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La vittoria di tutti: e ora il Paese pedali con Nibali

di COSIMO CITO

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Tutto vero, abbiamo vinto il Tour. Vincenzo e noi. Capita raramente, in media per gli italiani una volta ogni quindici anni, però quando vinciamo il Tour il paese si accende, gonfia il petto, alza la voce. Il Tour è il Tour, è qualcosa di diverso, è la corsa che fa i corridori, come scrisse Henry Desgrange. Ed è la vittoria che fa immortale un corridore. Vincenzo Nibali aveva già vinto Giro e Vuelta, in fondo però le sue vittorie erano passate di lato sui grandi network, presto assorbite come normali, quasi scontate - e scontate non furono, entrambe -: Vincenzo è bravo però, però. E va bene. Poi inizia il Tour, questo magnifico, epico Tour. Il livello dello scontro è altissimo, ci sono Froome, Contador, e c'è Vincenzo Nibali. Arriva la gialla, a Sheffield. Arrivano i Vosgi, le Alpi, i Pirenei, la maglia gialla resta su spalle siciliane. E Vincenzo appare: dovunque.

Quando Pantani vinse il Tour del 1998 fu una cascata di bandane, bici gialloverdi, maglie gialle della Mercatone sulle strade. Che momento, quello, per l'Italia, reduce da un altro brutto Mondiale di calcio, con malumori, tensioni politiche, drammi sociali. Pantani avvolse tutto e portò sulla canna della sua bici il paese intero. Il suo Tour, vinto in quel modo leggendario, con quello scatto sul Galibier, riaccese l'orgoglio italiano, restituì al paese un simbolo. Nella stagione successiva la maglia di Pantani non aveva libero nemmeno un posticino, tutti in fila gli sponsor, c'era un tariffario preciso. Il tonfo che seguì Campiglio fu tremendo. Cos'è diventato il ciclismo, nel frattempo, e quanto vale questo Tour? "Stavolta, anche in conseguenza di ciò che accadde a Pantani, nulla sarà così - commenta Adolfo Noto, storico delle dottrine politiche e curatore di "Lancillotto a Nausica", rivista di critica e storia dello sport in uscita con un numero monografico sull'"Epopea del ciclista" -, il ciclismo soffre nell'Italia attuale di un grave deficit di comunicazione. I modi della narrazione, rispetto all'era Pantani sono cambiati, non c'è poesia, c'è paura forse. Eppure la storia di Nibali è stupenda, è una favola pura, come avrebbe detto Roland Barthes, la vicenda umana di un ragazzo umile, credibile, che restituisce una dimensione umana alla vicenda ciclistica. Però non immagino i ragazzini con bici e maglie dell'Astana per strada, è molto difficile che riaccadrà ciò che accadde con Pantani, tra il ciclismo e il grande pubblico si è stabilita negli anni Duemila una forma di scetticismo forse insanabile".

La bicicletta però in Italia è una realtà. Basti vedere i numeri di alcune corse amatoriali, i diecimila della Maratona delle Dolomiti, le migliaia della Nove Colli, della Fausto Coppi, dell'Eroica, e altre, e altre. In una società fortemente polarizzata come la nostra, la bicicletta rappresenta uno degli ultimi strumenti di socializzazione: si pedala per stare insieme, per il gusto del fare fatica insieme. Il ciclismo viene dopo, è la raffinazione sportiva e tecnica di un sentimento popolare. "Adesso non so cosa succederà, spero che riusciremo a "monetizzare" questa vittoria in nuovi tesseramenti - racconta il ct della nazionale italiana Davide Cassani -, in una nuova ondata di passione popolare, dobbiamo salire tutti su quella bicicletta". Quasi metaforico, un paese che pedala. Un paese che ritrova il gusto per la fatica, che parla poco - come Vincenzo - e mette giù la testa, quasi un programma politico, quasi un manifesto. Nel 2006, dopo la vittoria azzurra nel Mondiale di calcio, il Pil aumentò del 4%, il Made in Italy schizzò verso l'alto, quasi il 3% in più di stranieri riempì le località estive italiane l'anno successivo. In forme diverse, qualcosa del genere sarebbe giusto e bello che accadesse. Il rischio ora, invece, è che questa vittoria abbia solo un certo presente e non un futuro. E non è ciò che Vincenzo merita.
 
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