FIRENZE - Per fortuna che ci sono le donne. Sempre puntuali all'appuntamento, sempre concrete quando c'è qualcosa di importante in ballo. Sempre precise sull'obbiettivo: bronzo questa volta, prima medaglia del clan azzurro. Unite, combattive, mai arrese anche davanti ad una avversaria come l'olandese Vos che ha dato a Firenze l'ennesima dimostrazione della sua superiorità assoluta. Terzo mondiale della strada, per la 26enne di Meeuwen, secondo consecutivo dopo Valkenburg 2012, titolo che si va ad aggiungere ai 5 secondi posti inanellati in una carriera dove ha vinto davvero di tutto: strada, fuoristrada, pista, cross; mondiali, olimpiadi. La definizione di "Merckx in gonnella" ci sta tutta.
Dunque il terzo posto della giovane Ratto, ha ancor più valore, perché vale un argento e forse anche di più se, a guardare lo svolgimento della gara, amministrata alla perfezione dal team del Ct Salvoldi, che ha saputo mettere ben tre atlete (Longo Borghini, Guderzo e Ratto, appunto) nella fuga finale, la giovane bergamasca di Colzate (Valseriana), vent'anni ancora da compiere, si fosse risparmiata un po' all'inizio della fuga a due con l'olandese Van den Breggen. Ma Rossella non ha rimpianti: "Non ho speso più di tanto perché l'olandese non collaborava avendo dietro la compagna (la Vos), per cui penso di aver giocato al meglio tutte le mie carte. Sul traguardo la Johansson era più veloce". Famiglia di ciclisti; il fratello Daniele è nella Cannondale di Ivan Basso e ha vinto una bellissima tappa di montagna all'ultima Vuelta (Collada de la gallina) con una fuga da tempi eroici.
"Mi sono appassionata - racconta Rossella - guardando il Giro e il Tour. Poi un anno siamo rimasti senza automobile in vacanza e abbiamo preso ad andare in bici". Semplice, umile ma per nulla dimessa, Rossella rappresenta bene la nuova generazione del ciclismo pedalato al femminile. Diplomata al liceo linguistico, parla correntemente , inglese, francese, tedesco e spagnolo, oltre al bergamasco, ovviamente. Ama internet e i social network, legge libri di filosofia ("I sette pilastri del successo") ed ha l'hobby della cucina e delle torte in particolare. Non è un caso che uno dei due cani meticci di famiglia si chiami "chef" (l'altro Charlie). Ma non è una sgobbona né in bici ("i miei "lunghi" non superano le 4 ore") nè giù di bici. E in una corsa emozionante come un mondiale ha pure trovato il tempo di dare uno sguardo al Duomo: "Uno spettacolo, con tutta quella gente che applaudiva e incitava".
La Ratto ha capito presto cosa significa ciclismo, fatica, dedizione e sacrificio: "Avevo 12 anni quando mio fratello mi ha portato sulla salita di S. Rocco vicino casa. Lui era in moto io in bici. Mi ha detto adesso continui a fare la salita finché non mi stacchi. Ovviamente al secondo tentativo ho mollato. E lui ha avuto pietà. Allora ho capito che non era solo un gioco". E adesso? "Adesso penso solo a festeggiare, con le compagne che sono state eccezionali. Sono giovane, non so ancora se sono un'atleta da corse a tappe o da gare di un giorno. Per ora vado avanti cercando di coltivare tutte le mie qualità. E so che mi aspetta una strada lunga e difficile, che richiede costanza, sacrificio, concentrazione negli allenamenti". Non si può dire manchi di idee chiare. Anche sul momento non facile del pedale rosa e il futuro. "Mi piacerebbe che il ciclismo femminile crescesse, che si tornasse a disputare gare femminili in occasione di quelle maschili maggiori. So che non è facile, ma solo così si ottiene la migliore promozione con il pubblico, i media, gli sponsor. Solo così la nostra condizione potrà avvicinarsi a quella degli uomini. In fondo facciamo la stessa fatica". Un consiglio agli azzurri per la loro corsa? "Io posso dire solo che la salita di Fiesole non è troppo dura, mentre lo strappo di Via Salviati può fare selezione; se non sei nella posizione giusta puoi rimanere irrimediabilmente all'aria. Ma Bettini sa bene lui cosa consigliare".
Dunque il terzo posto della giovane Ratto, ha ancor più valore, perché vale un argento e forse anche di più se, a guardare lo svolgimento della gara, amministrata alla perfezione dal team del Ct Salvoldi, che ha saputo mettere ben tre atlete (Longo Borghini, Guderzo e Ratto, appunto) nella fuga finale, la giovane bergamasca di Colzate (Valseriana), vent'anni ancora da compiere, si fosse risparmiata un po' all'inizio della fuga a due con l'olandese Van den Breggen. Ma Rossella non ha rimpianti: "Non ho speso più di tanto perché l'olandese non collaborava avendo dietro la compagna (la Vos), per cui penso di aver giocato al meglio tutte le mie carte. Sul traguardo la Johansson era più veloce". Famiglia di ciclisti; il fratello Daniele è nella Cannondale di Ivan Basso e ha vinto una bellissima tappa di montagna all'ultima Vuelta (Collada de la gallina) con una fuga da tempi eroici.
"Mi sono appassionata - racconta Rossella - guardando il Giro e il Tour. Poi un anno siamo rimasti senza automobile in vacanza e abbiamo preso ad andare in bici". Semplice, umile ma per nulla dimessa, Rossella rappresenta bene la nuova generazione del ciclismo pedalato al femminile. Diplomata al liceo linguistico, parla correntemente , inglese, francese, tedesco e spagnolo, oltre al bergamasco, ovviamente. Ama internet e i social network, legge libri di filosofia ("I sette pilastri del successo") ed ha l'hobby della cucina e delle torte in particolare. Non è un caso che uno dei due cani meticci di famiglia si chiami "chef" (l'altro Charlie). Ma non è una sgobbona né in bici ("i miei "lunghi" non superano le 4 ore") nè giù di bici. E in una corsa emozionante come un mondiale ha pure trovato il tempo di dare uno sguardo al Duomo: "Uno spettacolo, con tutta quella gente che applaudiva e incitava".
La Ratto ha capito presto cosa significa ciclismo, fatica, dedizione e sacrificio: "Avevo 12 anni quando mio fratello mi ha portato sulla salita di S. Rocco vicino casa. Lui era in moto io in bici. Mi ha detto adesso continui a fare la salita finché non mi stacchi. Ovviamente al secondo tentativo ho mollato. E lui ha avuto pietà. Allora ho capito che non era solo un gioco". E adesso? "Adesso penso solo a festeggiare, con le compagne che sono state eccezionali. Sono giovane, non so ancora se sono un'atleta da corse a tappe o da gare di un giorno. Per ora vado avanti cercando di coltivare tutte le mie qualità. E so che mi aspetta una strada lunga e difficile, che richiede costanza, sacrificio, concentrazione negli allenamenti". Non si può dire manchi di idee chiare. Anche sul momento non facile del pedale rosa e il futuro. "Mi piacerebbe che il ciclismo femminile crescesse, che si tornasse a disputare gare femminili in occasione di quelle maschili maggiori. So che non è facile, ma solo così si ottiene la migliore promozione con il pubblico, i media, gli sponsor. Solo così la nostra condizione potrà avvicinarsi a quella degli uomini. In fondo facciamo la stessa fatica". Un consiglio agli azzurri per la loro corsa? "Io posso dire solo che la salita di Fiesole non è troppo dura, mentre lo strappo di Via Salviati può fare selezione; se non sei nella posizione giusta puoi rimanere irrimediabilmente all'aria. Ma Bettini sa bene lui cosa consigliare".