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Il Giro degli ultimi: Uliana e quella maglia nera che gli fruttò un materasso

Giro d’Italia 1959. Primo, Charly Gaul. Ottantaseiesimo, e ultimo: Antonio Uliana, a tre ore, trenta minuti e cinquantatré secondi dall’Angelo della montagna (copyright di Pierre Chany) o dalla “ballerina delle Dolomiti” (copyright di Giovanni Mosca). A una media di 35,9 all’ora, più o meno 125 chilometri di distacco

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La prima bicicletta era "una baracca, fatta con gli avanzi di altre biciclette, presi di qua e di là, e le cadeva sempre la catena, tanto che erano più le pedalate a vuoto di quelle a pieno". La prima corsa la disputò "con la tessera di un altro corridore, lui aveva visto il percorso, c'erano due o tre salite, e non se la sentiva, io non vedevo l'ora, gli dissi di darmi il numero, corsi e arrivai quarto, poi però fummo scoperti e ci fecero una ramanzina". Ma quel quarto posto gli garantì una Bottecchia, seria, solida e vincente: perché con quella vinse la successiva corsa, per distacco.

Al Giro d'Italia del 1959 Antonio Uliana ci arrivò a quasi ventotto anni, con cinque già da professionista, in una squadra - la Molteni - che sarebbe entrata nella storia del ciclismo grazie ai Motta e ai Merckx, ma non allora: "Giorgio Albani direttore sportivo, ma era appena sceso dalla bici, e ci voleva troppo bene. Quando dovevo tirargli le volate, arrivavo a 500 metri dal traguardo, poi mi rialzavo, troppa confusione, troppi pericoli, e lui prima urlava, ' più avanti!', poi si arrabbiava, 'disgrassià'. Guido Carlesi capitano, lo chiamavano Coppino perché assomigliava a Fausto Coppi, ma più giù dalla bicicletta che sulla bicicletta. E gli altri pedalavano perché era sempre meglio che lavorare. Io guadagnavo venticinquemila lire al mese, più o meno lo stipendio di un operaio della Carnielli". La fabbrica della bicicletta Bottecchia.

Fu un duello fra Charlie Gaul e Jacques Anquetil, davanti, e fra Uliana e Gino Guerrini, dietro: "A una settimana dalla fine sembrava che Anquetil potesse arrivare primo, a cominciare dall'alto, e io, a cominciare dal basso. Un giornale ci fotografò e ci intervistò come se io fossi il primo e lui l'ultimo. Ad Anquetil domandarono come fossi da capitano, e lui - divertito ma serio - rispose che ero buono e generoso. A me domandarono come fosse Anquetil da gregario, e io - per ridere - risposi che era giovane e inesperto, che perdeva le borracce per la strada e quando riusciva a portarmele, aveva messo così tanto tempo a risalire il gruppo che l'acqua era diventata calda". Si scalarono Abetone, Vesuvio in cronoscalata, il Pian delle Fugazze, nella stessa tappa Brocon, Rolle e Costalunga, e in quella decisiva Gran San Bernardo, Forclaz e Piccolo San Bernardo, con Gaul aeronautico e Anquetil in crisi di fame. "Siccome nelle crono gli ultimi partono per primi, il giorno del Vesuvio partii quasi subito, arrivai in albergo, mi misi a tavola e ordinai una zuppa di pesce. Due miei compagni non resistettero alla tentazione e, nonostante il divieto del massaggiatore, anche loro mangiarono la zuppa di pesce. Ma dovevano ancora correre. E quando corsero, con la zuppa che gli tornava su a ogni pedalata, finirono fuori tempo massimo".

Un giorno Uliana arrivò così ultimo all'arrivo da conquistare anche l'ultimo posto in classifica generale: "Un mese dopo mi arrivò a casa un materasso Permaflex, di quelli moderni, estate da una parte e inverno dall'altra, e mi arrivò come premio forse perché, secondo loro, me l'ero presa comoda. Invece avevo lottato per non finire, come tanti altri, fuori corsa. Ultimo, non era un disonore. Avevo visto di peggio. La tappa del Bondone, al Giro del 1956, in una giornata apocalittica: nella bufera di neve stavo vicino a Gastone Nencini, che era in classifica, lo incitavo, lo incoraggiavo, lo pregavo, 'tieni duro', il suo piazzamento valeva soldi anche per noi gregari, finché, all'improvviso, cadde a terra, gli occhi rivoltati, il corpo immobile, e venne caricato su un'ambulanza. Stavo così male che volevo salirci anch'io, ma Rolly Marchi, il nostro direttore sportivo, mi urlò che ero rimasto l'unico della squadra ancora in corsa, e che dovevo arrivare al traguardo, e ci arrivai, sesto, con le mie gambe. Mi trasportarono in un albergo, mi spogliarono, mi fecero entrare a forza in una vasca, metà acqua e metà sporco, perché prima di me c'erano già stati tre o quattro corridori. Dai piedi mi uscivano due fili di sangue. In discesa dal Brocon, sulla strada fradicia di pioggia, avevo frenato con i piedi consumando prima la suola, poi la lama di acciaio, poi le calze, infine la pelle".
 
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