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Ciclismo, sentenza contro i medici: un terzo non rispetta le regole

L'inchiesta della procura federale ha portato alla sanzione parecchi dottori, e fa impressione il campionario di scuse decisamente poco credibili portate a propria discolpa da molti di questi
di EUGENIO CAPODACQUA

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ROMA - Uno certifica il falso: "Il mio atleta ha smesso di correre, dunque non serviva alcun aggiornamento della sua cartella medica". Però la Procura della Federciclismo accerta non solo che ha corso regolarmente in più gare, ma che in un caso ha perfino vinto. Un altro, che ha come "clienti" 16 colombiani si giustifica delle carenze dicendosi non sicuro che per gli stranieri valgano gli stessi obblighi degli atleti nostrani. Come se essere colombiani voglia dire essere corridori di serie B. Un altro banalizza: "E' vero non ho aggiornato nei tempi prescritti i test dei miei assistiti; è stata un'infelice dimenticanza". Già una bagatella. Come se un medico potesse dimenticarsi della salute dei suoi pazienti. Un altro se la prende con il sistema informatico: "Ho inserito i dati e sono scomparsi. Non funziona, per questo non ho potuto aggiornare le cartelle dei miei corridori". E, ironia delle circostanze, chi protesta di più è proprio chi ha totalizzato il maggior numero di mancanze: 180. Un altro ancora ammette: "Si, è vero quel documento è contraffatto, l'ho fatto io. Sa, avevo fretta, non avevo tempo da perdere..."

C'è tutto il campionario delle giustificazioni più strampalate nell'inchiesta della Procura federale della Federciclismo che, guidata da Giovanni Grauso, ha portato a sanzionare qualcosa come 36 medici su 57 indagati perché non avrebbero rispettato gli obblighi come medici di società nei confronti della Fci. E per gli altri 21 il procedimento è solo sospeso perché si sono defilati: chi non risultando più tesserato, chi essendosi dimesso dal ruolo di medico sociale. 57 medici su 157. Un terzo degli operatori sanitari nel ciclismo non avrebbe secondo la sentenza rispettato regole e doveri. Non solo deontologici.

Cartelle mediche mancanti o carenti; certificati di idoneità all'agonismo (essenziali per la tutela della salute dello sportivo) mancanti o scaduti; documenti falsi. Accuse non proprio edificanti per chi fa la professione di Ippocrate, che la dicono lunga su come vanno certe cose nello sport nostrano, che pure vanta regole sanitarie più efficaci e cogenti rispetto a tanti altri paesi.

Ma quando si fa il proprio lavoro con quella che Grauso definisce "superficialità incomprensibile" succede anche questo. Per fortuna non siamo nel campo minato del medico dopatore, figura purtroppo abbastanza diffusa nel panorama nostrano, ma questa "leggerezza" elevata a sistema, vista la diffusione del fenomeno, è davvero molto pericolosa. Fa correre insani e inutili rischi a tanti atleti. L'inchiesta federale ne ha contati quasi mille (972). E nel seguito dell'indagine, che - sostiene Grauso - sarà passata alla magistratura per le competenze del caso, toccherà anche a loro dare spiegazioni, come ai loro presidenti di società. Questa volta, però, per la prima volta arrivano le sanzioni. Deplorazione e multe; ma anche inibizioni (squalifiche) da 1 mese a 3 anni per 36 medici molti dei quali ben conosciuti nell'ambito delle due ruote a pedali. Un fatto storico: nessuna federazione ha mai "osato" tanto nei confronti della intoccabile lobby sanitaria.

Del resto solo a rileggere le 85 pagine del documento di accusa si capisce come il problema abbia le dimensioni di vero e proprio fenomeno diffuso. E per questo davvero preoccupante. Gestire la salute degli atleti diventa una "sine cura" per tanti. "Mi dicono. Sa, Procuratore, io lo faccio per hobby; non sono pagato, lei capirà... - racconta Grauso - ma cosa c'è da capire? Qui parliamo della salute della gente e un medico ha dei doveri precisi". La dimensione del fenomeno fa pensare a una vergognosa ancorché inveterata abitudine se è vero che ci sono medici che su 32 atleti non riescono a tenerne neppure uno in regola con i test, e/o i documenti richiesti. Oppure su 71 corridori ne hanno 54 con certificazioni incomplete o irregolari. Ed è ancora una volta il ciclismo che fa da rompighiaccio per una situazione (quella della tutela della sanità degli sportivi) che non da oggi rivela drammatiche mancanze.
 
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