Sport

Il Giro degli ultimi: Di Basco e quei duelli a perdere con Allocchio

Giro d'Italia 1990. Primo, Gianni Bugno. Centosessantatreesimo, e ultimo il pisano a quattro ore, ventisette minuti e undici secondi. A una media di 37,6 all'ora, più o meno 165 chilometri di distacco. Ma che duelli con la maglia nera: "Ci si imboscava nei bar, ci si mettevano mantelline di un colore diverso da quello della propria squadra. L'importante era arrivare ultimi. E io, modestamente, ci riuscii"

2 minuti di lettura
ROMA - Quell'anno, il 1990, al Giro d'Italia ci fu molta più lotta in fondo al gruppo che non davanti, molta più sfida per l'ultimo posto che non per il primo, insomma, molta più rivalità fra Alessio Di Basco e Stefano Allocchio che non fra Gianni Bugno e il francese Charly Mottet. Perché Bugno - come Costante Girardengo nel 1919, Alfredo Binda nel 1927 e Eddy Merckx nel 1973 - tenne la maglia rosa dominando dal primo all'ultimo giorno, invece Di Basco si dovette conquistare quella nera (virtuale) a forza di stratagemmi e sotterfugi.

Di Basco: "Pisano di Vecchiano come ospedale e di Migliarino come terra, cresciuto in campagna, nonni e genitori contadini, campi di angurie e meloni, spinaci e bietole. A scuola non vedevo l'ora che suonasse la campanella per uscire all'aria, come se fosse l'ultimo giro di una gara in pista prima dello sprint decisivo. Poi era tutta una corsa, nel bosco e fra i rovi, nelle paludi e fra i cespugli, a rincorrere conigli e lepri, ad approfittare di fagiani e cinghiali. A sette anni l'idea della sport, non il calcio, troppo banale, ma la bici, più misteriosa e avventurosa. Mio padre fu di poche parole: 'Se vuoi la bici, te la compri'. Trovai lavoro in una macelleria, a lavare i pavimenti, pulire affettatrici e impastatrici, lucidare coltelli e vassoi. La prima bici aveva manubrio e pedali normali, un meccanico me la trasformò quasi da corsa, l'Associazione ciclistica Pisa mi consegnò una maglia di lana, e alla prima corsa, per giovanissimi, a Lavoria, vicino a Pisa, pronti-via scattai, io davanti e il gruppo, a 100 metri, che mi inseguiva, finché all'ultimo giro mi fermai".

Foratura? Cotta? Caduta? "Macché. Mi fermai perché non riuscivo a staccarli. Pensavo che, per vincere, gli altri dovessero fermarsi, come per manifesta inferiorità, o che almeno fossero così lontani da non doversi vedere". A quel Giro del 1990 Di Basco aveva venticinque anni, correva per la Gis Gelati, affiancava Luciano Rabottini, Paolo Cimini, Danilo Gioia e Angelo Canzonieri, in volata aiutava Paolo Rosola, in salita incitava Maurizio Vandelli, secondo nei gpm. Poi, strada facendo, si staccava, e cominciava a duellare con Allocchio. "Ci chiamavamo, a vicenda, Gino. Come un nome di battaglia. Ehi, Gino, oggi sto male. Io, Gino, sto peggio. Ehi, Gino, provo a partire, poi magari mi ritiro. Io, Gino, non parto neanche. Ehi, Gino, ho una crisi di fame. Io, Gino, di sete. Poi ci si nascondeva dietro le ammiraglie, ci si imboscava nei bar, ci si mettevano mantelline di un colore diverso da quello della propria squadra. L'importante era arrivare ultimi. E io, modestamente, ci riuscii". Con 16 minuti e 40 secondi sull'avversario. Merito di una giornata storta, in cui Di Basco prese trequarti d'ora di svantaggio-vantaggio, si insediò in fondo alla generale e non mollò più quel posto: "Arrivai al traguardo morto, mi infilai nell'ammiraglia, durante il tragitto dall'arrivo all'albergo mi addormentai, poi salii in camera, mi gettai sul letto così com'ero, scarpe comprese, mi riaddormentai e mi svegliai solo la mattina successiva".

Era un altro ciclismo: "Si rideva, si scherzava, si inventavano scherzi, si faceva casino. La sera, dopo la cena, si stava nella hall dell'albergo a chiacchierare, poi si saliva in camera, e si continuava a chiacchierare, e c'era chi, come Johan Van der Velde, si inciucchiva di birra. In corsa io e Allocchio ce la giocavamo come Luigi Malabrocca e Sante Carollo. Il gruppo era una famiglia, forse un condominio. E il gruppetto era una banda: sulle salite Adriano Baffi dettava il tempo e scandiva il ritmo, rimanere con lui significava non arrivare mai fuori tempo massimo". Solo una volta Di Basco non resistette alla tentazione di rovesciare la sorte, stavolta davanti: "Tredicesima tappa, la Baselga di Pinè-Udine, 224 chilometri, piatta. Primo Cipollini, secondo Abdoujaparov, terzo io, quarto Rosola". Quando due compagni arrivano insieme, significa che qualcosa non ha funzionato. "Poi Bontempone, il tedesco Marcel Wust, l'australiano Phil Anderson, l'olandese Jean-Paul Van Poppel e Baffi. Il meglio del meglio. Il campionato del mondo dei velocisti".
I commenti dei lettori