ROMA - Chiedi al medico, non uno qualunque, un medico federale, se un prodotto che ti serve per curare una disfunzione polmonare sia proibito o meno; se richieda l'esenzione terapeutica e ottieni risposta chiara. "Si può usare anche senza esenzione". Poi ti ritrovi positivo ad un test, magari in una circostanza importante come un campionato italiano. A due passi dal mondiale che per te vale tutta la stagione. Aggiungi qualche ombra del passato, come la frequentazione di medici discussi, ed ecco pronto il cocktail del perfetto dopato. "Sono davvero rognato", dice Fabrizio Macchi, 43enne varesino, più volte campione mondiale paralimpico (ha una gamba amputata) e due volte bronzo ad Atene e Pechino, risultato positivo ai tricolori di Verolanuova il 6 luglio scorso; positivo per non aver potuto mostrare quel certificato, l'esenzione terapeutica, che serve a giustificare un paio di "puff" al fenoterolo, un brincodilatatore, sostanza consentita solo per uso terapeutico e dietro certificazione, appunto.
"Per fortuna credo che alla Procura Coni abbiano capito. Ho seguito tutto l'iter consigliato nel caso. Ho ottenuto il via libera dal medico federale De Grandi, che poi è anche il mio medico sociale; il quale mi ha confermato che non sarebbe servito certificato. Non ho colpe ma mi ritrovo positivo, additato dalla gente come un reprobo". All'origine di tutto, secondo la versione della difesa, un malinteso: Macchi ha spiegato nelle quasi due ore di audizione presso la Procura Coni e all'avvocato Vigna di aver parlato al medico di "fenoterolo", la sostanza proibita e il medico avrebbe capito "formotermolo", farmaco senza restrizione d'uso. Un banale errore. Una distrazione, una leggerezza. Che rischia di mettere in forse la partecipazione dell'atleta ai prossimi mondiali. "Non c'è dolo - spiega l'avvocato Giuseppe Napoleone - abbiamo ricostruito davanti alla Procura Coni tutto l'evolversi delle terapie seguite da Fabrizio dal 1986 ad oggi. Quel prodotto serviva per curare un grave disagio polmonare e per tanti anni lui ha avuto l'esenzione terapeutica. Poi, certo, se il medico ti dice che non è più necessaria...".
Ora, dopo l'audizione all'Olimpico è scattato il piano per cercare di salvare la partecipazione ai mondiali del varesino. La Procura dovrebbe esprimersi in un paio di giorni. Essendo stata rilevata una positività l'archiviazione non è possibile. Dunque l'obbiettivo cui punta la difesa è quello di una richiesta del minimo della pena. Che può andare dalla semplice ammonizione alla sospensione per qualche giorno o settimana. Il Tna, il tribunale nazionale antidoping dovrebbe riunirsi prestissimo e decidere la pena da richiedere. Intanto però Macchi ha fatto ricorso tramite Napoleone per avere la revoca della sospensione cautelativa, scattata d'ufficio il 6 luglio scorso. Se fosse accettato il ricorso la decisione nel merito potrebbe scivolare a dopo le ferie estive. Se, invece, la sanzione rientrasse nell'arco del mese risulterebbe già scontata, decorrendo appunto dal 6 luglio. Una vicenda che potrebbe concludersi felicemente per l'atleta varesino, ma che rivela una volta di più quanta nebbia e confusione ci sia nell'ambiente. Può un medico sbagliarsi nel suggerire un prodotto vietato all'atleta che cura? Distrazione e leggerezza sembrano il leit-motiv di tanti sanitari al servizio dello sport. In special modo nel ciclismo. Quasi gestire la salute di un atleta fosse una "sine cura".
Recentemente la Federciclismo ne ha mandati ben 36 a giudizio per le irregolarità nelle gestione delle cartelle cliniche di numerosi atleti. Ritardi ingiustificabili nell'inserire i dati dei test nel programma computerizzato della federazione compromettendo così l'attendibilità del cosiddetto "passaporto biologico"; imprecisioni; errori; corridori lasciati gareggiare con leggerezza senza l'indispensabile certificazione medica. Una situazione davvero vergognosa che la dice lunga sul marasma che regna nell'ambiente e su come certi temi delicati come la salute sono affrontati nel ciclismo. Su 57 sotto accusa ben 21 hanno deciso di rimettere l'incarico avuto dalle società, per evitare il giudizio. E questo rende bene l'idea delle dimensioni del fenomeno. Senza medici che tutelino nella maniera giusta e corretta la salute degli atleti è possibile una seria lotta al doping? Per fortuna questa volta la Fci si è mossa...
"Per fortuna credo che alla Procura Coni abbiano capito. Ho seguito tutto l'iter consigliato nel caso. Ho ottenuto il via libera dal medico federale De Grandi, che poi è anche il mio medico sociale; il quale mi ha confermato che non sarebbe servito certificato. Non ho colpe ma mi ritrovo positivo, additato dalla gente come un reprobo". All'origine di tutto, secondo la versione della difesa, un malinteso: Macchi ha spiegato nelle quasi due ore di audizione presso la Procura Coni e all'avvocato Vigna di aver parlato al medico di "fenoterolo", la sostanza proibita e il medico avrebbe capito "formotermolo", farmaco senza restrizione d'uso. Un banale errore. Una distrazione, una leggerezza. Che rischia di mettere in forse la partecipazione dell'atleta ai prossimi mondiali. "Non c'è dolo - spiega l'avvocato Giuseppe Napoleone - abbiamo ricostruito davanti alla Procura Coni tutto l'evolversi delle terapie seguite da Fabrizio dal 1986 ad oggi. Quel prodotto serviva per curare un grave disagio polmonare e per tanti anni lui ha avuto l'esenzione terapeutica. Poi, certo, se il medico ti dice che non è più necessaria...".
Ora, dopo l'audizione all'Olimpico è scattato il piano per cercare di salvare la partecipazione ai mondiali del varesino. La Procura dovrebbe esprimersi in un paio di giorni. Essendo stata rilevata una positività l'archiviazione non è possibile. Dunque l'obbiettivo cui punta la difesa è quello di una richiesta del minimo della pena. Che può andare dalla semplice ammonizione alla sospensione per qualche giorno o settimana. Il Tna, il tribunale nazionale antidoping dovrebbe riunirsi prestissimo e decidere la pena da richiedere. Intanto però Macchi ha fatto ricorso tramite Napoleone per avere la revoca della sospensione cautelativa, scattata d'ufficio il 6 luglio scorso. Se fosse accettato il ricorso la decisione nel merito potrebbe scivolare a dopo le ferie estive. Se, invece, la sanzione rientrasse nell'arco del mese risulterebbe già scontata, decorrendo appunto dal 6 luglio. Una vicenda che potrebbe concludersi felicemente per l'atleta varesino, ma che rivela una volta di più quanta nebbia e confusione ci sia nell'ambiente. Può un medico sbagliarsi nel suggerire un prodotto vietato all'atleta che cura? Distrazione e leggerezza sembrano il leit-motiv di tanti sanitari al servizio dello sport. In special modo nel ciclismo. Quasi gestire la salute di un atleta fosse una "sine cura".
Recentemente la Federciclismo ne ha mandati ben 36 a giudizio per le irregolarità nelle gestione delle cartelle cliniche di numerosi atleti. Ritardi ingiustificabili nell'inserire i dati dei test nel programma computerizzato della federazione compromettendo così l'attendibilità del cosiddetto "passaporto biologico"; imprecisioni; errori; corridori lasciati gareggiare con leggerezza senza l'indispensabile certificazione medica. Una situazione davvero vergognosa che la dice lunga sul marasma che regna nell'ambiente e su come certi temi delicati come la salute sono affrontati nel ciclismo. Su 57 sotto accusa ben 21 hanno deciso di rimettere l'incarico avuto dalle società, per evitare il giudizio. E questo rende bene l'idea delle dimensioni del fenomeno. Senza medici che tutelino nella maniera giusta e corretta la salute degli atleti è possibile una seria lotta al doping? Per fortuna questa volta la Fci si è mossa...