ROMA - Il nome, Ercole, perfetto: grande e grosso, forzuto, insomma erculeo, mani spesse da contadino, braccia granitiche da muratore, gambe solide da passista-velocista, gregario, neanche a dirlo. Il cognome, Gualazzini, l'unico diminutivo della sua vita, tant'è che veniva tranciato in "Gualazza" un po' per comodità e un po' per giustizia, era quello della madre: il padre, e senza neppure essere un corridore, era andato in fuga e si era subito dileguato. Di San Secondo, "Sasgond", una ventina di chilometri da Parma, poca scuola a scuola, però molta sulla strada: "A dodici anni garzone di un falegname-scultore, poi garzone di muratore, cioè montacarichi umano. Mi caricavo sulle spalle un secchio pieno di calce, mi arrampicavo sulle scale di legno, scaricavo, scendevo, ricaricavo, riarrampicavo, riscaricavo, riscendevo, per otto ore. Poi muratore e tornitore, tant'è che, quando correvo, sputavo ghisa. La prima corsa a tredici o quattordici anni, per ridere, ma a ridere erano gli altri, io no, quando io arrivavo, il traguardo non c'era già più, tolto lo striscione e smontato il podio. Poi cominciai a vincere delle volate intermedie, e a guadagnarmi mortadelle e prosciutti, e ci presi gusto, per il ciclismo, perché quello per i salumi ce l'avevo già. Dico la verità: alle coppe, nel senso dei trofei, ho sempre preferito le coppe, nel senso dei maiali. Poi mi iscrissi all'Amatori Parma, eravamo una squadra di campagna, tre corridori in tutto, ognuno si sceglieva una corsa e se la correva da solo, arrangiandosi, e spesso vincendo. Da allievo ne vincevo una ventina l'anno, da dilettante sette o otto, ma buone, anche il Piccolo Giro della Lombardia. Ero precoce: a ventuno anni passai professionista, nella Salvarani, a servire Adorni e Gimondi. In pianura pensavo a loro, come fargli risparmiare energie, in salita pensavo a me, come arrivare al traguardo, possibilmente prima che togliessero lo striscione e smontassero il podio".
Nel 1974 "Gualazza" aveva trent'anni, la maglia a stelle e strisce della Brooklyn, il dorsale 34 e tirava le volate a due principi fiamminghi, Patrick Sercu, re della pista, e Roger De Vlaeminck, lo zingaro antiMerckx: "La partenza da Roma, Città del Vaticano, il papa Paolo VI. Ci regalarono una serie di francobolli, ci dissero che era preziosa, ce l'ho ancora. Tre vittorie di tappa con Sercu, una con De Vlaeminck, la quindicesima tappa era la Sanremo-Valenza, 206 chilometri, via una fuga, sette o otto, io dentro. Siccome ero il più veloce, Sercu, De Vlaminck e Cribiori, il direttore sportivo, mi lasciarono andare. Salite dell'entroterra ligure, tiravo un po' meno degli altri, arrivammo in volata, vinsi facile. Poi, stranamente, più nulla. Fino all'ultima tappa, a Milano. Ritirato Sercu, mi dedicai a De Vlaeminck. Gli tirai la volata, perfetta, mi rialzai per farlo passare, lui passò, ma si rialzò anche lui, convinto di avere già vinto, e lo passò Gianni Motta. Una beffa: primo Motta, secondo De Vlaeminck, terzo io. Volavo: quando ero in forma, correvo perfino dietro alle moto".
Però ultimo in classifica: "Giuro, non lo sapevo finché non me lo ha detto lei. Ultimo, non è un problema. Io sono sempre stato dalla parte degli ultimi, dei più deboli, anche in corsa. Mi chiamavano 'il sindacalista' perché volevo che vincessero non solo gli squadroni ma anche le squadrette, e perché volevo che fra compagni si dividesse tutto, fatiche di giorno e premi di sera, e mi arrabbiavo quando i compagni di squadra erano poco compagni e facevano i furbetti, mi dicevano che erano morti, allora io tiravo anche per loro, poi loro si piazzavano e io arrivavo con delle mezzore di ritardo". "Gualazza", 13 anni da professionista e 13 vittorie, fra cui altre tre tappe al Giro, due al Tour e una alla Vuelta: "C'erano tanti corridori che andavano più forte di me, ma hanno smesso prima, perché non si sono adattati a fare i gregari. Non erano né carne né pesce. Io, invece, ero uno stracotto".
Nel 1974 "Gualazza" aveva trent'anni, la maglia a stelle e strisce della Brooklyn, il dorsale 34 e tirava le volate a due principi fiamminghi, Patrick Sercu, re della pista, e Roger De Vlaeminck, lo zingaro antiMerckx: "La partenza da Roma, Città del Vaticano, il papa Paolo VI. Ci regalarono una serie di francobolli, ci dissero che era preziosa, ce l'ho ancora. Tre vittorie di tappa con Sercu, una con De Vlaeminck, la quindicesima tappa era la Sanremo-Valenza, 206 chilometri, via una fuga, sette o otto, io dentro. Siccome ero il più veloce, Sercu, De Vlaminck e Cribiori, il direttore sportivo, mi lasciarono andare. Salite dell'entroterra ligure, tiravo un po' meno degli altri, arrivammo in volata, vinsi facile. Poi, stranamente, più nulla. Fino all'ultima tappa, a Milano. Ritirato Sercu, mi dedicai a De Vlaeminck. Gli tirai la volata, perfetta, mi rialzai per farlo passare, lui passò, ma si rialzò anche lui, convinto di avere già vinto, e lo passò Gianni Motta. Una beffa: primo Motta, secondo De Vlaeminck, terzo io. Volavo: quando ero in forma, correvo perfino dietro alle moto".
Però ultimo in classifica: "Giuro, non lo sapevo finché non me lo ha detto lei. Ultimo, non è un problema. Io sono sempre stato dalla parte degli ultimi, dei più deboli, anche in corsa. Mi chiamavano 'il sindacalista' perché volevo che vincessero non solo gli squadroni ma anche le squadrette, e perché volevo che fra compagni si dividesse tutto, fatiche di giorno e premi di sera, e mi arrabbiavo quando i compagni di squadra erano poco compagni e facevano i furbetti, mi dicevano che erano morti, allora io tiravo anche per loro, poi loro si piazzavano e io arrivavo con delle mezzore di ritardo". "Gualazza", 13 anni da professionista e 13 vittorie, fra cui altre tre tappe al Giro, due al Tour e una alla Vuelta: "C'erano tanti corridori che andavano più forte di me, ma hanno smesso prima, perché non si sono adattati a fare i gregari. Non erano né carne né pesce. Io, invece, ero uno stracotto".