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Doping, Bruyneel e il caso Armstrong: "Non sono il diavolo"

L'ex team manager di US Postal Service e RadioShack rompe il silenzio e precisa: "Non ho mai messo a rischio la salute di nessuno". Su Landis: "Se gli avessi offerto un contratto, nulla sarebbe mai stato scoperto"

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ROMA - Di Lance Armstrong ormai si sa tutto o quasi, dall'ammissione del doping alla radiazione. Ora è Johan Bruyneel, ex team manager di US Postal Service e RadioShack, squadre del texano, a rompere il silenzio: "I miei avvocati mi hanno detto di stare zitto ma una cosa posso dirla: non sono il diavolo", dichiara al magazine belga "Humo".  Bruyneel è stato indicato dall'Usada come una delle figure chiave nel sistema doping relativo a Lance Armstrong e compagni "ma presto la gente che oggi mi crede il demonio avrà un quadro più chiaro della situazione e questa immagine cambierà".

Bruyneel non nega le accuse ma assicura di non aver mai messo a rischio la salute dei suoi corridori. "Sono state scritte delle cose che mi hanno colpito pesantemente e quando mia madre mi ha chiamato in lacrime dicendo che aveva letto delle cose brutte su di me, mi si è spezzato il cuore. Posso affermarlo guardando negli occhi chiunque, non ho mai messo a rischio la salute di nessuno". Poi confessa: "se Armstrong non fosse tornato e se avessi richiamato Landis in squadra, tutto questo non sarebbe mai stato scoperto, ne sono sicuro al 200%". Il riferimento è al ritorno alle competizioni del texano nel 2009 e alla mancata offerta della Radioshack a Landis di un contratto nel 2010, anno in cui il corridore americano contattò l'Usada dando il via all'indagine che ha portato alla squalifica a vita dell'ex vincitore del Tour.
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