LORO DUE due di sicuro non hanno comprato l'amuleto di Gino Memello, il mitico "F. Ischio" di Ischia, spacciato come antidoto più efficace per vincere e staccare gli avversari: "Per sentirsi sempre in tiro/e non esser presi in Giro/il cornetto color rosa/e la gara è un'altra cosa...". Purtroppo, stamani, il grande ma acciaccato Bradley Wiggins e il canadese Ryder Hesjedal che aveva vinto lo scorso la corsa "rosa" ma che quest'anno sembrava fosse in inspiegabile affanno, si sono ritirati dal Giro. Da parecchi giorni, in effetti, più che andare avanti, scivolavano indietro, martoriati dalle piogge torrenziali, dal freddo e dagli incidenti. Soprattutto il britannico Wiggins sembrava avesse fatto un contratto con la sfortuna: cadute, guasti meccanici, liti in squadra, paura di spingere in discesa appena qualche gocciolina rendeva l'asfalto viscido. E ora, come il Cinese che non c'è più, anche per lui febbre, raffreddore, principio di bronchite. Ha resistito, il trentatreenne Bradley che è un lottatore in bicicletta. Ma non ha tenuto conto di due fattori: che il Giro d'Italia è davvero la corsa a tappe più dura del mondo. E che oggi è venerdì 17.
Una coincidenza astrale? No, per la maggior parte degli italiani, una data in cui bisogna stare sempre con gli occhi bene aperti. Cheng dovrebbe saperlo, i cinesi sono il popolo più superstizioso del mondo, a tal punto che la stessa amministrazione municipale di Pechino aveva emesso nell'agosto del 2012 un'ordinanza che obbliga le compagnie edilizie a usare anche i numeri che portano jella nella numerazione di indirizzi, porte e piani. Era la prima volta, nella storia della Cina moderna, che un governo osava infrangere una tradizione ben radicata nel genoma della cultura popolare. Per capirci, in Cina il numero 4 che si pronuncia "si", è simile alla parola morte. In compenso, però, il numero 5 ("wu") ha un suono che assomiglia a quello delle parole felicità e ricchezza. Il 5 è anche il numero del mese di maggio, e per Ji Cheng avrebbe dovuto essere un segno di buon auspicio, visto che il Giro 2013 si corre in questo periodo dell'anno. Il che non è stato, anzi, al termine della quinta tappa - cioè la numero 5 - Cheng ha detto che non ce la faceva più a continuare e il giorno dopo si è ritirato. La sfiga è universale negli effetti, ma non nelle cause. In Italia il 13 porta bene, in America lo si evita accuratamente.
Purtroppo, il 17 aggravato dall'incrocio malefico del venerdì, ha portato una rogna da enciclopedia Treccani al Giro del 2013. Non solo ha perso gran parte dei gioielli in vetrina: il quattro volte campione olimpico Wiggins, baronetto del Regno d'Inghilterra, conquistatore del Tour de France 2012, dava alla corsa italiana nobiltà - sportiva e non solo - e spessore tecnico. Quanto all'ineffabile Hesjedal, la sua presenza è stata meteorica: era trentottesimo in classifica a più di 32 minuti da Vincenzo Nibali. Cattiva preparazione o cattiva coscienza? "Dubito, ergo sum" nel ciclismo moderno non è una provocazione, ma il rovesciamento del celebre sillogismo cartesiano. Il dubbio, quale strumento razionale per giudicare il valore della conoscenza. In altre parole, chiedersi sempre: come mai? Che cosa c'è dietro? E' possibile?
Quanto al micidiale venerdì 17, entriamo nella categoria dell'impossibile, cioè dell'irrazionale. C'è però un dato abbastanza significativo. In tutta la storia del Giro, che è cominciata più di un secolo fa, nel 1909, si è corso solo altre tre volte durante un venerdì 17 maggio. In realtà, i venerdì 17 maggio dal 1909 ad oggi sono stati parecchi di più, questo infatti è il quattordicesimo (1909,1912,1929,1935, 1946,1957,1963,1968, 1974,1985,1991,1996, 2003). Con astuzia, gli organizzatori del primo Giro combinarono il calendario in modo tale che il venerdì 17 maggio del 1909 fosse un giorno di riposo. Nel 1912 come nel 1929, 1935, 1963, 1968, 1996 è partito il 18, il 19 o il 20 maggio. L'edizione del 1991, addirittura, cominciò il 26 maggio. Quella epica del 1946 partì addirittura il 15 giugno, dopo il referendum sulla forma istituzionale dello Stato, Il Giro della Rinascita fu jellato per tanti altri versi, a prescindere dalla precarie condizioni di viabilità e dalla situazione sociale incandescente (per non parlare della tappa che portava a Trieste non ancora tornata italiana, con le sassate a Pieris: solo Giordano Cottur e altri sedici coraggiosi corridori proseguirono sino alla città giuliana). La sfortuna si accanì, per esempio, con Fausto Coppi: "E' un Giro jellato per Fausto - scrisse Orio Vergani - continue nausee forse per sbagli nella carburazione chimica, forse per le pinte di caffé che ingolla prima di ogni tappa per strigliare cuore e muscoli di caffeina; una costola incrinata per una caduta nella discesa della Porrettana, cedimenti nervosi; perde la corsa nella Chieti-Napoli, sul passo del Macerone: quattro minuti dal vecchiaccio, così ormai chiamano Bartali".
Oggi quel Coppi carburato chimicamente e strafatto di caffeina sarebbe a spasso, e a piedi, per doping continuato. Ma il resto? E' il ritratto del Wiggins di questo per lui sventurato Giro. Mai negli ultimi anni si è visto un campione in preda alla paura più violetta della cotta. E della pioggia, paradosso inesplicabile. Nell'immaginario degli italiani, è la Gran Bretagna il paese più uggioso e umido del mondo. In quello di sir Bradley, invece, gli resterà impresso per il resto della sua vita che il Belpaese è una doccia continua, un bidet impazzito. Peccato. Perché stranamente, e alla faccia della scaramanzia, questo Giro è andato a ritrovare gli italiani, nonostante il maltempo. E il maledetto venerdì 17. A proposito: chi vince questa tappa malocchio non vince il Giro. Nel 1974 si corse la Formia-Pompei, appannaggio del belga Wilfried Reybroek (maglia rosa Patrick Sercu). Il Giro di allora fu vinto da Eddy Merckx per un soffio su un grandissimo Gibì Baronchelli, staccato di appena 12 secondi, mentre terzo fu Felice Gimondi, a 33 secondi. Nel 1985, in pieno regime Hinault, ci fu la Verona-Busto Arsizio, dove dominò la volata il gigantesco svizzero Urs Freuler. Bernard Hinault fece suo quel Giro, davanti a Francesco Moser. Infine, nel 2003, la tappa appenninica per eccellenza, da Avezzana al monte Terminillo. Trionfò Stefano Garzelli, che indossò la maglia rosa strappandola ad Alessandro Petacchi. Ma il Giro l'avrebbe vinto Gilberto Simoni, davanti al "Garzellino", come veniva chiamato dai tifosi. Gliel'aveva detto, Mario Cipollini, di andare dalla sua maga Diamantina, lui con le pietre della maga e il santino di padre Pio alla fine ha battuto il record che pareva imbattibile delle vittorie di tappa accumulate dall'immenso Alfredo Binda...
Una coincidenza astrale? No, per la maggior parte degli italiani, una data in cui bisogna stare sempre con gli occhi bene aperti. Cheng dovrebbe saperlo, i cinesi sono il popolo più superstizioso del mondo, a tal punto che la stessa amministrazione municipale di Pechino aveva emesso nell'agosto del 2012 un'ordinanza che obbliga le compagnie edilizie a usare anche i numeri che portano jella nella numerazione di indirizzi, porte e piani. Era la prima volta, nella storia della Cina moderna, che un governo osava infrangere una tradizione ben radicata nel genoma della cultura popolare. Per capirci, in Cina il numero 4 che si pronuncia "si", è simile alla parola morte. In compenso, però, il numero 5 ("wu") ha un suono che assomiglia a quello delle parole felicità e ricchezza. Il 5 è anche il numero del mese di maggio, e per Ji Cheng avrebbe dovuto essere un segno di buon auspicio, visto che il Giro 2013 si corre in questo periodo dell'anno. Il che non è stato, anzi, al termine della quinta tappa - cioè la numero 5 - Cheng ha detto che non ce la faceva più a continuare e il giorno dopo si è ritirato. La sfiga è universale negli effetti, ma non nelle cause. In Italia il 13 porta bene, in America lo si evita accuratamente.
Purtroppo, il 17 aggravato dall'incrocio malefico del venerdì, ha portato una rogna da enciclopedia Treccani al Giro del 2013. Non solo ha perso gran parte dei gioielli in vetrina: il quattro volte campione olimpico Wiggins, baronetto del Regno d'Inghilterra, conquistatore del Tour de France 2012, dava alla corsa italiana nobiltà - sportiva e non solo - e spessore tecnico. Quanto all'ineffabile Hesjedal, la sua presenza è stata meteorica: era trentottesimo in classifica a più di 32 minuti da Vincenzo Nibali. Cattiva preparazione o cattiva coscienza? "Dubito, ergo sum" nel ciclismo moderno non è una provocazione, ma il rovesciamento del celebre sillogismo cartesiano. Il dubbio, quale strumento razionale per giudicare il valore della conoscenza. In altre parole, chiedersi sempre: come mai? Che cosa c'è dietro? E' possibile?
Quanto al micidiale venerdì 17, entriamo nella categoria dell'impossibile, cioè dell'irrazionale. C'è però un dato abbastanza significativo. In tutta la storia del Giro, che è cominciata più di un secolo fa, nel 1909, si è corso solo altre tre volte durante un venerdì 17 maggio. In realtà, i venerdì 17 maggio dal 1909 ad oggi sono stati parecchi di più, questo infatti è il quattordicesimo (1909,1912,1929,1935, 1946,1957,1963,1968, 1974,1985,1991,1996, 2003). Con astuzia, gli organizzatori del primo Giro combinarono il calendario in modo tale che il venerdì 17 maggio del 1909 fosse un giorno di riposo. Nel 1912 come nel 1929, 1935, 1963, 1968, 1996 è partito il 18, il 19 o il 20 maggio. L'edizione del 1991, addirittura, cominciò il 26 maggio. Quella epica del 1946 partì addirittura il 15 giugno, dopo il referendum sulla forma istituzionale dello Stato, Il Giro della Rinascita fu jellato per tanti altri versi, a prescindere dalla precarie condizioni di viabilità e dalla situazione sociale incandescente (per non parlare della tappa che portava a Trieste non ancora tornata italiana, con le sassate a Pieris: solo Giordano Cottur e altri sedici coraggiosi corridori proseguirono sino alla città giuliana). La sfortuna si accanì, per esempio, con Fausto Coppi: "E' un Giro jellato per Fausto - scrisse Orio Vergani - continue nausee forse per sbagli nella carburazione chimica, forse per le pinte di caffé che ingolla prima di ogni tappa per strigliare cuore e muscoli di caffeina; una costola incrinata per una caduta nella discesa della Porrettana, cedimenti nervosi; perde la corsa nella Chieti-Napoli, sul passo del Macerone: quattro minuti dal vecchiaccio, così ormai chiamano Bartali".
Oggi quel Coppi carburato chimicamente e strafatto di caffeina sarebbe a spasso, e a piedi, per doping continuato. Ma il resto? E' il ritratto del Wiggins di questo per lui sventurato Giro. Mai negli ultimi anni si è visto un campione in preda alla paura più violetta della cotta. E della pioggia, paradosso inesplicabile. Nell'immaginario degli italiani, è la Gran Bretagna il paese più uggioso e umido del mondo. In quello di sir Bradley, invece, gli resterà impresso per il resto della sua vita che il Belpaese è una doccia continua, un bidet impazzito. Peccato. Perché stranamente, e alla faccia della scaramanzia, questo Giro è andato a ritrovare gli italiani, nonostante il maltempo. E il maledetto venerdì 17. A proposito: chi vince questa tappa malocchio non vince il Giro. Nel 1974 si corse la Formia-Pompei, appannaggio del belga Wilfried Reybroek (maglia rosa Patrick Sercu). Il Giro di allora fu vinto da Eddy Merckx per un soffio su un grandissimo Gibì Baronchelli, staccato di appena 12 secondi, mentre terzo fu Felice Gimondi, a 33 secondi. Nel 1985, in pieno regime Hinault, ci fu la Verona-Busto Arsizio, dove dominò la volata il gigantesco svizzero Urs Freuler. Bernard Hinault fece suo quel Giro, davanti a Francesco Moser. Infine, nel 2003, la tappa appenninica per eccellenza, da Avezzana al monte Terminillo. Trionfò Stefano Garzelli, che indossò la maglia rosa strappandola ad Alessandro Petacchi. Ma il Giro l'avrebbe vinto Gilberto Simoni, davanti al "Garzellino", come veniva chiamato dai tifosi. Gliel'aveva detto, Mario Cipollini, di andare dalla sua maga Diamantina, lui con le pietre della maga e il santino di padre Pio alla fine ha battuto il record che pareva imbattibile delle vittorie di tappa accumulate dall'immenso Alfredo Binda...