Al Tour de France sono arrivati i marziani
La prestazioni di Chris Froome e dei compagni di squadra sulle salite pirenaiche sono state talmente eccezionali da meritare una attenta verifica, nell'interesse degli stessi protagonisti ed al fine di evitare qualsiasi sospettodi EUGENIO CAPODACQUA
AX 3 DOMAINES - Alla prima salita li ha fatti fuori tutti. Tutti, tranne i suoi ovviamente. Il Tour è appena cominciato e ha già un padrone assoluto. E quello che ha fatto vedere Chris Froome, il keniano bianco, salendo ad Ax Trois Domaines ha davvero del marziano, tanta la differenza con gli avversari. Lui e la sua squadra hanno pedalato su ritmi che hanno sfiancato e sfinito tutti gli altri. Fra le 98 e le 100 rivoluzioni di pedale al minuto per quasi tutta l'ascesa. Anche nei tratti più ripidi. E chi ha un po' di dimestichezza con la bici e la tecnica sa cosa vuol dire in termini di fiato necessario, cioè di consumo di ossigeno (VO2max). Qualcosa che si vede rarissimamente nelle competizioni.
E in passato exploit del genere hanno trovato spiegazione postuma nel ricorso alle solite praticacce. Nessuno si offenda. E' un dato di fatto. Tappa e maglia per Froome, secondo posto per Richie Porte che è stato quello che ha piegato nel finale la resistenza…
E in passato exploit del genere hanno trovato spiegazione postuma nel ricorso alle solite praticacce. Nessuno si offenda. E' un dato di fatto. Tappa e maglia per Froome, secondo posto per Richie Porte che è stato quello che ha piegato nel finale la resistenza…
AX 3 DOMAINES - Alla prima salita li ha fatti fuori tutti. Tutti, tranne i suoi ovviamente. Il Tour è appena cominciato e ha già un padrone assoluto. E quello che ha fatto vedere Chris Froome, il keniano bianco, salendo ad Ax Trois Domaines ha davvero del marziano, tanta la differenza con gli avversari. Lui e la sua squadra hanno pedalato su ritmi che hanno sfiancato e sfinito tutti gli altri. Fra le 98 e le 100 rivoluzioni di pedale al minuto per quasi tutta l'ascesa. Anche nei tratti più ripidi. E chi ha un po' di dimestichezza con la bici e la tecnica sa cosa vuol dire in termini di fiato necessario, cioè di consumo di ossigeno (VO2max). Qualcosa che si vede rarissimamente nelle competizioni.
E in passato exploit del genere hanno trovato spiegazione postuma nel ricorso alle solite praticacce. Nessuno si offenda. E' un dato di fatto. Tappa e maglia per Froome, secondo posto per Richie Porte che è stato quello che ha piegato nel finale la resistenza di avversari come Contador (già a 1'51" in classifica), Rodriguez (2'31"), Valverde (1'25"). Per non parlare degli altri, da Hesjedal, vincitore di un Giro (2012) a Evans trionfatore nel 2011 a Parigi, persi nelle retrovie già sulle prime balze della salita finale. Letteralmente macinati dal ritmo di Kiryenka, Porte e compagni. Sul traguardo pirenaico sembrano essere sbarcati i marziani. Si ripete una scena già vista: lo scudiero che macina gli avversari e poi "lancia" il capitano su ritmi da asfissia (per gli altri); quindi si fa da parte. L'anno scorso c'era Froome in questo ruolo nei confronti di Wiggins (assente in questa edizione); quest'anno c'è Richie Porte nei confronti di un Froome inarrivabile. E c'è da chiedersi, di passaggio, che cosa avrebbe potuto fare Porte se invece di viaggiare come una moto per tutta la salita avesse aspettato il momento buono per l'attacco. Sarà lui, oggi secondo in classifica, l'avversario vero di Froome? "Al momento - ha risposto - mi voglio godere questo bel risultato. Il Tour è lungo, poi ci penseremo".
Non hanno vinto, hanno stravinto, al di fuori e al di sopra del pensabile. E la cosa non consola, perché sembra di rivedere lo schema di un certo ciclismo recente in cui i "miracoli" erano all'ordine del giorno. I soliti sospetti? Beh, con tutto quello che è successo fino ad oggi nel ciclismo di vertice un minimo di prudenza ci vuole comunque. Questo non vuol dire che necessariamente abbiamo assistito a prestazioni "dopate". Non lo possiamo dire. Al momento. Ma prestazioni così straordinarie da meritare di essere verificate ed indagate a fondo, questo si. Per questo motivo, negli interessi non solo degli stessi protagonisti e al fine di allontanare ogni sospetto, proponiamo che almeno due o tre elementi della formazione inglese, a cominciare dal keniano bianco, si mettano quanto prima a disposizione della scienza per verificare, test e analisi alla mano, come sia possibile pedalare a quei ritmi infernali su quelle pendenze sconcianti e per tutto il tempo necessario a superare una salita di 8 chilometri (8,3% la pendenza media, con lunghi tratti al 10%) alla fine di una tappa di 195 molto combattuta, che ha richiesto, dunque un grande dispendio di energie e che ha avuto anche un GPM di notevole impegno appena prima dell'erta finale: il col du Pahilleres, una salita di circa 15 chilometri con pendenza media all'8%. Vorremmo tanto capire quali siano i limiti della prestazione umana che questi atleti sembrano aver spostato, una volta di più, un bel passo avanti.
Il baronetto Wiggins si inalbererà. Le sue posizioni in tema di doping e farmacia sono note: contrario e incazzato quando si allungano i sospetti. Ma proprio per questo sosteniamo che sia necessario offrire una verifica concreta. Oggettiva, credibile. Magari affidata ad un organismo terzo, al di fuori dell'ambiente sportivo tout court. Senza finta vergogna. Nessuno si deve sentire offeso se qualcuno si chiede e chiede di sapere come sia possibile una simile prestazione. Non fosse altro che per sapere se il futuro ci riserverà ancora nuove e squallide sorprese come in passato (leggi Armstrong & C: anche loro viaggiavano a 100 pedalate al minuto in salita...) oppure no.
E in passato exploit del genere hanno trovato spiegazione postuma nel ricorso alle solite praticacce. Nessuno si offenda. E' un dato di fatto. Tappa e maglia per Froome, secondo posto per Richie Porte che è stato quello che ha piegato nel finale la resistenza di avversari come Contador (già a 1'51" in classifica), Rodriguez (2'31"), Valverde (1'25"). Per non parlare degli altri, da Hesjedal, vincitore di un Giro (2012) a Evans trionfatore nel 2011 a Parigi, persi nelle retrovie già sulle prime balze della salita finale. Letteralmente macinati dal ritmo di Kiryenka, Porte e compagni. Sul traguardo pirenaico sembrano essere sbarcati i marziani. Si ripete una scena già vista: lo scudiero che macina gli avversari e poi "lancia" il capitano su ritmi da asfissia (per gli altri); quindi si fa da parte. L'anno scorso c'era Froome in questo ruolo nei confronti di Wiggins (assente in questa edizione); quest'anno c'è Richie Porte nei confronti di un Froome inarrivabile. E c'è da chiedersi, di passaggio, che cosa avrebbe potuto fare Porte se invece di viaggiare come una moto per tutta la salita avesse aspettato il momento buono per l'attacco. Sarà lui, oggi secondo in classifica, l'avversario vero di Froome? "Al momento - ha risposto - mi voglio godere questo bel risultato. Il Tour è lungo, poi ci penseremo".
Non hanno vinto, hanno stravinto, al di fuori e al di sopra del pensabile. E la cosa non consola, perché sembra di rivedere lo schema di un certo ciclismo recente in cui i "miracoli" erano all'ordine del giorno. I soliti sospetti? Beh, con tutto quello che è successo fino ad oggi nel ciclismo di vertice un minimo di prudenza ci vuole comunque. Questo non vuol dire che necessariamente abbiamo assistito a prestazioni "dopate". Non lo possiamo dire. Al momento. Ma prestazioni così straordinarie da meritare di essere verificate ed indagate a fondo, questo si. Per questo motivo, negli interessi non solo degli stessi protagonisti e al fine di allontanare ogni sospetto, proponiamo che almeno due o tre elementi della formazione inglese, a cominciare dal keniano bianco, si mettano quanto prima a disposizione della scienza per verificare, test e analisi alla mano, come sia possibile pedalare a quei ritmi infernali su quelle pendenze sconcianti e per tutto il tempo necessario a superare una salita di 8 chilometri (8,3% la pendenza media, con lunghi tratti al 10%) alla fine di una tappa di 195 molto combattuta, che ha richiesto, dunque un grande dispendio di energie e che ha avuto anche un GPM di notevole impegno appena prima dell'erta finale: il col du Pahilleres, una salita di circa 15 chilometri con pendenza media all'8%. Vorremmo tanto capire quali siano i limiti della prestazione umana che questi atleti sembrano aver spostato, una volta di più, un bel passo avanti.
Il baronetto Wiggins si inalbererà. Le sue posizioni in tema di doping e farmacia sono note: contrario e incazzato quando si allungano i sospetti. Ma proprio per questo sosteniamo che sia necessario offrire una verifica concreta. Oggettiva, credibile. Magari affidata ad un organismo terzo, al di fuori dell'ambiente sportivo tout court. Senza finta vergogna. Nessuno si deve sentire offeso se qualcuno si chiede e chiede di sapere come sia possibile una simile prestazione. Non fosse altro che per sapere se il futuro ci riserverà ancora nuove e squallide sorprese come in passato (leggi Armstrong & C: anche loro viaggiavano a 100 pedalate al minuto in salita...) oppure no.