ROMA - "Trattatemi come tutti gli altri. Se avrete dato la pena di morte a tutti anche io l'accetterò. Se avrete dato l'assoluzione, anche io vorrei essere assolto. Se, infine, avrete dato sei mesi di sospensione a tutti, dateli anche a me". La voglia di ritornare nell'ambiente della gare e in particolare del triathlon, il suo primo amore sportivo è fortissima per Lance Armstrong, l'ex sette volte vincitore del Tour, spogliato di ogni vittoria e squalificato a vita dall'Usada per il doping conclamato e ammesso in una pubblica confessione. Così se la sua non può dirsi proprio una richiesta ufficiale, lancia tuttavia un importante segnale ai dirigenti dello sport mondiale attraverso un'intervista rilasciata alla BBC.
Il riferimento ai sei mesi è chiaro: mi sono dopato come gli altri miei compagni che con le loro confessioni hanno consentito di smascherare il doping perpetrato nelle mie squadre, loro hanno avuto solo sei mesi di stop, a me è toccata la squalifica a vita. Una richiesta che potrebbe sembrare perfino legittima se non si tenesse conto del ruolo avuto dell'americano, oggi 42enne nell'organizzare e far accettare a tutti le sue "regole". Quello che l'Usada definisce nel suo atto di accusa come il "doping più sofisticato di sempre". E che i suoi compagni di sventura hanno giudicato una "necessità". La sensazione è che il texano sia alle prese con seri guai economici.
Alla BBC ha quantificato attorno ai 125 milioni di dollari il danno avuto dalla sentenza di condanna sportiva. Un danno derivante in gran parte dal fatto che ha mentito per tanti, troppi anni. Sfruttando il suo essere testimonial della lotta al cancro per mettere in secondo piano tutti gli indizi che già da anni portavano a sospettare di lui. E, come si sa, negli Usa la menzogna è considerata un reato gravissimo. Ha mentito all'US Postal quando ha spergiurato di non aver mai fatto ricorso al doping, salvo contraddirsi poi con la ormai famosa confessione davanti a Oprah Winphrey, l'anchor-women più famosa degli Usa. Ha mentito ddecine di altre volte davanti alla pubblica opinione. "Ho pagato un prezzo altissimo in termini di presenza nello sport, di reputazione, di immagine, di denaro, perché le cause legali si sono susseguite. Io ci ho rimesso tantissimo in questa storia, mentre altri ci hanno solo guadagnato", dice adesso,
Pentito di aver confessato davanti alla Winphrey? La risposta è chiarissima: non avrebbe potuto fare altrimenti per come si stavano mettendo le cose. "Avrei dovuto rispondere in ogni caso a quelle domande. C'erano numerose cause legali che mi avrebbero portato necessariamente a confessare". Reo confesso per forza di cose. Nei giorni scorsi il texano era stato al centro dell'attenzione perché il nuovo presidente dell'Uci, l'inglese Brian Cookson ha intenzione di varare una commissione di "verità e pacificazione" che possa fare chiarezza sugli ultimi drammatici anni del doping diffuso. Un tema sul quale Armstrong potrebbe dire molto visti i suoi rapporti che è un puro eufemismo definire "cordiali" con i precedenti dirigenti della federazione internazionale, gratificati a più riprese con sostanziose donazioni all'ente mondiale e al centro di evidentissimi conflitti di interessi: chi donava ai controllori, era poi quello che doveva essere controllato. Ma sembra voler rifiutare ogni collaborazione in merito. "Non penso che andare indietro di 15 anni sia una buona cosa. Per il ciclismo come per altri sport. Perché se vai indietro di 15 potresti anche andare indietro di 30 anni".
Il riferimento ai sei mesi è chiaro: mi sono dopato come gli altri miei compagni che con le loro confessioni hanno consentito di smascherare il doping perpetrato nelle mie squadre, loro hanno avuto solo sei mesi di stop, a me è toccata la squalifica a vita. Una richiesta che potrebbe sembrare perfino legittima se non si tenesse conto del ruolo avuto dell'americano, oggi 42enne nell'organizzare e far accettare a tutti le sue "regole". Quello che l'Usada definisce nel suo atto di accusa come il "doping più sofisticato di sempre". E che i suoi compagni di sventura hanno giudicato una "necessità". La sensazione è che il texano sia alle prese con seri guai economici.
Alla BBC ha quantificato attorno ai 125 milioni di dollari il danno avuto dalla sentenza di condanna sportiva. Un danno derivante in gran parte dal fatto che ha mentito per tanti, troppi anni. Sfruttando il suo essere testimonial della lotta al cancro per mettere in secondo piano tutti gli indizi che già da anni portavano a sospettare di lui. E, come si sa, negli Usa la menzogna è considerata un reato gravissimo. Ha mentito all'US Postal quando ha spergiurato di non aver mai fatto ricorso al doping, salvo contraddirsi poi con la ormai famosa confessione davanti a Oprah Winphrey, l'anchor-women più famosa degli Usa. Ha mentito ddecine di altre volte davanti alla pubblica opinione. "Ho pagato un prezzo altissimo in termini di presenza nello sport, di reputazione, di immagine, di denaro, perché le cause legali si sono susseguite. Io ci ho rimesso tantissimo in questa storia, mentre altri ci hanno solo guadagnato", dice adesso,
Pentito di aver confessato davanti alla Winphrey? La risposta è chiarissima: non avrebbe potuto fare altrimenti per come si stavano mettendo le cose. "Avrei dovuto rispondere in ogni caso a quelle domande. C'erano numerose cause legali che mi avrebbero portato necessariamente a confessare". Reo confesso per forza di cose. Nei giorni scorsi il texano era stato al centro dell'attenzione perché il nuovo presidente dell'Uci, l'inglese Brian Cookson ha intenzione di varare una commissione di "verità e pacificazione" che possa fare chiarezza sugli ultimi drammatici anni del doping diffuso. Un tema sul quale Armstrong potrebbe dire molto visti i suoi rapporti che è un puro eufemismo definire "cordiali" con i precedenti dirigenti della federazione internazionale, gratificati a più riprese con sostanziose donazioni all'ente mondiale e al centro di evidentissimi conflitti di interessi: chi donava ai controllori, era poi quello che doveva essere controllato. Ma sembra voler rifiutare ogni collaborazione in merito. "Non penso che andare indietro di 15 anni sia una buona cosa. Per il ciclismo come per altri sport. Perché se vai indietro di 15 potresti anche andare indietro di 30 anni".