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Maglia nera Giuseppe Poli, una vIta tra 'tango' e donne

Giro d’Italia 1968. Primo, Eddy Merckx. Novantesimo, e ultimo: Giuseppe Poli, a tre ore, quarantatrè minuti e cinquantotto secondi dal Cannibale. A una media di 36,03 all’ora, più o meno 135 chilometri di distacco.

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L'idea non fu sua, ma di Lupo, Lupo Mascheroni, che alla Gbc faceva da meccanico e massaggiatore, direttore sportivo e stratega: "Meglio ultimo, così rimani nella storia". Lui non voleva, non capiva, poi si rassegnò, accettò e si impegnò: "Le ultime tre o quattro tappe, a sei o sette chilometri dall'arrivo, mi fermavo, mi sedevo, aspettavo, oppure mi mescolavo fra la gente, oppure entravo in un bar. E a chi mi chiedeva perché, rispondevo che ero stanco, distrutto, finito, che non ce la facevo più". Poi risaliva in bici e così vinse, a suo modo, dopo 3917 chilometri e 112 ore in sella, per un soffio: 54 secondi su Gilles Locatelli, francese, gregario di Julio Jimenez e (ma in quel Giro non c'era) Jacques Anquetil.

Giuseppe Poli ferrarese da Santa Maria Codifiume: "Papà muratore, fratello muratore, muratore anch'io. E con i soldi da muratore mi comprai una moto, una Parilla 150. Ero pericoloso: amavo la velocità. Ma quando vidi una corsa di ciclismo, persi la testa, andai da un meccanico, gli lasciai la moto e in cambio mi dette una bici, che pesava 12 chili e da corsa aveva solo il manubrio e i tubolari, mi iscrissi alla Molinella, il venerdì arrivò il tesserino, la domenica gareggiai. Sapevo niente, ma niente di niente, se non che bisognava pedalare e andare forte, fortissimo, più forte degli altri. La prima corsa proprio a Molinella, 150-200 alla partenza, promossi la fuga, in sette, volata, partii lungo, finii la benzina, mi superarono tutti e sei, mollai, settimo".

Ventotto vittorie da dilettante: "Mi chiamavano Tango. Un po' perché non ho mai avuto la erre, e da piccolo, invece di dire Franco, mi veniva Tango, e quel Tango mi è rimasto appiccicato. Un po' perché da piccolo frignavo e quando mi dissero 'Beppe, cambia disco, mett so un tango', anche quel tango mi rimase attaccato. Il ciclismo mi piaceva, vincere ancora di più. Come quella volta alla Popolarissima delle Palme: fui doppiato, mi arrabbiai, mi sdoppiai, ci presi gusto, li doppiai, e vinsi. Al mio paese erano tutti matti per me, facevano i pullman per venirmi a vedere. E' che continuavo a sapere niente, ma niente di niente. In corsa riuscivo a bere, ma non mangiare, così prima o poi finivo la benzina, e addio". Non solo. "In un Giro del Lazio, in fuga, mi distrassi per gli applausi e gli incoraggiamenti, e addio. In un Giro del Piemonte, in fuga, in otto, rimasti in due, sei-sette minuti di vantaggio a sei-sette chilometri dall'arrivo, il mio direttore sportivo non voleva che tirassi io, il suo direttore sportivo non voleva che tirasse lui, smettemmo di pedalare, fummo ripresi, e addio. In un Giro della Romagna, in fuga, sbagliai la strada, ripresi la strada e il comando, sbagliai un'altra volta la strada, e addio".

E poi le donne: "Mai fatta la vita del corridore, ma neanche per un solo giorno. Dal paese al cimitero c'è un chilometro e mezzo di strada: se si mettono in fila tutte le donne che ho avuto, non ci stanno. In un Giro dell'Abruzzo partii in ritardo perché quando gli altri erano al pronti e via, io ero in un albergo con una signorina. Per il Trofeo Guizzo a Brescia, internazionale, convinsi mio fratello a farmi andare là una settimana prima per studiare il percorso, ma a Salò c'era una ragazza di cui ero innamoratissimo, e facevamo l'amore tutte le sere, anche due volte, il sabato ero distrutto e dormii tutto il giorno a casa di un amico, la domenica 250 corridori e il mio paese intero con i pullman, in testa tutto il giorno, tirai la volata a Mino Denti, ai 700 metri mi ordinò di aumentare, e io aumentai, ai 500 mi comandò di aumentare, e io aumentai, ai 300 mi urlò di aumentare, e io aumentai, ai 200 aumentai senza che me lo dicesse, e arrivai secondo in fotografia dietro a Guido Reybrouck, un belga che da professionista avrebbe vinto tappe al Giro, al Tour, alla Vuelta, dovunque. E proprio in quel Giro d'Italia del 1968, la mattina della sesta tappa, la Sanremo-Alessandria, feci l'amore con una ragazza che non sapevo chi fosse, contro il pullmino della Faema, poi in salita un mal di schiena e un mal di gambe tutto il giorno".

Quel Giro d'Italia: "La settima tappa, la Alessandria-Piacenza, passato il mal di schiena e passato il mal di gambe, stavo troppo bene, fuga a 10, sicuro di vincere, non sentivo le gambe, volata, mi sfilai di 20-30 metri, partii a sorpresa ai meno 450, 'e adesso prendetemi', dissi, 'se ne siete capaci', aggiunsi, ma ne furono capaci, a uno a uno saltarono fuori, mollai, decimo dietro Tosello, Durante, Carminati, Lievore, Bodrero, Armani, un francese e due spagnoli. La dodicesima tappa, la Gorizia-Tre Cime di Lavaredo, c'ero anch'io nella fuga iniziale, poi l'acqua, il freddo, la neve, il gelo, finii la benzina, e addio". Poli, pentito? "Pentitissimo. Ho avuto sfortuna, ma me la sono cercata, e l'ho trovata. Ho buttato via la mia vita, e non mi è tornata indietro. L'importante - è vero - è la salute, ma io non ce l'ho: due infarti, un diabete e perfino la cirrosi epatica, proprio io che non ho mai bevuto in vita mia".
 
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