ROMA - Una "cattedrale". Un ineffabile moloch con tre vene, i suoi versanti, le strade che lo spianano, la cui ripidezza ne ha fatto la leggenda. "Prendete una rampa di garage, moltiplicatela per undici km e avrete il Mortirolo" disse Leonardo Sierra, il primo uomo nella storia del ciclismo a violare la vetta del Mortirolo, del moloch, del mostro della Valtellina. Era il 1990, la prima volta, 25 anni fa. Il Mallory venezuelano non immaginava, non poteva immaginare. Era là, "la montagna più dura del mondo", come ha ricordato Alberto Contador, che domani la accarezzerà per la seconda volta appena al Giro. "Su quelle pendenze puoi fare differenze importanti, puoi saltare in aria, puoi perdere tutto" ha aggiunto, fingendo di temerlo, rispettandolo di certo. Il Mortirolo è una cosa a sé, un iceberg verde di bosco e grigio di asfalto, 1289 m di dislivello in 11,8 km di salita, cioè 10,9% di media, punte al 18. Si è visto di peggio, dopo: l'Angliru, lo Zoncolan, la Bola del Mundo, in Francia la stanno ancora cercando una salita così. Ma nessuno di queste sarebbe mai venuta, se l'avvocato Castellano un giorno non avesse avuto l'intuizione suprema. Su quella che era stata una miserabile carrareccia di pietre e sterrato si provò a far passare una corsa in bici. Fu un successo inedito, senza pari. Il Giro del primo Mortirolo lo vinse Bugno, che penò non poco. Una montagna "spaventosa", "raccapricciante", "non scalabile" dissero gli ultimi, al traguardo.
Un nuovo ciclismo era nato, insieme al Mortirolo. Alle grandi salite classiche, quelle lunghe e mediamente dure, da quel momento gli organizzatori preferirono - e preferiscono tutt'ora, dove ne trovano - salite più brevi e con pendenze spaccagambe, più spettacolari perché capaci di trasfigurare gli uomini che le scalano, di mettere sulle loro spalle delle enormi pietre da portare su, in cima. Nel 1991 ci passò per primo Chioccioli, fu il suo Giro. Nel 1994, Berzin e Indurain videro scappar via uno scalatore pelato, due volte, Miguelon tornò sotto, e quello gli scattò davanti, lo staccò, non si era mai visto il Navarro così in difficoltà. Vinse, spianando anche il valico di Santa Cristina e l'Aprica. Non l'avrebbe fatto mai più, in bici, il Mortirolo, quello scalatore cui oggi la salita sarà dedicata e che ha anche un monumento in cima, una sagoma irreale, ritratta col volto all'indietro come durante quella corrida in bici. Mai più, perché il Mortirolo tornò solo il giorno dopo Madonna di Campiglio, cinque anni dopo. A quel punto Marco Pantani non c'era già più, in corsa e sul lato al sole della sua strada terrena. Vinse Gotti, Mortirolo e Giro, ma non lo percorse nessuno in maglia rosa, il moloch. Savoldelli, che avrebbe potuto, non lo fece, fu rispetto e un'altra cosa forse, paura delle rappresaglie dei tifosi del Pirata, in migliaia sul valico che i locali chiamano anche passo della Foppa.
Le ultime volte il Mortirolo è stato sfregiato da nomi inadeguati alla sua leggenda, Iliano, Colom, avventurieri di giornata, ma anche illuminato da Basso, nel 2006 e nel 2010, e l'ultima volta dallo svizzero Zaugg, nel 2012. 11 volte il Mortirolo, più spesso dal versante di Mazzo, il più breve e duro, uno dei luoghi più belli della terra per chi non ha di meglio da fare che salire su una bici e andare ad esplorare i limiti dell'umana sopportazione e il risvolto sadico della parola passione. Il ciclismo che si salda all'alpinismo, ed è un nonsense che, come il Mortirolo, è "là", e aspetta.
Un nuovo ciclismo era nato, insieme al Mortirolo. Alle grandi salite classiche, quelle lunghe e mediamente dure, da quel momento gli organizzatori preferirono - e preferiscono tutt'ora, dove ne trovano - salite più brevi e con pendenze spaccagambe, più spettacolari perché capaci di trasfigurare gli uomini che le scalano, di mettere sulle loro spalle delle enormi pietre da portare su, in cima. Nel 1991 ci passò per primo Chioccioli, fu il suo Giro. Nel 1994, Berzin e Indurain videro scappar via uno scalatore pelato, due volte, Miguelon tornò sotto, e quello gli scattò davanti, lo staccò, non si era mai visto il Navarro così in difficoltà. Vinse, spianando anche il valico di Santa Cristina e l'Aprica. Non l'avrebbe fatto mai più, in bici, il Mortirolo, quello scalatore cui oggi la salita sarà dedicata e che ha anche un monumento in cima, una sagoma irreale, ritratta col volto all'indietro come durante quella corrida in bici. Mai più, perché il Mortirolo tornò solo il giorno dopo Madonna di Campiglio, cinque anni dopo. A quel punto Marco Pantani non c'era già più, in corsa e sul lato al sole della sua strada terrena. Vinse Gotti, Mortirolo e Giro, ma non lo percorse nessuno in maglia rosa, il moloch. Savoldelli, che avrebbe potuto, non lo fece, fu rispetto e un'altra cosa forse, paura delle rappresaglie dei tifosi del Pirata, in migliaia sul valico che i locali chiamano anche passo della Foppa.
Le ultime volte il Mortirolo è stato sfregiato da nomi inadeguati alla sua leggenda, Iliano, Colom, avventurieri di giornata, ma anche illuminato da Basso, nel 2006 e nel 2010, e l'ultima volta dallo svizzero Zaugg, nel 2012. 11 volte il Mortirolo, più spesso dal versante di Mazzo, il più breve e duro, uno dei luoghi più belli della terra per chi non ha di meglio da fare che salire su una bici e andare ad esplorare i limiti dell'umana sopportazione e il risvolto sadico della parola passione. Il ciclismo che si salda all'alpinismo, ed è un nonsense che, come il Mortirolo, è "là", e aspetta.