"Da Spinelli a Merckx", titolò "La Gazzetta dello Sport". Era il Giro del 1972, era il giorno della crono, anzi, era il giorno delle crono, due, una al mattino e una al pomeriggio, tutt'e due a Forte dei Marmi, tutt'e due di 20 chilometri. E il titolo della Rosea si riferiva all'ordine di partenza, non a quello di arrivo. E come si sa, nelle crono il primo a partire è l'ultimo e l'ultimo a partire è il primo. Un testacoda. Piero Spinelli da Carmignano, provincia di Prato: "Famiglia contadina. Mio padre tornava dai campi stanco, rosso e sudato. La bicicletta era un lusso, il ciclismo un sogno. Cominciai a 15-16 anni nella Soccorso di Prato, dal magazzino fu tirata fuori una Frejus, pesava 15 chili, ed era così grossa che, seduto, non arrivavo ai pedali. Poi ebbi una Baffino, capolavoro artigianale da un'officina di Pistoia. Intanto studiavo, alle commerciali, e lavoravo, ragazzo di bottega, generi alimentari, prima su una vecchia Torpado, poi su un camioncino senza targa".
Piero Spinelli, del 1° aprile 1948: "Il primo maestro fu mio padre: mi insegnò la fatica. I secondi furono il Baffino e il Colombini, artista degli scarpini, da Lunata: mi indicarono la precisione. Il terzo fu Franco Bitossi: mi portò al professionismo. Alla Filotex. E si divideva la camera. Solo il secondo anno partecipai al Giro d'Italia. Mi sembrava tutto gigantesco: lo scontro fra Merckx e Fuente, le volate di Basso e Zandegù, la classe di De Vlaeminck, la tenacia di Gimondi. Cercavo di aiutare Bitossi. E quando lui si fermava per il cuore matto, io restavo con lui, non gli dicevo nulla, aspettavo che l'attacco gli passasse - gli cambiava il colore della faccia, diventava cereo, faceva paura -, poi si riprendeva, e inseguivamo, ma lui quando ripartiva era così forte che ci sfilava dalla ruota. Bitossi mi presentò ai vecchi del gruppo, da Carletto Chiappano a Luciano Armani, e loro si prendevano cura di me. Quell'ultimo posto non fu cercato né voluto: mi arrivò un po' per inesperienza e un po' per timore".
Piero Spinelli, nove anni da professionista: "Quel Giro d'Italia, sul Block Haus, la salita era così dura che misi i piedi a terra. Sempre quel Giro, Merckx pedalava con una chiavetta in mano per regolare manubrio e sella, poi si fermò, Fuente scatenò la battaglia, e noi aiutammo Merckx a rientrare. Un altro Giro, sulla Marmolada, una bella giornata di sole, nel gruppetto, all'improvviso il cielo si rannuvolò, dissi 'ehi, ragazzi, che cos'è questa nebbia?', ma ero io annebbiato da una cotta, 'venite quì ordinò Giacinto Santambrogio, lui e gli altri vecchi mi dettero acqua e zucchero, mi incoraggiarono, forse mi spinsero, e arrivai in cima".
Piero Spinelli, una vittoria in carriera: "La Coppa Sabatini del 1976. Quel giorno Bitossi non stava bene, rimase dietro, e davanti mi trovai, dopo metà corsa, con altri due compagni della Zonca, Enrico Guadrini e Antonio Salutini. Si provò a scattare, a turno. Io ci provai a cinque-sei chilometri dall'arrivo, c'era il vento contro, e ci voleva coraggio a mettere fuori il naso, ma gli altri si controllarono, forse pensavano che sarei rimbalzato indietro, invece mi andò bene".
Piero Spinelli, il bello del ciclismo: "Una scuola per muscoli e sentimenti, per testa e passione. Gli insegnamenti di Bitossi, tutto quello che ho imparato, su e giù dalla bici, è merito suo. Un po' di soldi per costruire un po' di casa. Anche quella maglia nera, che allora non esisteva. E la mia ultima bici, una Colnago, in garage, me l'hanno chiesta per partecipare all'Eroica, ma io non l'ho mai data, certe fatiche non sono più adatte per me ma neanche per lei".
Piero Spinelli, del 1° aprile 1948: "Il primo maestro fu mio padre: mi insegnò la fatica. I secondi furono il Baffino e il Colombini, artista degli scarpini, da Lunata: mi indicarono la precisione. Il terzo fu Franco Bitossi: mi portò al professionismo. Alla Filotex. E si divideva la camera. Solo il secondo anno partecipai al Giro d'Italia. Mi sembrava tutto gigantesco: lo scontro fra Merckx e Fuente, le volate di Basso e Zandegù, la classe di De Vlaeminck, la tenacia di Gimondi. Cercavo di aiutare Bitossi. E quando lui si fermava per il cuore matto, io restavo con lui, non gli dicevo nulla, aspettavo che l'attacco gli passasse - gli cambiava il colore della faccia, diventava cereo, faceva paura -, poi si riprendeva, e inseguivamo, ma lui quando ripartiva era così forte che ci sfilava dalla ruota. Bitossi mi presentò ai vecchi del gruppo, da Carletto Chiappano a Luciano Armani, e loro si prendevano cura di me. Quell'ultimo posto non fu cercato né voluto: mi arrivò un po' per inesperienza e un po' per timore".
Piero Spinelli, nove anni da professionista: "Quel Giro d'Italia, sul Block Haus, la salita era così dura che misi i piedi a terra. Sempre quel Giro, Merckx pedalava con una chiavetta in mano per regolare manubrio e sella, poi si fermò, Fuente scatenò la battaglia, e noi aiutammo Merckx a rientrare. Un altro Giro, sulla Marmolada, una bella giornata di sole, nel gruppetto, all'improvviso il cielo si rannuvolò, dissi 'ehi, ragazzi, che cos'è questa nebbia?', ma ero io annebbiato da una cotta, 'venite quì ordinò Giacinto Santambrogio, lui e gli altri vecchi mi dettero acqua e zucchero, mi incoraggiarono, forse mi spinsero, e arrivai in cima".
Piero Spinelli, una vittoria in carriera: "La Coppa Sabatini del 1976. Quel giorno Bitossi non stava bene, rimase dietro, e davanti mi trovai, dopo metà corsa, con altri due compagni della Zonca, Enrico Guadrini e Antonio Salutini. Si provò a scattare, a turno. Io ci provai a cinque-sei chilometri dall'arrivo, c'era il vento contro, e ci voleva coraggio a mettere fuori il naso, ma gli altri si controllarono, forse pensavano che sarei rimbalzato indietro, invece mi andò bene".
Piero Spinelli, il bello del ciclismo: "Una scuola per muscoli e sentimenti, per testa e passione. Gli insegnamenti di Bitossi, tutto quello che ho imparato, su e giù dalla bici, è merito suo. Un po' di soldi per costruire un po' di casa. Anche quella maglia nera, che allora non esisteva. E la mia ultima bici, una Colnago, in garage, me l'hanno chiesta per partecipare all'Eroica, ma io non l'ho mai data, certe fatiche non sono più adatte per me ma neanche per lei".