ROMA - Non è facile in questo ciclismo ancora ampiamente nebuloso lasciarsi andare all'entusiasmo. Ma bisogna riconoscere che questo Nibali è stato un trascinatore irresistibile. Due giornate da sogno. Due grandi gesti atletici con il pieno sapore dell'impresa. E il Giro d'Italia torna italiano dopo tre anni. Da Nibali (2013) a Nibali (2016). In mezzo tanti chilometri di sudore e fatica, di vita appesa. Gli esegeti del ciclismo eroico hanno pane per i loro denti. Cosa c'è di meglio di uno sport che rappresenta alla perfezione la vita, con le sue difficoltà, le sue sofferenze, i suoi colpi mancini, le sue sconfitte, le sue vittorie? Ciclismo paradigma della vita, dunque. Per questo quando Nibali allunga con una progressione impressionante poco prima del cartello dei meno 15 chilometri, appena sotto il valico della Lombarda. Con lui, c'è l'intera Italia sportiva che sale in sella. L'Italia degli atleti, dei vincenti come dei battuti; degli avvocati come degli umili operai; dei forti e dei deboli; degli scoraggiati e degli speranzosi. Nibali ce la fa. E il messaggio è fortissimo: ce la puoi fare anche tu se tieni duro, se reagisci alle avversità, se sai soffrire in silenzio e uscire con coraggio al momento giusto. Se ti metti in discussione senza riserve.
Nel baillamme dell'entusiasmo dopo corsa Vincenzo racconta, nella sua disarmante semplicità, una verità grandissima che va al di là del gesto tecnico appena compiuto: "Volevo strafare alla partenza di questo Giro. Avevo la testa solo a quello. Il risultato è stato che non correvo bene. Non avevo la giusta concentrazione. Poi ho capito che bisognava resettare, riallinearsi con se stessi. Mi sono liberato dai pensieri. Ho capito che non dovevo avere né paura di perdere il Giro né paura di vincerlo. Ho capito che la gente mi voleva bene comunque andasse la corsa. Vincere o meno. Ho guardato negli occhi gli avversari. Ho preso le misure giuste. Ho aspettato il momento giusto e sono andato". E' stato un weekend impostato su una strategia di gara perfetta, quasi in fotocopia. Su una squadra unita, tesa all'obbiettivo comune. Oggi non si vince un grande Giro senza l'aiuto di compagni forti e leali nei loro compiti. "Una giornata spettacolare - racconta lo "squalo", finalmente commosso e sorridente - un grande gioco di squadra. Scarponi, Jacob (Fulgsang), e tutti gli altri: senza di loro non avrei mai vinto". Sono andati tutti fortissimo i compagni del siciliano in questo finale di Giro. Un particolare non secondario. Il marchigiano forse un gradino più in alto degli altri. Fondamentale il suo l'aiuto nel fondovalle, scendendo dall'Agnello, venerdì, dopo la caduta dell'ex maglia rosa, l'olandese Kruijswijk. Micidiale la sua progressione sul colle della Lombarda. A tu per tu con giovani ventenni, come se gli anni non passassero. Ora è fin troppo facile dire che tutti ci avevano sempre creduto.
Per questo Scarponi ci scherza su: "E' stato facile", sibila ridendo nelle more delle premiazioni. Nibali, in tre settimane di gara, ha percorso tutto l'arcobaleno delle sensazioni: dalla soddisfazione di essere il favorito della vigilia; all'avvilimento per la sconfitta di Corvara; alla rabbia per la sfortuna nella cronoscalata all'Alpe di Poti ("Il momento più brutto"), alla gioia delle resurrezione con il successo di tappa a Risoul e, infine, l'attacco e la rosa finale. Un monito e una traccia di vita. Un incitamento a non mollare e credere in se stessi. Un suggerimento a "fare", comunque vada, e mai rinunciare. Sono pochi gli sport, come il ciclismo, che possono arrivare così profondamente nel cuore della gente. Al di là dei superficiali entusiasmi che il gesto tecnico accende; al di là del prima, del dopo, dell'eterno confronto fra ieri e oggi, delle nuvole che accompagnano da sempre questa meravigliosa disciplina, questo è il messaggio più forte. E non è poco.
Nibali ritrova nell'amore della gente e del "suo" pubblico ("Non ho letto i giornali in questi giorni; solo i messaggi degli amici che mi stavano vicino") la freddezza e la lucidità d'azione. "Ho visto che sopra una certa quota, sopra i 1.800 metri stavo bene; meglio degli avversari. Guardavo l'altitudine e ho aspettato di arrivare lì per attaccare". Ma, ovviamente, se è fondato il commento del sulfureo Vinokurov, il padre padrone dell'Astana: "E' la testa che comanda le gambe", è altrettanto vero che senza gambe nel ciclismo non si va da nessuna parte. Nibali sembra averne ritrovate di nuove, fresche e riposate negli ultimi giorni. Impressionante la sua progressione da seduto su ritmi da 98-100 rivoluzioni di pedale al minuto. Merito delle grosse doti di recupero innate, spiegano gli esperti. "Il peggior cliente per tutti nelle gare di tre settimane", chiosa Scarponi. L'entusiasmo e il senso del messaggio trasmesso fanno agio su ogni altra considerazione, anche se il tormentato passato del ciclismo non è il viatico migliore per la serenità. Ora c'è il Tour. Nibali dovrebbe farlo in appoggio al giovane Aru. "So che si è preparato bene", dice il siciliano. Ma si stenta a pensarlo gregario, sia pure di lusso. Se lo "squalo" arriverà in Francia con lo stato di forma dell'ultima settimana al Giro non sarà una convivenza facile. Poi lo sguardo si allunga sulle Olimpiadi di Rio :"Ma lì cambia tutto. E' una corsa di un giorno. Dura e difficile". Per ora c'è il sorriso del Nibali "risorto".
Nel baillamme dell'entusiasmo dopo corsa Vincenzo racconta, nella sua disarmante semplicità, una verità grandissima che va al di là del gesto tecnico appena compiuto: "Volevo strafare alla partenza di questo Giro. Avevo la testa solo a quello. Il risultato è stato che non correvo bene. Non avevo la giusta concentrazione. Poi ho capito che bisognava resettare, riallinearsi con se stessi. Mi sono liberato dai pensieri. Ho capito che non dovevo avere né paura di perdere il Giro né paura di vincerlo. Ho capito che la gente mi voleva bene comunque andasse la corsa. Vincere o meno. Ho guardato negli occhi gli avversari. Ho preso le misure giuste. Ho aspettato il momento giusto e sono andato". E' stato un weekend impostato su una strategia di gara perfetta, quasi in fotocopia. Su una squadra unita, tesa all'obbiettivo comune. Oggi non si vince un grande Giro senza l'aiuto di compagni forti e leali nei loro compiti. "Una giornata spettacolare - racconta lo "squalo", finalmente commosso e sorridente - un grande gioco di squadra. Scarponi, Jacob (Fulgsang), e tutti gli altri: senza di loro non avrei mai vinto". Sono andati tutti fortissimo i compagni del siciliano in questo finale di Giro. Un particolare non secondario. Il marchigiano forse un gradino più in alto degli altri. Fondamentale il suo l'aiuto nel fondovalle, scendendo dall'Agnello, venerdì, dopo la caduta dell'ex maglia rosa, l'olandese Kruijswijk. Micidiale la sua progressione sul colle della Lombarda. A tu per tu con giovani ventenni, come se gli anni non passassero. Ora è fin troppo facile dire che tutti ci avevano sempre creduto.
Per questo Scarponi ci scherza su: "E' stato facile", sibila ridendo nelle more delle premiazioni. Nibali, in tre settimane di gara, ha percorso tutto l'arcobaleno delle sensazioni: dalla soddisfazione di essere il favorito della vigilia; all'avvilimento per la sconfitta di Corvara; alla rabbia per la sfortuna nella cronoscalata all'Alpe di Poti ("Il momento più brutto"), alla gioia delle resurrezione con il successo di tappa a Risoul e, infine, l'attacco e la rosa finale. Un monito e una traccia di vita. Un incitamento a non mollare e credere in se stessi. Un suggerimento a "fare", comunque vada, e mai rinunciare. Sono pochi gli sport, come il ciclismo, che possono arrivare così profondamente nel cuore della gente. Al di là dei superficiali entusiasmi che il gesto tecnico accende; al di là del prima, del dopo, dell'eterno confronto fra ieri e oggi, delle nuvole che accompagnano da sempre questa meravigliosa disciplina, questo è il messaggio più forte. E non è poco.
Nibali ritrova nell'amore della gente e del "suo" pubblico ("Non ho letto i giornali in questi giorni; solo i messaggi degli amici che mi stavano vicino") la freddezza e la lucidità d'azione. "Ho visto che sopra una certa quota, sopra i 1.800 metri stavo bene; meglio degli avversari. Guardavo l'altitudine e ho aspettato di arrivare lì per attaccare". Ma, ovviamente, se è fondato il commento del sulfureo Vinokurov, il padre padrone dell'Astana: "E' la testa che comanda le gambe", è altrettanto vero che senza gambe nel ciclismo non si va da nessuna parte. Nibali sembra averne ritrovate di nuove, fresche e riposate negli ultimi giorni. Impressionante la sua progressione da seduto su ritmi da 98-100 rivoluzioni di pedale al minuto. Merito delle grosse doti di recupero innate, spiegano gli esperti. "Il peggior cliente per tutti nelle gare di tre settimane", chiosa Scarponi. L'entusiasmo e il senso del messaggio trasmesso fanno agio su ogni altra considerazione, anche se il tormentato passato del ciclismo non è il viatico migliore per la serenità. Ora c'è il Tour. Nibali dovrebbe farlo in appoggio al giovane Aru. "So che si è preparato bene", dice il siciliano. Ma si stenta a pensarlo gregario, sia pure di lusso. Se lo "squalo" arriverà in Francia con lo stato di forma dell'ultima settimana al Giro non sarà una convivenza facile. Poi lo sguardo si allunga sulle Olimpiadi di Rio :"Ma lì cambia tutto. E' una corsa di un giorno. Dura e difficile". Per ora c'è il sorriso del Nibali "risorto".