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Maglia nera, Pietro Algeri e quel vecchio televisore

Giro d'Italia 1978. Primo, Johan De Muynck. Novantesimo, e ultimo: Pietro Algeri, a tre ore, trenta minuti e due secondi dal fiammingo. A una media di 35,563 all'ora, più o meno 125 chilometri di distacco.

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Campava alla giornata. "Guardavo la cartina, controllavo l'altimetria, studiavo i premi. E fissavo un obiettivo per rendere meno lunga la corsa, meno dura la vita. Aiutare i compagni, andare in fuga, rimanere in gruppo, tentare la volata. Spesso, vincere un traguardo volante. Sempre, arrivare entro il tempo massimo". Fu così che, campando alla giornata, Pietro Algeri, anni 27, bergamasco di Torre de' Roveri, metà pistard e metà stradista, conquistò - da ultimo - uno dei suoi quattro Giri d'Italia.

Da Saint Vincent a Milano, 3610 chilometri in 19 tappe, due semitappe e un prologo, totale 22 sfaticate: "Nella Intercontinentale Assicurazioni, una squadra nuova, fatta da giovani più me, creata anche grazie alle conoscenze di Fiorenzo Magni e Vincenzo Torriani. Non ero in grado di fare il Giro, dopo la Sanremo ero stato operato alle tonsille, avevo male a tutte le ossa, ma Franco Cribiori, il direttore sportivo, mi chiese di insegnare il mestiere ai ragazzi. Amadori, Bettoni, Casiraghi, D'Arcangelo, Dusi, Favaro, Rosola, più mio fratello Vittorio, l'uomo di punta. Fu una corsa a selezione naturale. Nella Silvi Marina-Benevento, 242 chilometri appenninici, Fiorenzo Favaro, che lottava per il Trofeo delle regioni, un traguardo a metà corsa con una classifica che dava una maglia, precipitò in crisi profonda, io lo incoraggiavo, sul Macerone voleva fermarsi, io lo esortavo, 'è finita' diceva piangendo, io lo rincuoravo, dopo Isernia su uno stradone eravamo così cotti che quasi non andavamo, io lo sostenevo, la tentazione di attaccarsi era fortissima, ma il giudice era proprio lì, addosso a noi, nella macchina della Kleber perché, per sfortuna anche nostra, la sua moto si era rotta. 'Vedrai', ripetevo a Favaro, 'ci darà una mano la provvidenza'.

Non so se fu la provvidenza, o un meccanico, ad aggiustare la moto, che si riprese il giudice e lo portò via. Così ci attaccammo quel poco, o quel tanto, o quel giusto, per tornare al mondo. E quando ci riaffacciammo in gruppo, fu un coro: 'Eccoli!'". Ma il peggio doveva ancora arrivare: "La Treviso-Canazei, 234 chilometri, pioggia e freddo, pronti e via, Pian di Cansiglio e battaglia, rimasi subito indietro con altri disgraziati, fra cui un pesce grosso, Marino Basso. Stavolta il giudice si mise dietro di noi, e la moto non era rotta, e sentenziò: 'Chi si attacca, va a casa'. E fu di parola: ne mandò a casa sette o otto. Io non toccai macchina, lottai contro il fuori tempo massimo come se fosse stato un incontro di pugilato, migliorai di brutto la mia ultima posizione, arrivando ancora più ultimo, ma mi salvai".

Ci furono anche lampi di gioia: "Il quinto posto di Vittorio nel prologo, la sua vittoria nella penultima tappa, la Brescia-Inverigo con il Pian del Tivano, i piazzamenti di Favero, il secondo posto di Casiraghi fra i giovani...". Lampi di stupore: "A Merano, in un vialone alberato, impegnato per aiutare Favero nel Trofeo delle regioni, fui coinvolto in una caduta, il gruppo di aprì per evitarmi, fui centrato da un mio compagno, D'Arcangelo, e meno male che era piccolino, uno scalatore". Lampi di ironia: "Cribiori, quando mi vedeva in fondo al gruppo, mi garantiva che non era il caso di stare là dietro, perché non c'era nessuno che avesse perso il portafoglio". Lampi di gloria: "Sesta tappa, la Cattolica-Silvi Marina, volatona, e le volatone, a quel tempo, erano selvagge. Presi la ruota di De Vlaeminck, e mentre cercavo di uscire fui buttato quasi contro le transenne da Van Linden. Primo Van Linden, secondo De Vlaeminck, terzo De Bal, quarto Basso, quinto io". Lampi di felicità: "Quella volta che vinsi un traguardo volante, in palio mille bottiglie di vino". E pensare che "al Giro del 1976 vinsi un traguardo volante in Sicilia, in palio un televisore, ma vecchio, già vecchio, superato. Siccome i premi si spartivano, i miei compagni di squadra volevano dividersi anche quel vecchio televisore: chi l'antenna, chi lo schermo, chi le manopole. Mi ribellai. Vecchio, ma era sempre un televisore, e quella povera gente si era tassata per festeggiarci". E un primato: "Proprio in quel Giro del 1978, la crono di Venezia. Penultimo, partii per secondo, strada facendo superai l'ultimo, partito per primo, e fui il primo - il primo corridore nella storia - a entrare in piazza San Marco". Già: beati gli ultimi quando saranno i primi.
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