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Maglia nera Gambirasio, l'uomo che fece sbagliare Adriano Dezan

Giro d’Italia 1985. Primo, Bernard Hinault. Centotrentacinquesimo, e ultimo: Patrizio Gambirasio, a tre ore, quarantadue minuti e quattordici secondi dal bretone. A una media di 37,893 all’ora, più o meno 140 chilometri di distacco. E Giro d’Italia 1989. Primo, Laurent Fignon. Centoquarantunesimo, e ultimo: ancora lui, Patrizio Gambirasio, a quattro ore, ventuno minuti e dieci secondi dal parigino. A una media di 36,512, più o meno 155 chilometri di distacco

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Non che ci tenesse ad arrivare ultimo. Anzi, forse un po' gli seccava pure. Ma giorno dopo giorno, tappa dopo tappa, quelli che in classifica stavano dietro di lui si ritiravano. Finché l'ultimo giorno si ritrovò come un uomo solo al comando, ma dall'altra parte, la retroguardia, la retrovia, la retrospettiva. Patrizio Gambirasio da Calusco d'Adda: "Il sistema delle chiuse di Leonardo, il ponte di ferro di San Michele, la terra contadina e ciclistica, la bicicletta come un sogno. E a nove anni il sogno è diventato realtà. La prima corsa, a nove anni, in provincia di Cremona, arrivato quarto o quinto, ma ho ricordi vaghi. La prima vittoria, a dieci anni, in volata, ma ho ricordi ancora più vaghi. Ricordo che crescevo sperando e sognando di diventare un corridore. E solo quando fui dilettante, velocista vincente e azzurro, decimo e primo degli italiani al Mondiale di Goodwood, pensai che forse sarei riuscito a diventare professionista".

Professionista a 22 anni: "Nella Gis Gelati, Francesco Moser capitano, io gregario ma con la libertà di provarci. Prima a guardare, imparare, magari anche imparare a vincere, e sempre aiutare. Quello del 1985 fu il primo dei miei cinque Giri. Etna, Gran Sasso, Tre Cime di Lavaredo, Monte Generoso, e in un solo giorno Giau, Santa Lucia, Marmolada, Pordoi e Campolongo: l'ideale, si fa per dire, per uno sprinter. Guadagnai un quinto nella Riccione-Mantova, un decimo nella Santa Caterina Valfurva-Meda. Quello del 1989 fu invece il quinto e ultimo dei miei Giri. Sesto nella Vittorio Veneto-Cervia, terzo nella Matera-Crotone, ottavo nella Maddaloni-Frosinone. C'era sempre qualcuno più veloce, o più deciso, o più cattivo di me".

Una vittoria, però, memorabile: "Nel Giro del 1988. La Innsbruck-Borgo Valsugana. Una giornata cominciata male e finita benissimo. Poco dopo la partenza c'era il Brennero, rimasi in un gruppo di una trentina, staccato. In discesa ci lanciammo all'inseguimento, e rientrammo solo a Trento, sfiniti. Quando la strada riprese a salire, provai a rimanere attaccato, le gambe giravano meglio, mi difesi, sei o sette fuggitivi furono catturati a meno di un chilometro, ce la giocammo in volata". Adriano Dezan, in telecronaca diretta, assegnò la vittoria a Stefano Allocchio: "Invece avevo vinto io".

Gambirasio dice che "il nostro ciclismo era più familiare, solidale, amichevole, fra compagni e anche fra avversari, e non so adesso, ma stando a quello che mi dicono, quasi non si conoscono neppure nella stessa squadra", ricorda che "nella tappa del Gavia nel Giro 1988 c'ero anch'io nella bufera di neve" - vero: centotrentesimo su centotrentotto a 48'18" da Erik Breukink -, precisa che "per l'ultimo in classifica non erano previsti premi", spiega che "allora era più facile staccarsi, l'importante era tenersi nel tempo massimo, ci si affidava a un vecchio corridore che sapeva calcolare l'andatura giusta per sopravvivere", ammette che "di cotte ne ho prese, forse la peggiore nella tappa di Pejo Terme al Giro 1986, tutto il giorno sotto l'acqua e al freddo, certi dolori alle gambe che non immaginavo neanche che si potessero mai provare".

Ma è contento così, Gambirasio: "Il ciclismo insegna a scoprire il mondo, a conoscere se stessi e gli altri, soprattutto a fare fatica. Imparata quella, le fatiche della vita sembrano meno crudeli e più sopportabili". Tanto che in bici continua ad andare: "Ma solo per fare delle belle girate".
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