ROMA - Due giorni prima della fine del Giro d'Italia 1967, gli organizzatori della "Gazzetta dello Sport" emisero un comunicato-stampa in cui si annunciava che, in via del tutto eccezionale, veniva ufficialmente resuscitata la maglia nera per l'ultimo della classifica generale, accompagnata da un assegno di 500 mila lire. L'intento: festeggiare la cinquantesima edizione della Corsa Rosa. L'impegno: premiare i corridori più sofferenti e deboli, sopravvissuti all'abbandono di massa durante la Cortina d'Ampezzo-Trento, 235 chilometri con Falzarego, Pordoi, Rolle e Brocon, sotto l'acqua e la neve. Il risultato: una nuova battaglia, una nuova sfida, una nuova gara, ma in lentezza.
Alla Mainetti, una squadra che vestiva una maglia granata e che correva alla garibaldina, anche se ormai poteva contare su un maggiore numero di meccanici e massaggiatori che non di corridori, si perfezionò la strategia per conquistare l'ultimo posto: e Marino Fontana, il direttore sportivo, convocò Lucillo Lievore. Che ricorda: "La tappa scelta era la prima delle due semitappe finali: da Tirano al santuario della Madonna del Ghisallo, 173 chilometri. Davanti, i giochi erano fatti: Felice Gimondi aveva sottratto la maglia rosa a Jacques Anquetil, si dice anche grazie a una santa alleanza, o forse a una valigia piena di milioni, con gli altri corridori italiani. Ma dietro, i giochi erano ancora aperti. Pronti, via, per disorientare i miei rivali, andai in fuga con altri sette o otto. E la fuga, composta da corridori fuori classifica, fu lasciata andare al traguardo. A metà salita del Ghisallo, fingendo un malessere, entrai in un bar. Invece era già tutto previsto e organizzato da Fontana. Mi nascosi, spiai, aspettai finché passò Tommaso De Pra, della Molteni, penultimo in classifica, attesi ancora un po', per sicurezza, quindi uscii, saltai sulla bici e, con la dovuta prudenza, arrivai al traguardo".
Missione compiuta. "Maglia nera con tre minuti e diciannove secondi su Danilo Grassi e quattro minuti e nove secondi su De Pra". Trionfo meritato. "Al Vigorelli ricevetti la maglia nera, che ho a casa, e una medaglia d'oro con tutte le tappe incise, che ho a casa, e feci anche il giro d'onore. L'assegno mi giunse dopo trenta o quaranta giorni ma, come si era solito fare, lo divisi con gli altri nove compagni, anche quelli che si erano ritirati, e così, di lire, in tasca me ne rimasero 50 mila".
Lievore, vicentino di Breganze: "Papà Antonio contadino, mamma Elisabetta casalinga, mio fratello maggiore Luigi e mio fratello minore Piergiorgio senza passione per bici e ciclismo. Io quinta elementare e poi al lavoro, nelle vigne da Merlot e Cabernet, nei campi di frumento, granturco e ortaggi, nella stalla con le mucche, in un caseificio a fare il formaggio, come muratore sotto lo zio Albino. Al tempo del caseificio, il casaro, Vittorio, quando aveva attacchi di asma bronchiale, mi spediva in farmacia a prendere le medicine, e per fare più in fretta, mi faceva andare in bici. Era una bici da donna, ma quei cinque chilometri all'andata e cinque al ritorno li volavo. Fu così che nacque l'idea di correre. La prima gara, da allievo, 85 chilometri, e la prima vittoria".
Sette anni da professionista e nessuna vittoria. Eppure quel Giro d'Italia 1967 aveva regalato a Lievore l'illusione di poter conquistare il primo posto anche dall'alto, e non solo dal fondo, degli ordini di arrivo: "La quindicesima tappa, da Lido degli Estensi a Mantova, volata, primo Michele Dancelli, io settimo. E la sedicesima tappa, la crono di Verona, 45 chilometri in 59 minuti e 13 secondi, a poco più di due minuti da Ole Ritter, io su una bici normale e gli altri su bici speciali, quel giorno andavo come un treno, ma solo dopo una ventina di chilometri cominciai ad accorgermene, a crederci e a pedalare a tutta. A saperlo prima, chissà che storia".
Alla Mainetti, una squadra che vestiva una maglia granata e che correva alla garibaldina, anche se ormai poteva contare su un maggiore numero di meccanici e massaggiatori che non di corridori, si perfezionò la strategia per conquistare l'ultimo posto: e Marino Fontana, il direttore sportivo, convocò Lucillo Lievore. Che ricorda: "La tappa scelta era la prima delle due semitappe finali: da Tirano al santuario della Madonna del Ghisallo, 173 chilometri. Davanti, i giochi erano fatti: Felice Gimondi aveva sottratto la maglia rosa a Jacques Anquetil, si dice anche grazie a una santa alleanza, o forse a una valigia piena di milioni, con gli altri corridori italiani. Ma dietro, i giochi erano ancora aperti. Pronti, via, per disorientare i miei rivali, andai in fuga con altri sette o otto. E la fuga, composta da corridori fuori classifica, fu lasciata andare al traguardo. A metà salita del Ghisallo, fingendo un malessere, entrai in un bar. Invece era già tutto previsto e organizzato da Fontana. Mi nascosi, spiai, aspettai finché passò Tommaso De Pra, della Molteni, penultimo in classifica, attesi ancora un po', per sicurezza, quindi uscii, saltai sulla bici e, con la dovuta prudenza, arrivai al traguardo".
Missione compiuta. "Maglia nera con tre minuti e diciannove secondi su Danilo Grassi e quattro minuti e nove secondi su De Pra". Trionfo meritato. "Al Vigorelli ricevetti la maglia nera, che ho a casa, e una medaglia d'oro con tutte le tappe incise, che ho a casa, e feci anche il giro d'onore. L'assegno mi giunse dopo trenta o quaranta giorni ma, come si era solito fare, lo divisi con gli altri nove compagni, anche quelli che si erano ritirati, e così, di lire, in tasca me ne rimasero 50 mila".
Lievore, vicentino di Breganze: "Papà Antonio contadino, mamma Elisabetta casalinga, mio fratello maggiore Luigi e mio fratello minore Piergiorgio senza passione per bici e ciclismo. Io quinta elementare e poi al lavoro, nelle vigne da Merlot e Cabernet, nei campi di frumento, granturco e ortaggi, nella stalla con le mucche, in un caseificio a fare il formaggio, come muratore sotto lo zio Albino. Al tempo del caseificio, il casaro, Vittorio, quando aveva attacchi di asma bronchiale, mi spediva in farmacia a prendere le medicine, e per fare più in fretta, mi faceva andare in bici. Era una bici da donna, ma quei cinque chilometri all'andata e cinque al ritorno li volavo. Fu così che nacque l'idea di correre. La prima gara, da allievo, 85 chilometri, e la prima vittoria".
Sette anni da professionista e nessuna vittoria. Eppure quel Giro d'Italia 1967 aveva regalato a Lievore l'illusione di poter conquistare il primo posto anche dall'alto, e non solo dal fondo, degli ordini di arrivo: "La quindicesima tappa, da Lido degli Estensi a Mantova, volata, primo Michele Dancelli, io settimo. E la sedicesima tappa, la crono di Verona, 45 chilometri in 59 minuti e 13 secondi, a poco più di due minuti da Ole Ritter, io su una bici normale e gli altri su bici speciali, quel giorno andavo come un treno, ma solo dopo una ventina di chilometri cominciai ad accorgermene, a crederci e a pedalare a tutta. A saperlo prima, chissà che storia".