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Ciclismo, rapporto commissione Uci: il doping cambia pelle, ma ora è più soft

Duecento pagine di analisi con interviste a 174 atleti da parte dell'organismo di riforma. Atteggiamento del passato ampiamente "calmierato", anche se un nuovo modo di aumentare le prestazioni esiste ancora

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ROMA - Il doping c'è ancora nel ciclismo sia pure in forma mitigata rispetto agli eccessi del passato. E, soprattutto, permane la causa principale della sua diffusione, la cultura del farmaco e dell'aiuto esterno alimentata da esigenze di risultato da sciorinare agli sponsor, da personaggi , dirigenti, operatori e strutture oscuri ancora largamente presenti nel mondo delle due ruote a pedali. Queste alcune delle conclusioni del rapporto della Commissione indipendente per la riforma del ciclismo. Duecento pagine, frutto di 174 interviste ad atleti ed ex atleti (fra questi: Armstrong, Boogerd, Froome, Hamilton, Rasmussen, Riccò, Tchmil, Thurau, Vinokouorov, Riis), medici e dirigenti del ciclismo mondiale: l'ex presidente McQuaid e l'attuale Brian Cookson. E' un doping fortunatamente più contenuto ma non meno pericoloso, anche se, secondo l'inchiesta, i miglioramenti realizzabili oggi sfiorano la media del 3%-5% sulla prestazione a fronte del 10%-15% degli anni d'oro dell'epo e degli ormoni. A "calmierare" un atteggiamento meno diffuso del passato, ma comunque ancora presente, è stato il passaporto biologico. Ma la presenza nel plotone di medici discussi e noti dopatori, come Eufemiao Fuentes, di molti ex dopati, tornati alle competizioni dopo squalifica o con altri incarichi, nonché la corsa al risultato ad ogni costo per onor di sponsor, fanno sì che il problema sia ancora pesantemente sul tappeto.

C'è un modo nuovo, più soft, di fare doping: ricorrendo a microdosi difficili da individuare; a prodotti che favoriscono la diminuzione del peso corporeo e dunque migliorano il rapporto peso-potenza, non sempre rintracciabili ai test; a pratiche che aumentano la capacità di "bruciare" ossigeno (terapie all'ozono, tende ipobariche, ecc.) vietate magari in un paese (es. Italia) e tollerate in altri; a sostanze sempre nuove e perfino al doping "meccanico". Il rapporto parla di bici che nascondo un motore elettrico. Un allarme emerso qualche stagione fa e poi mai del tutto dissipato.

Ma ora c'è anche la consapevolezza che i dopati sono diminuiti e che comunque è possibile fare del ciclismo ad alto livello e cogliere risultati, senza la farmacia proibita. Non è poco. Sempre che non si abbassi la guardia. Anche se "L'investigazione sulle cause e la diffusione del doping nel ciclismo e le accuse che coinvolgono Uci e altri organismi ufficiali circa indagini e (test) inefficaci" della CIRC non arriva a incolpare con precisione dirigenti e "patron" del passato, il quadro che emerge è sconfortante. Il ciclismo è stato uno sport in mano a speculatori preoccupati solo di sfruttarne l'immagine per soldi e carriera; che si sono ben poco preoccupati della deontologia e del rispetto delle regole.

L'indagine ha riguardato anche le accuse all'Uci di corruzione. In particolare gli episodi del denaro versato da Armstrong alla federazione internazionale. Ma non ci sono evidenze che la positività al Giro di Svizzera 2001 sia stata nascosta perché l'americano versò all'Uci 25.000 dollari.  Il report del laboratorio stabilisce che non è risultato positivo nonostante tre suoi test fossero sospetti per Epo. E il pagamento sotto forma di donazione è avvenuto nel maggio 2002, dunque non c'è evidenza di collegamento fra i due fatti.

Stesso discorso per le accuse riportate dal quotidiano L'Equipe di aver influenzato il rapporto Vrijman, commissionato dall'Uci per indagare su presunte posivitià di Armstrong al Tour 1999. La donazione di 100.000 dollari fatta dal texano per l'acquisto (effettivamente fatto) di una macchina Sysmex per analisi è di sei mesi dopo i fatti, dunque, ancora una volta nessun collegamento diretto. Comunque, dice la Commissione, molti fatti portano a concludere che tale rapporto fosse stato redatto con la collaborazione stretta di Armstrong, mai pubblicamente ammessa, certamente non con l'intenzione di fare un report indipendente, bensì di difendere l'atleta di fronte alla Wada.

In ogni caso che l'Uci violasse i suoi stesi regolamenti è provato da vari episodi. Come nel caso delle esenzioni terapeutiche. Gli episodi evidenziati sono quelli del francese Laurent Brochard, campione del mondo 1997 e ancora una volta Lance Armstrong; ad entrambi è stato permesso di predatare le prescrizioni. Oppure come nel caso del ritorno in gara di Armstrong nel 2009 al Tour Down Under nonostante non fesse stato inserito nel gruppo dei corridori da testare per l'antidoping nel periodo prescritto. Ma, ancora una volta, non c'è evidenza di un accordo diretto fra l'americano e l'allora presidente Pat McQuaid.

Armstrong, spiega la Commissione, contribuiva all'uscita del ciclismo dallo scandalo Festina e così in molti casi è stato protetto o difeso perché faceva comodo. Specialmente quando si evidenziavano sospetti di doping. Lo stesso doping confessato anni dopo dallo stesso corridore. Dunque si è combattuta la brutta immagine del doping diffuso degli anni '90 (di chi la responsabilità?) con la tolleranza del doping più recente. Considerazione che basterebbe per mandare a casa l'intera dirigenza coinvolta all'epoca, molti esponenti della quale ancora presenti nelle strutture internazionali. L'Uci, sempre secondo il rapporto, ha creato un governo di autocrati a partire dagli anni 80. Dove il presidente aveva potere assoluto. Mancanza di trasparenza, forzature, decisioni prestabilite sono testimoniate in vari episodi. I principali riguardano l'elezione del successore di Verbruggen, Pat Mc Quaid favorito apertamente. Ma anche in questo caso non ci sono evidenze di corruzione, pure in presenza di episodi discussi. Il direttivo Uci è accusato anche di aver finanziato la campagna elettorale di Cookson contro McQuaid.

L'Uci si è preoccupata solo di difendere l'immagine esterna del ciclismo vanificando gli sforzi dell'antidoping, anche se la CIRC non arriva a dire che i dirigenti abbiano deliberatamente tollerato il doping. Semplicemente hanno evitato una rigorosa applicazione delle regole. Il che non è davvero poco. Il doping da principio è visto come un fatto di natura episodica, non come un male endemico quale invece era. Dunque la politica per combatterlo era inadeguata, anche se poi ci sono state comunque delle migliorie tecniche nel processo di accertamento. Si puntava a fare in mondo che fossero contenuti entro certi limiti i danni alla salute piuttosto che a far rispettare a pieno le regole. Un antidoping prevedibile e scontato, dunque, privo di ogni deterrenza: arrivare dopo significava per loro non danneggiare l'immagine del ciclismo che stava crescendo. E con essa gli affari.

Dunque la strategia era quella di lottare contro l'abuso e non contro l'uso delle sostanze. Come? Avvisando dell'arrivo dei test; informando gli stessi atleti dell'esito "pericoloso" degli stessi; consentendo di eluderli con strategie mediche adeguate. Togliendo cioè ogni effetto deterrente. Insomma, la lotta al doping in quegli anni (1992-2006) era diretta solo alla parte visibile dell'iceberg. Ciò che ha permesso al doping di divenire prassi comune. Gli indirizzi cambiano dal 2006, soprattutto per l'introduzione dei test a sorpresa, di analisi mirate e per l'istituzione della CADF la fondazione antidoping con il contributo economico delle squadre. Ma siamo ancora lontani dall'obbiettivo.
 
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