Fu il primo a essere l'ultimo. Lui che capovolse l'ordine di arrivo, ribaltò la classifica, rivoluzionò il ciclismo. Lui che sublimò la lentezza, esaltò il ritardo, celebrò il distacco. Lui insuperabile quando andava in fuga da dietro, dal fondo, dalle retrovie, la parte sbagliata secondo la concezione comune, la parte giusta secondo la sua visione. Perché Luigi Malabrocca era un visionario: la sua maglia nera gli sembrava brillare infinitamente più di quelle rosa di Bartali e Coppi.
Serena Malabrocca è figlia di Luciano e nipote di Luigi: "Il suo regno, alla Cascina Barbesina, frazione di Garlasco, sul Ticino. Andavamo a trovare lui, dolcissimo, e la nonna Ninfa, fortissima, a raccogliere e tagliare la legna, e a mangiare il risotto con le rane. Allevava pesci, li pescava e li cucinava. Andava per funghi, ne conosceva tutti i tipi, con il nome volgare e quello latino. Amava la natura, non temeva la solitudine, e quell'animo selvatico, in qualche modo, è arrivato fino a me". Serena cerca le storie del nonno: "Il suo regno andò in fumo, per un incendio, nel 2007, tre mesi dopo la sua morte. Non si salvò nulla, se non ruderi e cenere, e non ci rimase nulla. Conservo soltanto una copia del libro 'Coppi, Bartali e Malabrocca' di Benito Mazzi, autografata e dedicata: '29 maggio 1997, a Serena, con tanta simpatia'. Certo: ci sono questo e altri libri di ciclismo, ci sono i ricordi del papà e dello zio Ezio, ci sono i racconti di chi aveva corso insieme o di chi lo aveva visto correre, ci sono i filmati dell'Istituto Luce, e tutto quello che trovo lo condivido su Facebook, per memoria, rispetto, giustizia".
Le storie della Maglia Nera: quando entrava nelle case e si sedeva a tavola, quando gli consegnavano la colletta fatta fra gli spettatori, quando si nascondeva in un silos o si tuffava in un pozzo per sfuggire al rivale Sante Carollo, ma anche quando conquistò i titoli italiani di ciclocross nel 1951 e 1953 e si impose nella Parigi-Nantes del 1947, nella Coppa Agostoni del 1948 e nel Giro di Croazia e Slovenia del 1949, quando prese una pasticchetta bianca da Coppi e poi volò a vincere un traguardo volante, quando a casa gli consegnarono le poltrone in velluto da salotto vinte proprio in quel traguardo volante, quando si impegnò a vincere in volata la tappa finale di un Giro d'Italia a Milano, entrò nell'Arena a ruota di Renzo Zanazzi, ma Zanazzi, ingannato da un vigile confuso, sbagliò la direzione, e Malabrocca si perse dietro di lui, quando Malabrocca staccò il penultimo Valeriano Zanazzi nel 1946 di oltre 53 minuti e il penultimo Riccardo Sarti nel 1947 di quasi un'ora e 14 minuti.
"Il nonno - confida Serena - parlava poco, perché aveva avuto problemi di salute alla gola, ma leggeva tanti libri e guardava lo sport alla tv, dal ciclismo allo sci. Alla Barbesina teneva un milordo, una serpe, sul tetto perché si occupasse dei topi, e la sera le dava da bere latte in una ciotolina. Sapeva di cucina, per anni lui e la nonna Ninfa avevano avuto una trattoria, specialità risotto con le rane, rane fritte, pasticcio di trota alla maionese, temoli, anguilla. D'estate si trasferiva in Val Vigezzo, camminava per i sentieri, aveva un senso dell'orientamento perfetto, come se disponesse di un gps incorporato. 'Vedi questo sentiero? Se vai sempre diritto, finisci in Svizzera'. E mi insegnò a pescare le trotelline, nascosta, in silenzio religioso".
Il vecchio Luisìn, il Cinese come lo chiamavano per i suoi occhi a mandorla, continua a vivere nel monologo di Matteo Caccia, nello spettacolo di Gualtiero Burzi, nella canzone dei Fio dla nebia, nella pista ciclabile di Sesto San Giovanni, nel progetto di un'altra pista ciclabile che da Garlasco va al Santuario della Bozzola, nelle gesta di tutte le maglie nere. E, in fondo in fondo, anche in queste storie di ultimi.
Serena Malabrocca è figlia di Luciano e nipote di Luigi: "Il suo regno, alla Cascina Barbesina, frazione di Garlasco, sul Ticino. Andavamo a trovare lui, dolcissimo, e la nonna Ninfa, fortissima, a raccogliere e tagliare la legna, e a mangiare il risotto con le rane. Allevava pesci, li pescava e li cucinava. Andava per funghi, ne conosceva tutti i tipi, con il nome volgare e quello latino. Amava la natura, non temeva la solitudine, e quell'animo selvatico, in qualche modo, è arrivato fino a me". Serena cerca le storie del nonno: "Il suo regno andò in fumo, per un incendio, nel 2007, tre mesi dopo la sua morte. Non si salvò nulla, se non ruderi e cenere, e non ci rimase nulla. Conservo soltanto una copia del libro 'Coppi, Bartali e Malabrocca' di Benito Mazzi, autografata e dedicata: '29 maggio 1997, a Serena, con tanta simpatia'. Certo: ci sono questo e altri libri di ciclismo, ci sono i ricordi del papà e dello zio Ezio, ci sono i racconti di chi aveva corso insieme o di chi lo aveva visto correre, ci sono i filmati dell'Istituto Luce, e tutto quello che trovo lo condivido su Facebook, per memoria, rispetto, giustizia".
Le storie della Maglia Nera: quando entrava nelle case e si sedeva a tavola, quando gli consegnavano la colletta fatta fra gli spettatori, quando si nascondeva in un silos o si tuffava in un pozzo per sfuggire al rivale Sante Carollo, ma anche quando conquistò i titoli italiani di ciclocross nel 1951 e 1953 e si impose nella Parigi-Nantes del 1947, nella Coppa Agostoni del 1948 e nel Giro di Croazia e Slovenia del 1949, quando prese una pasticchetta bianca da Coppi e poi volò a vincere un traguardo volante, quando a casa gli consegnarono le poltrone in velluto da salotto vinte proprio in quel traguardo volante, quando si impegnò a vincere in volata la tappa finale di un Giro d'Italia a Milano, entrò nell'Arena a ruota di Renzo Zanazzi, ma Zanazzi, ingannato da un vigile confuso, sbagliò la direzione, e Malabrocca si perse dietro di lui, quando Malabrocca staccò il penultimo Valeriano Zanazzi nel 1946 di oltre 53 minuti e il penultimo Riccardo Sarti nel 1947 di quasi un'ora e 14 minuti.
"Il nonno - confida Serena - parlava poco, perché aveva avuto problemi di salute alla gola, ma leggeva tanti libri e guardava lo sport alla tv, dal ciclismo allo sci. Alla Barbesina teneva un milordo, una serpe, sul tetto perché si occupasse dei topi, e la sera le dava da bere latte in una ciotolina. Sapeva di cucina, per anni lui e la nonna Ninfa avevano avuto una trattoria, specialità risotto con le rane, rane fritte, pasticcio di trota alla maionese, temoli, anguilla. D'estate si trasferiva in Val Vigezzo, camminava per i sentieri, aveva un senso dell'orientamento perfetto, come se disponesse di un gps incorporato. 'Vedi questo sentiero? Se vai sempre diritto, finisci in Svizzera'. E mi insegnò a pescare le trotelline, nascosta, in silenzio religioso".
Il vecchio Luisìn, il Cinese come lo chiamavano per i suoi occhi a mandorla, continua a vivere nel monologo di Matteo Caccia, nello spettacolo di Gualtiero Burzi, nella canzone dei Fio dla nebia, nella pista ciclabile di Sesto San Giovanni, nel progetto di un'altra pista ciclabile che da Garlasco va al Santuario della Bozzola, nelle gesta di tutte le maglie nere. E, in fondo in fondo, anche in queste storie di ultimi.