrario, è progressione, è velocità prolungata, eleganza del pedalare, stilisticamente perfetto. Ma è anche fragile, non solo di ossa. E' timido. Bartali, inoltre, non è alto. Coppi è alto, magro: un longilineo che quando va via in salita sembra dispiegare le ali. Un airone. Bartali, un gallo.
In questa semplificazione popolare, Bartali diventa il De Gasperi del pedale. Durante il Tour del 1948, invoca più volte la benedizione del Papa e la ottiene a Cannes, alla vigilia delle tappe alpine dove trionferà e annichilirà gli avversari: sono i giorni dell'attentato a Togliatti. La vittoria al Tour, scrivono i giornali dell'epoca, distoglie l'opinione pubblica ed evita la rivolta. Il 1948 era stato l'anno della Madonna Pellegrina, la grande manifestazione popolare, così Gino dona la maglia gialla al Santo Padre (e l'anno successivo lascia la Legnano per una nuova squadra che porta il suo nome e che utilizza una bici battezzata Santamaria..."Datti all'ippica" scrisse l'Unità, per sfottere la religiosità insopportabile (agli occhi dei comunisti) del campione toscano. Peccato che Santamaria fosse il nome del costruttore di Novi Ligure.
Il mito del Ginetaccio "uomo di ferro" resiste all'usura del tempo. Nel ricordo collettivo Bartali rimane l'interprete più sanguigno ed umorale dello sport delle due ruote, e la sua immagine indissolubilmente resta legata allo scenario irripetibile del nostro Paese, e delle sue avventurose congiunture storiche.
Traumatizzata e spezzata dalla Seconda Guerra Mondiale, l'epopea bartaliana è una storia emblematica della grande storia d'Italia, una preziosa tessera del mosaico da depositare nella banca della nostra memoria. La biografia del campione toscano si immerge infatti significativamente nella storia collettiva del popolo italiano, in quel drammatico passaggio da Paese prevalentemente contadino a potenza industriale e il Giro, coi suoi protagonisti, e il suo contesto popolare, riflette, come nessun altro evento, l'identità italiana di quegli anni sconvolgenti. La giornalista canadese Ali McConnon che vive a New York ed ha lavorato nella redazione di BusinessWeek (oltre ad aver collaborato anche per il New York Times, il Wall Street Journale e il Guardian), enfatizza ovviamente la testimonianza di Goldenberg (da quando vive in Israele ha cambiato il suo nome in Shlomo Pas) attorno alla quale ruota il saggio e ne ha ricavato un bel libro, The Road to valour (ed. Crown), in cui racconta l'epopea del grande campione italiano, soprattutto il suo coraggio antifascista e l'attività clandestina.
Oggi, il libro - tradotto in italiano per i tipi di 66thand2nd (un incrocio di Manhattan...) brillante casa editrice romana che in catalogo molti ed interessanti titoli sullo sport e dintorni - viene presentato al quartier tappa di Firenze: "La strada del coraggio - Gino Bartali, eroe silenzioso" è il frutto di un lavoro minuzioso, suddiviso in tre parti. La prima è concentrata sull'infanzia e la giovinezza, l'ambiente familiare e l'esplosione agonistica sino al trionfo nel Tour de France del 1938 che anche il regime mussoliniano aveva voluto fortemente (Gino si lamenterà del fatto che le ingerenze politiche gli impedirono di realizzare l'accoppiata Giro-Tour, vietandogli la corsa rosa); la seconda affronta il periodo più oscuro, quello della guerra, dell'occupazione e della Resistenza, in cui Gino non è semplice spettatore, anzi. Gino, infatti, si è sempre compiaciuto di mostrare il suo non essere fascista, e nell'esibire i segni evidenti della sua appartenenza all'ambiente cattolico: incontri con vescovi, udienza col Papa, segni di croce, genuflessioni, pellegrinaggio a Lourdes, il distintivo dell'Azione Cattolica al posto di quello del partito nazionale fascista, detto "cimice". E l'opposizione alle "esagerazioni del materialismo sportivo" tanto caro alla dittatura mussoliniana e denunciata, invece, dalla pubblicistica cattolica. Non dimentichiamoci che Bartali era un terziario carmelitano.
Infine, ecco gli anni della maturità, il dopoguerra e la Ricostruzione, la seconda memorabile vittoria al Tour, la rivalità con Coppi trasfigurata in dualismo socio-politico. La modernizzazione del ciclismo accompagna i primi segni del boom; le trasformazioni economiche portano nuovi sponsor, l'industria non solo ciclistica si accasa con le squadre dei corridori più famosi e popolari: col ciclismo è un matrimonio "in grande stile", come rileva lo storico (ed amico) Daniele Marchesini, autore del fondamentale "l'Italia del Giro d'Italia".
Lo sport della bicicletta, per via del suo stretto legame con il mondo della produzione di settore, "è preparato prima di chiunque altro a cogliere le opportunità offerte dall'incontro tra compiuta spettacolarizzazione dello sport e civiltà industriale di massa". Ciò comporta una rapida evoluzione. Per esempio, sempre più centrale è il ruolo assunto dalla scienza. La medicina aiuta i corridori a migliorare preparazione e alimentazione (purtroppo, preparerà il terreno al doping); le innovazioni tecniche consentono medie rilevanti. Bartali si adegua, resiste, insiste, non desiste. E' tenace, irriducibile: incarna le qualità di un ciclismo ancora eroico. Poi, c'è l'aspetto iconografico. Bartali è visto come un don Camillo in bicicletta, il corridore "pio" per eccellenza. Nell'Italia fresca repubblica, la passione poltiica si identifica anche nella passione sportiva. Tifare per Bartali e Coppi significa schierarsi: coi preti, o con i laici. Coi "bianchi", o coi "rossi". Bartali è uno scattista, in bici soffre e lo si vede, la sua longevità atletica dimostra grande forza d'animo. E' un combattente. Non ha peli sulla lingua. E' irascibile. Coppi, al contrario, è progressione, è velocità prolungata, eleganza del pedalare, stilisticamente perfetto. Ma è anche fragile, non solo di ossa. E' timido. Bartali, inoltre, non è alto. Coppi è alto, magro: un longilineo che quando va via in salita sembra dispiegare le ali. Un airone. Bartali, un gallo.
In questa semplificazione popolare, Bartali diventa il De Gasperi del pedale. Durante il Tour del 1948, invoca più volte la benedizione del Papa e la ottiene a Cannes, alla vigilia delle tappe alpine dove trionferà e annichilirà gli avversari: sono i giorni dell'attentato a Togliatti. La vittoria al Tour, scrivono i giornali dell'epoca, distoglie l'opinione pubblica ed evita la rivolta. Il 1948 era stato l'anno della Madonna Pellegrina, la grande manifestazione popolare, così Gino dona la maglia gialla al Santo Padre (e l'anno successivo lascia la Legnano per una nuova squadra che porta il suo nome e che utilizza una bici battezzata Santamaria..."Datti all'ippica" scrisse l'Unità, per sfottere la religiosità insopportabile (agli occhi dei comunisti) del campione toscano. Peccato che Santamaria fosse il nome del costruttore di Novi Ligure.
Il mito del Ginetaccio "uomo di ferro" resiste all'usura del tempo. Nel ricordo collettivo Bartali rimane l'interprete più sanguigno ed umorale dello sport delle due ruote, e la sua immagine indissolubilmente resta legata allo scenario irripetibile del nostro Paese, e delle sue avventurose congiunture storiche.