PONFERRADA (Spagna) - Se non altro la soddisfazione di vedere due italiani sul gradino più alto del podio. Per la prima volta nella giovane storia della cronosquadre mondiale. Nella BMC iridata a squadre due azzurri protagonisti del ciclismo maggiore, Manuel Quinziato e Daniel Oss. Un bolzanino e un trentino, trentacinque e ventisette anni rispettivamente; una carriera da validissimo gregario il primo, un talento atteso a miglior espressioni (specie nelle classiche) il secondo. L'Italietta del ciclismo c'è ancora. E in un certo senso brucia sapere e toccare con mano quante potenzialità abbia ancora il pedale nostrano e sia costretto ad esportare. Ma tant'è. La crisi, certo, la globalizzazione, l'asse economico che si sposta sempre più a ovest. Ma anche una dirigenza che forse non ha saputo o potuto capire per tempo l'evoluzione in atto ormai da anni. Perché gli sponsor internazionali si invogliano quando c'è l'impressione di trovare strutture adeguate. E l'Italia, inutile girarci intorno, qui come in altri campi, latita drammaticamente. La furbizia tipicamente italiana; il nero offerto per anni alla marea di piccole e medie industrie italiane che fin qui hanno sorretto il ciclismo non bastano più. E solo uno sport popolare in espansione fra i giovani, cioè fra le famiglie, può attirare sponsor, dunque denaro. Che, vista la crisi nostrana (più crisi di tutto il resto del mondo), non può che essere straniero. Ma da anni ormai nel Bel Paese le cifre (tesserati, società) dicono di un perenne arretramento.
Sarà un caso che per ben due volte in questi mondiali appena cominciati si è sentito l'inno nazionale Usa? La BMC fra le formazioni professionistiche, rappresenta il paradigma della globalizzazione: sponsor svizzero, affiliazione statunitense, atleti di provenienza multinazionale dal Belgio agli Usa, all'Italia, ecc. E la Cannondale, trionfatrice fra le donne nel giorno della disfatta di sua maestà Marianne Vos e della sua Rabo.
L'emorragia continua. Dietro il successo della BMC, oltre agli atleti, c'è anche l'apporto di due personaggi di grande esperienza: quel Marco Pinotti fino a ieri specialista del tic-tac (più volte campione italiano) e quel Dario Broccardo tecnico di grande spessore da tempo fuori dai 'disegni' federali.
E' stata una bella cronosquadre. Combattuta e spettacolare; incerta fino all'ultimo secondo. Che ha messo in evidenza quello che rappresenta il leit motiv del ciclismo attuale: l'equilibrio di valori. Nella prova della verità, dove tutti devono dare tutto di se stessi dal punto di vista prestativo, le differenze al termine di 57 chilometri si sono misurate in secondi. La BMC ha vinto di un paio di secondi. E a suo favore ha giocato forse anche il tempo e la strada bagnata trovata nel finale da Tom Boonen & C. Ma forse l'Omega Quick Step, vincitrice delle prime due edizioni ha pagato il rimescolamento della formazione. Pur riconoscendo l'impegno di tutti, e la caratura di uno specialista indiscusso come Tony Martin, il re delle prove individuali, due atleti del calibro di Chavanel e di Velits non si possono regalare agli avversari quando le differenze sono così minime. Nella cronosquadre conta l'assieme, oltre alla forza e al coraggio. Quel coraggio che è venuto a mancare agli uomini di Cancellara nella Treck che era fra le grandi favorite della vigilia. Una partenza troppo lenta e prudente ha compromesso il risultato finale nonostante una rimonta clamorosa nella parte conclusiva della gara. 'Avremmo dovuto osare di più da principio - ha ammesso lo svizzero di origine italiana - invece la lunghezza della prova ci ha un po' frenato. Siamo andati troppo piano all'inizio'.
Sarà un caso che per ben due volte in questi mondiali appena cominciati si è sentito l'inno nazionale Usa? La BMC fra le formazioni professionistiche, rappresenta il paradigma della globalizzazione: sponsor svizzero, affiliazione statunitense, atleti di provenienza multinazionale dal Belgio agli Usa, all'Italia, ecc. E la Cannondale, trionfatrice fra le donne nel giorno della disfatta di sua maestà Marianne Vos e della sua Rabo.
L'emorragia continua. Dietro il successo della BMC, oltre agli atleti, c'è anche l'apporto di due personaggi di grande esperienza: quel Marco Pinotti fino a ieri specialista del tic-tac (più volte campione italiano) e quel Dario Broccardo tecnico di grande spessore da tempo fuori dai 'disegni' federali.
E' stata una bella cronosquadre. Combattuta e spettacolare; incerta fino all'ultimo secondo. Che ha messo in evidenza quello che rappresenta il leit motiv del ciclismo attuale: l'equilibrio di valori. Nella prova della verità, dove tutti devono dare tutto di se stessi dal punto di vista prestativo, le differenze al termine di 57 chilometri si sono misurate in secondi. La BMC ha vinto di un paio di secondi. E a suo favore ha giocato forse anche il tempo e la strada bagnata trovata nel finale da Tom Boonen & C. Ma forse l'Omega Quick Step, vincitrice delle prime due edizioni ha pagato il rimescolamento della formazione. Pur riconoscendo l'impegno di tutti, e la caratura di uno specialista indiscusso come Tony Martin, il re delle prove individuali, due atleti del calibro di Chavanel e di Velits non si possono regalare agli avversari quando le differenze sono così minime. Nella cronosquadre conta l'assieme, oltre alla forza e al coraggio. Quel coraggio che è venuto a mancare agli uomini di Cancellara nella Treck che era fra le grandi favorite della vigilia. Una partenza troppo lenta e prudente ha compromesso il risultato finale nonostante una rimonta clamorosa nella parte conclusiva della gara. 'Avremmo dovuto osare di più da principio - ha ammesso lo svizzero di origine italiana - invece la lunghezza della prova ci ha un po' frenato. Siamo andati troppo piano all'inizio'.